C’era una volta la carbonara, piatto popolare per definizione, quattro ingredienti e una padella, roba da studenti, famiglie numerose e cene improvvisate. Adesso, per prepararla a Roma, rischia di servire quasi un finanziamento. Il guanciale ha superato in alcuni supermercati i 40 euro al chilo, il pecorino viaggia oltre i 25 euro, quattro uova possono sfiorare i 3 euro e, aggiungendo la pasta, il conto supera facilmente i dieci euro. E stiamo parlando di cucinare a casa.
A raccontare meglio di qualsiasi tabella statistica che cosa stia accadendo è Gino, 79 anni, romano, davanti al banco dei salumi e dei formaggi. Guarda i prezzi, scuote la testa e tira fuori una battuta che sembra scritta apposta per fotografare il carovita: «La prossima vorta me tocca de annà ar Monte!». Il Monte è quello di Pietà, il banco dei pegni dove in passato gli era capitato davvero di portare l’orologio ereditato dal padre.
Poi arriva la seconda considerazione, altrettanto impietosa: «E meno male che la carbonara era un piatto povero». E visto il conto, conclude che quasi quasi conviene andare direttamente in trattoria: almeno si risparmiano gas e corrente.
La battuta fa sorridere, i numeri decisamente meno.
Carbonara e caro spesa: il carrello costa l’1,7% in più
Secondo i dati Istat riportati nell’ultima rilevazione, riempire il carrello costa l’1,7% in più rispetto a un anno fa, con un’accelerazione rispetto alla precedente rilevazione. Per alcune categorie l’aumento è molto più pesante: acquistare ortaggi, banane e legumi costa l’8,4% in più.
A spingere i prezzi sono soprattutto energia e prodotti alimentari freschi. Gli energetici registrano incrementi superiori al 20% su base annua, mentre gli alimentari non lavorati accelerano fino al +5,5%.
Percentuali che rischiano però di raccontare soltanto una parte della storia, perché per capire l’impatto reale basta entrare in un supermercato e guardare che cosa succede alla cassa.
Una cliente romana, Marisa Forte, arriva con una banconota da 50 euro e appena otto prodotti nel carrello. Non una spesa settimanale completa, quindi, ma una manciata di articoli indispensabili.
Il bagnoschiuma costa 4,49 euro, una bottiglia d’olio italiano 12,99 euro, due etti di prosciutto 7,20 euro, il detersivo per la lavatrice 8,90 euro, dieci uova 4,15 euro, una confezione di tonno al naturale da 174 grammi 7,98 euro, 360 grammi di filetti di merluzzo 9,61 euro e i maxi rotoli di carta igienica 4,89 euro.
Totale: 60,21 euro.
La banconota da cinquanta non basta e il carrello non è nemmeno pieno a metà.
Dalle patate alla passata, il conto sale prodotto dopo prodotto
Il problema diventa ancora più evidente osservando i prezzi dei prodotti che finiscono abitualmente sulle tavole italiane. Le patate vengono vendute a 1,99 euro al chilo, l’uva bianca a 2,97, mentre una bottiglia di aceto di vino bianco costa 1,29 euro.
Per 690 grammi di passata di pomodoro servono 1,48 euro. Mezzo chilo di pasta di una marca industriale arriva a 1,55 euro. Una confezione di assorbenti costa 4,15 euro e i pannolini per una bambina di meno di un anno 7,27 euro.
Presi singolarmente sembrano aumenti sopportabili. È quando vengono sommati che cambia tutto. Per una famiglia significa ritrovarsi ogni settimana davanti alla stessa scelta: rinunciare a qualcosa, cercare le offerte, cambiare marca oppure iniziare il pellegrinaggio tra supermercati diversi nella speranza di strappare qualche euro al conto finale.
È quello che prova a fare Marisa.
La prova del discount: qualche prezzo scende, altri no
Due giorni dopo la prima spesa, la donna prende i prezzi annotati sul cellulare e va in un discount più lontano da casa per capire quanto potrebbe effettivamente risparmiare.
Il risultato non è così scontato.
Le patate costano ancora 1,99 euro al chilo, esattamente come nell’altro supermercato. L’uva, invece, scende da 2,97 a 1,79 euro, mentre mezzo chilo della stessa pasta passa da 1,55 a 1,38 euro.
L’aceto costa 1,20 euro, la passata 1,38 e una bottiglia d’olio italiano può essere trovata a 10,90 euro. Sugli assorbenti il risparmio diventa consistente, con il prezzo che scende da 4,15 a 2,19 euro, e anche il bagnoschiuma passa da 4,49 a 2,99.
Poi, però, arrivano i prodotti che ribaltano nuovamente il conto. I pannolini che nel primo supermercato costavano 7,27 euro qui arrivano a 7,99, mentre il detersivo per il bucato costa 4,99 euro ma contiene soltanto 24 dosi.
Alla fine la domanda è inevitabile: quanto si risparmia davvero, considerando anche il tempo necessario per raggiungere un supermercato più lontano e, per chi non usa l’auto, il viaggio sui mezzi pubblici con le buste della spesa?
Dalla carbonara alla spesa: il nuovo lusso è mangiare come prima
È forse questo l’aspetto più significativo del nuovo carovita. Non sono soltanto champagne, ristoranti o prodotti premium a diventare meno accessibili. A pesare sempre di più sono gli acquisti ordinari: uova, pasta, pomodoro, patate, olio, detersivi, carta igienica, pannolini.
Persino la carbonara finisce per diventare un piccolo indice economico domestico. Pecorino, guanciale, uova e pasta erano ingredienti capaci di mettere a tavola una famiglia spendendo poco. Oggi, scegliendo determinati prodotti, soltanto il guanciale può superare i 40 euro al chilo e il pecorino i 25.
Così la battuta del pensionato romano davanti al banco dei salumi smette quasi di essere una battuta. «La prossima vorta me tocca de annà ar Monte».
Perché il problema non è diventato permettersi qualcosa in più. Per molte famiglie italiane, il problema comincia a essere continuare a comprare le stesse cose di prima.







