Garlasco, Saturno Buttò vince contro Google: via da YouTube i video che lo trascinano nella pista satanica sul delitto Poggi

Saturno Buttò

Nel grande tritacarne del caso Garlasco, questa volta qualcuno ha detto basta. Saturno Buttò, pittore di Bibione finito nel mirino dei complottisti per presunti e fantasiosi collegamenti tra le sue opere, Andrea Sempio e il delitto di Chiara Poggi, ha vinto una prima battaglia giudiziaria contro Google. Il Tribunale di Pordenone ha ordinato al colosso del web di rimuovere da YouTube 31 video ritenuti infamanti e lesivi della reputazione dell’artista.

La decisione arriva dal giudice Maria Paola Costa, nell’ambito dell’azione cautelare promossa da Buttò contro Google Italy e Google Ireland. Il “signor Google”, in sostanza, ha 96 ore di tempo per disabilitare i contenuti contestati. Video pubblicati da appassionati del genere crime, youtuber e ricostruttori seriali del caso Poggi, nei quali il nome del pittore viene accostato alle nuove indagini sull’omicidio di Garlasco, alla cosiddetta pista satanica, a pratiche esoteriche e perfino ad accuse gravissime legate ad abusi sui minori.

Una valanga partita da un fatto preciso: Mattia Capra, amico di Andrea Sempio, aveva pubblicato su Facebook 104 dipinti di Saturno Buttò. Da lì, il salto mortale del complottismo online. Le opere dell’artista, da sempre costruite sul rapporto tra sacro, profano, erotismo, dolore e iconografia religiosa, sono diventate per alcuni la prova di un universo occulto collegato al caso Garlasco. Peccato che, secondo il giudice, quei contenuti abbiano una carica lesiva «eccezionale» e non abbiano nulla a che fare con la libertà di manifestazione del pensiero.

Saturno Buttò e i video infamanti sul caso Garlasco

All’inizio i video contestati erano 19. Google, rappresentata dal docente universitario Massimiliano Masnada, era già intervenuta a maggio valutando i contenuti segnalati: otto video erano stati rimossi subito perché manifestamente illeciti. Poi, però, la macchina si è rimessa in moto. I contenuti sono aumentati, le suggestioni si sono moltiplicate, il nome di Buttò ha continuato a rimbalzare sui social insieme a parole pesantissime.

Il consulente scelto dall’artista, Alessandro Bianchettin di Fiume Veneto, alla guida di Alfa Team information technology, ha accertato che i video erano diventati 31. Ora dovranno sparire tutti dalla rete. Il giudice Costa li considera lesivi perché fondati su falsità e capaci di colpire la dignità e la reputazione del pittore.

Il punto è tutt’altro che secondario. Qui non si discute una critica d’arte, un giudizio estetico, una lettura provocatoria di un’opera. Qui si parla di video che trasformano un artista in un personaggio oscuro dentro un’indagine di omicidio, senza elementi concreti, senza prove, senza un legame reale con il delitto di Chiara Poggi.

La pista satanica e le opere finite nel mirino

La produzione artistica di Saturno Buttò si presta alla provocazione, e lui non lo ha mai nascosto. I suoi quadri lavorano sul sacro e sul profano, su corpi, simboli religiosi, erotismo, sofferenza, trasgressione. Tutto materiale che nella storia dell’arte esiste da secoli. Ma nel frullatore del web basta poco per trasformare un linguaggio figurativo in una presunta confessione occulta.

Una delle opere finite nel mirino ritrae due figure femminili molto simili tra loro, sedute una di fronte all’altra, con una specie di aureola sul capo. In primo piano si vede una stampella, sulla quale si appoggia una delle due. Da qui è nata la suggestione sulla presunta somiglianza con Stefania e Paola Cappa, cugine di Chiara Poggi. Buttò ha chiarito che l’opera risale al 2005-2006, quindi a prima dell’omicidio.

Un altro dipinto è stato collegato ad Andrea Sempio solo perché uno dei soggetti ritratti avrebbe i capelli rasati. Nel mirino sono finite persino alcune magliette indossate all’epoca da ragazzi di Garlasco. Anche lì, secondo i complottisti, spunterebbero legami con l’arte di Buttò e con il filone esoterico. L’artista ha spiegato che si trattava di immagini realizzate anni prima per una notissima casa di moda, all’interno di una serie di grafiche commissionate e vendute in Italia e all’estero.

Il pittore: “La mia arte è trasparente”

Buttò respinge ogni collegamento con il caso Garlasco. «La mia arte è trasparente», ha spiegato. Il pittore rivendica una ricerca dichiarata, costruita sull’analisi del sacro e del profano, dei lati oscuri dell’animo umano e del malessere contemporaneo. Temi forti, certo. Provocatori, spesso. Ma non messaggi in codice, non piste sataniche, non ammiccamenti a un omicidio.

«Non c’è alcun secondo fine o messaggio ambiguo: le mie opere e il loro significato sono alla luce del sole. Possono piacere o no, certo. È una questione culturale. Ma non hanno nulla a che fare con piste o riti satanisti, tantomeno con il caso dell’omicidio di Chiara Poggi», ha chiarito l’artista.

Il problema, però, è che sui social il chiarimento arriva sempre dopo la condanna sommaria. Buttò sostiene che alcune sue dichiarazioni siano state decontestualizzate nei video online, generando un effetto valanga. E quando il nome di un artista finisce associato a satanismo, pedofilia e omicidio, il danno non resta dentro lo schermo.

Le conseguenze sulla reputazione e sul lavoro

Buttò dipinge dai tempi del liceo artistico. In oltre quarant’anni di attività ha esposto in gallerie e musei in Italia e all’estero, costruendosi una reputazione nel panorama dell’arte figurativa contemporanea. Poi, all’improvviso, il suo nome è stato trascinato dentro uno dei casi di cronaca nera più discussi d’Italia.

L’artista parla di danno d’immagine, danno economico, commesse perse e conseguenze gravi sulla famiglia. Ha raccontato di avere ricevuto minacce dagli hater e di temere per la propria incolumità fisica. «Chiedo risposte perché ne ho diritto», ha detto. «Sono conosciuto nel mio settore in tutto il mondo, non ho bisogno di questo tipo di pubblicità basata su suggestioni infondate. Non so nulla di Garlasco, delle piste sataniche o del caso Poggi».

La battaglia civile contro Google segna dunque un primo punto importante. Ma il fronte penale resta aperto. Una denuncia-querela per concorso in diffamazione aggravata contro alcuni youtuber, finita per competenza alla Procura di Forlì, è stata archiviata senza consentire ai legali del pittore di opporsi. Anche il reclamo presentato dall’avvocato Leone Bellio non ha cambiato l’esito.

La nuova denuncia e il fronte di Pavia

La partita, però, non finisce qui. Ora l’attenzione si sposta a Pavia, provincia dove risiede uno degli youtuber più attivi nel cavalcare la pista satanica e i presunti collegamenti con i quadri di Buttò. Proprio a Pavia, la Procura che indaga ancora sul caso Garlasco, è stata depositata circa un mese e mezzo fa una nuova denuncia-querela per diffamazione contro lo youtuber e gli eventuali concorrenti.

I video hanno raccolto migliaia di visualizzazioni, sono stati condivisi su Facebook e hanno generato una lunga scia di commenti aggressivi. Il meccanismo è sempre lo stesso: una suggestione diventa sospetto, il sospetto diventa accusa, l’accusa diventa contenuto virale. E chi finisce dentro quella macchina deve poi spendere mesi, soldi e salute per provare a dimostrare una cosa elementare: non c’entra nulla.

La decisione del Tribunale di Pordenone, almeno per ora, mette un argine. Google dovrà rimuovere i 31 video. Non perché siano scomodi. Non perché parlino di Garlasco. Ma perché, secondo il giudice, colpiscono la reputazione di Saturno Buttò con accuse false e contenuti manifestamente lesivi.