Ricina, la svolta nel giallo di Pietracatella: «Chi l’ha usata era dentro casa». E il perito spiega perché Gianni si è salvato

Pietracatella, il giallo della ricina

La risposta al giallo della ricina di Pietracatella potrebbe trovarsi proprio nel luogo dove tutto è cominciato: dentro la casa della famiglia Di Vita. Gli esperti avrebbero infatti individuato tracce della potentissima tossina su alcuni dei 131 reperti sequestrati nell’abitazione e sottoposti agli accertamenti. Un elemento che, secondo la ricostruzione emersa durante Ore 14, porta a una conseguenza investigativa di enorme importanza: chi avrebbe maneggiato la ricina e l’avrebbe inserita in un alimento o in una bevanda si trovava all’interno della casa.

È il passaggio che potrebbe cambiare il corso dell’indagine sulla morte di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita, avvelenate a fine dicembre. La Procura procede nell’ipotesi di duplice omicidio e continua con audizioni, verifiche e confronti incrociati tra le testimonianze raccolte negli ultimi mesi.

Ma proprio mentre l’inchiesta sembra concentrarsi sempre di più sull’ipotesi criminale, arriva una voce autorevole a ricordare che una possibilità alternativa non può ancora considerarsi definitivamente esclusa. È quella del professor Carlo Locatelli, direttore del Centro Antiveleni di Pavia e perito incaricato dalla Procura, che continua a contemplare anche l’eventualità di un’intossicazione accidentale. E Locatelli fornisce soprattutto una possibile spiegazione a una delle domande che accompagnano il caso fin dall’inizio: come hanno fatto Antonella e Sara a morire mentre Gianni Di Vita si è salvato?

«Chi ha maneggiato la ricina era dentro l’abitazione»

Il punto di partenza sono i reperti raccolti nella casa di Pietracatella. Gli investigatori ne hanno sequestrati 131 e gli accertamenti, ai quali partecipano anche esperti tedeschi, cercano innanzitutto di individuare il cosiddetto «vettore», cioè l’oggetto, l’alimento o la bevanda attraverso cui la ricina sarebbe entrata nell’organismo delle vittime.

Secondo quanto emerso, gli esperti avrebbero trovato tracce della sostanza su alcuni reperti. Se gli ulteriori esami confermassero il quadro, diventerebbe possibile ricostruire con maggiore precisione non soltanto come Antonella e Sara abbiano ingerito il veleno, ma anche dove sia avvenuta la contaminazione.

Ed è qui che emerge l’elemento più inquietante: secondo la ricostruzione proposta durante la trasmissione, le tracce rinvenute porterebbero a ritenere che chi ha maneggiato la ricina per inserirla in un cibo o in una bevanda si trovasse all’interno dell’abitazione dei Di Vita. Non quindi una contaminazione avvenuta necessariamente altrove e arrivata successivamente sulla tavola della famiglia, ma qualcosa che potrebbe essere accaduto proprio dentro casa. Resta da stabilire chi avesse accesso all’abitazione, chi abbia eventualmente manipolato il prodotto contaminato e soprattutto quale fosse il vettore.

Garofano: «Bisogna stabilire attraverso quale oggetto o alimento è entrata la ricina»

L’ex comandante dei Ris di Parma Luciano Garofano individua proprio nel vettore il possibile punto di svolta dell’intera indagine. «Credo che le risposte possano arrivare dall’Istituto Koch tedesco», ha spiegato. Il lavoro sui reperti dovrà permettere di stabilire «quale sia l’oggetto o l’alimento attraverso cui è entrata la ricina».

Senza questa risposta, secondo Garofano, diventa «difficile, quasi impossibile» stabilire esattamente cosa sia successo. Gli esperti devono distinguere infatti tra diverse possibilità: inalazione, ingestione o contaminazione. Non basta sapere che la ricina era presente. Occorre ricostruire il percorso seguito dalla sostanza fino all’organismo delle vittime e, soprattutto, determinarne la concentrazione sui diversi reperti.

Proprio le quantità potrebbero consentire agli investigatori di formulare ipotesi molto più precise sulla genesi dell’avvelenamento. Garofano richiama inoltre l’attenzione sulla vicinanza con l’Istituto di Agraria, un elemento sul quale ritiene che gli investigatori abbiano già compiuto o stiano compiendo approfondimenti.

Perché Antonella e Sara sono morte e Gianni Di Vita si è salvato?

È una delle domande più importanti dell’intero caso. Se più componenti della famiglia si trovavano nello stesso ambiente e consumavano gli stessi pasti, perché Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita sono morte mentre Gianni Di Vita è sopravvissuto? Il professor Carlo Locatelli parte dalla straordinaria tossicità della ricina. La quantità potenzialmente letale, spiega, può essere estremamente piccola: «Si parla di una quantità da 1 milligrammo/chilo in su, che è comunque una quantità molto piccola, è un veleno molto potente».

Poi ricorre a un esempio semplicissimo per spiegare come persone che consumano apparentemente lo stesso alimento possano assumere dosi completamente diverse di una sostanza pericolosa. «Se mangiamo un risotto con i funghi, nel risotto di qualcuno possono comparire dieci pezzi di funghi, nel mio uno solo. Io ho una sintomatologia minima, invece lei rischia di avere un’epatite potenzialmente letale».

Applicato al caso di Pietracatella, il ragionamento apre una possibilità precisa: la sostanza potrebbe non essersi distribuita uniformemente nel cibo o nella bevanda contaminati. Una persona potrebbe quindi averne ingerita una dose letale, un’altra una quantità inferiore e una terza una dose ancora diversa. Questo offrirebbe una spiegazione tossicologica possibile alla diversa sorte dei componenti della famiglia senza permettere, da solo, di stabilire se la contaminazione fosse volontaria oppure accidentale.

Il perito della Procura: «Fino a prova contraria potrebbe essere stato un episodio accidentale»

Ed è proprio su questo punto che Locatelli invita alla prudenza. Mentre la Procura lavora sull’ipotesi del duplice omicidio, il perito non considera ancora definitivamente chiusa la porta dell’incidente. «Continuo a sostenere che fino a prova contraria si sia trattato di un episodio accidentale», ha dichiarato, arrivando a formulare un esempio volutamente estremo: «Magari hanno scambiato i semi per fagioli e hanno fatto una torta, non lo so».

Non sta affermando che sia realmente accaduto questo. Sta spiegando che, dal punto di vista scientifico, prima di conoscere il vettore e la dinamica precisa dell’intossicazione non ritiene possibile cancellare completamente l’ipotesi accidentale. La posizione investigativa appare però differente. La Procura ha fatto sapere di avere elementi che la portano a procedere per duplice omicidio, ed è su questa ipotesi che gli investigatori stanno concentrando interrogatori e accertamenti.

Gianni Di Vita è tornato in Molise

Nel frattempo Gianni Di Vita è rientrato dal Piemonte e si trova nuovamente in Molise, tra Campobasso e Pietracatella. La sua figura continua inevitabilmente ad attirare l’attenzione per la necessità di ricostruire ciò che accadde dentro l’abitazione e nelle ore precedenti all’avvelenamento, ma gli investigatori stanno allargando le verifiche alle persone appartenenti sia alla cerchia dei Di Vita sia a quella della famiglia di Antonella.

Dopo aver ascoltato nei giorni precedenti la cugina Laura, un’altra cugina di Gianni e alcuni suoi amici, gli inquirenti hanno infatti iniziato una nuova fase di audizioni. In Questura sono arrivati Luigi Di Ielsi, fratello di Antonella, e sua moglie, ascoltati per circa due ore. L’obiettivo appare chiaro: confrontare ciò che hanno raccontato le persone vicine a Gianni con quanto riferiscono invece i familiari di Antonella e verificare eventuali coincidenze, discrepanze o contraddizioni.

Ora gli investigatori risentono anche le amiche di Alice

Gli accertamenti riguardano inoltre alcune amiche di Alice Di Vita, l’altra figlia della coppia, sopravvissuta alla tragedia. Alice trascorse infatti la sera del 23 dicembre, indicata come uno dei momenti cruciali per ricostruire l’eventuale avvelenamento, fuori casa in un bar. Una circostanza che potrebbe averle salvato la vita qualora la ricina fosse entrata in un alimento o in una bevanda consumati nell’abitazione proprio durante quelle ore.

Gli investigatori vogliono quindi ricostruire con precisione gli spostamenti della ragazza, gli orari e tutto ciò che le persone che erano con lei possono ricordare. Risentire testimoni già ascoltati consente inoltre di confrontare le nuove dichiarazioni con quelle precedenti e verificare eventuali incongruenze.

Tutto può dipendere da uno dei 131 reperti

Il punto decisivo, però, resta il laboratorio. Se gli esperti riusciranno a identificare con certezza il vettore della ricina, l’indagine potrebbe cambiare radicalmente. Sapere quale alimento, bevanda oppure oggetto conteneva la sostanza permetterebbe di ricostruirne la provenienza, stabilire chi potesse manipolarlo e verificare quando sia avvenuta la contaminazione.

Potrebbe anche aiutare a spiegare definitivamente perché Antonella e Sara abbiano assunto una dose mortale mentre Gianni Di Vita sia sopravvissuto. Da una parte c’è dunque la Procura, che procede per duplice omicidio. Dall’altra il perito Carlo Locatelli, che sul piano scientifico continua a non escludere completamente l’incidente.

In mezzo ci sono 131 reperti. E su alcuni di questi sarebbero già comparse le tracce della sostanza che ha ucciso madre e figlia. Se da quei reperti emergerà anche il vettore, gli investigatori potrebbero finalmente riuscire a stabilire non soltanto come è entrata la ricina nei loro corpi, ma chi poteva trovarsi dentro quella casa quando il veleno è arrivato sul cibo o nella bevanda.