Il caso Yara Gambirasio torna a far discutere. A quasi sedici anni dalla scomparsa della tredicenne di Brembate di Sopra e dopo la condanna definitiva all’ergastolo di Massimo Bossetti, la difesa del carpentiere di Mapello concentra l’attenzione sui reperti conservati dell’indagine. In particolare, sotto la lente finiscono il giubbetto e la felpa indossati da Yara quando venne ritrovata senza vita nel campo di Chignolo d’Isola.
A riaccendere i riflettori sulla vicenda sono anche Le Iene, che stanno lavorando sugli elementi indicati dai consulenti della difesa. Il punto più delicato riguarda alcuni test immunologici effettuati all’epoca delle indagini e classificati come negativi. Secondo il genetista Marzio Capra, consulente della difesa, le immagini ad alta risoluzione oggi disponibili mostrerebbero invece reazioni che meritano nuovi approfondimenti.
Una tesi della difesa, dunque, non una nuova verità giudiziaria. Ma abbastanza per riaprire una domanda: quei reperti possono ancora raccontare qualcosa che le analisi di allora non hanno chiarito?
Il giubbetto di Yara e quei cinque test finiti sotto la lente
La svolta risale al 7 febbraio 2025, quando gli avvocati di Bossetti hanno potuto accedere ai reperti dopo una lunghissima battaglia giudiziaria. L’esame del materiale ha permesso alla difesa e ai propri consulenti di osservare anche fotografie ad altissima risoluzione relative agli accertamenti eseguiti sugli indumenti di Yara.
È qui che nasce il nuovo fronte.
Secondo Claudio Salvagni, legale di Bossetti, e il genetista Marzio Capra, cinque test immunologici eseguiti sul giubbetto e indicati nei verbali come negativi presenterebbero invece reazioni cromatiche che potrebbero risultare compatibili con la presenza di liquido seminale.
Capra contesta proprio la classificazione effettuata all’epoca. «Un biologo forense con quegli esiti in mano doveva segnare tutto come positivo o rimettersi subito ai vetrini per capire meglio», sostiene il consulente.
Anche sulla felpa sarebbe comparso un segnale più debole. La difesa ritiene che le condizioni nelle quali il corpo rimase per circa tre mesi possano avere inciso sulla conservazione delle tracce. Yara rimase infatti all’aperto, esposta a pioggia, neve, gelo, umidità e terreno.
Cosa significano davvero quelle tracce
È questo il punto sul quale serve distinguere ciò che sappiamo dalle interpretazioni che la difesa propone oggi.
Una reazione a un test immunologico non identifica automaticamente una persona e non permette, da sola, di stabilire chi abbia lasciato una determinata sostanza. Occorrerebbe prima confermare la natura biologica della traccia e, se il materiale lo consentisse, tentare successivamente di ricavarne un profilo genetico utilizzabile.
Proprio per questo la difesa chiede nuove analisi sui reperti.
L’obiettivo è verificare quei risultati attraverso tecnologie e metodologie disponibili oggi. Se gli accertamenti confermassero la presenza di materiale biologico utile, il passaggio successivo riguarderebbe inevitabilmente il Dna.
Ed è qui che la questione potrebbe assumere un peso molto diverso.
Il Dna di Ignoto 1 che portò a Massimo Bossetti
L’intera vicenda giudiziaria ruota infatti attorno alla gigantesca indagine genetica che portò all’individuazione di Ignoto 1 e successivamente a Massimo Bossetti.
Il profilo genetico attribuito a Ignoto 1, individuato sugli indumenti di Yara, rappresentò uno degli elementi centrali dell’accusa. Attraverso una complessa ricerca genealogica gli investigatori arrivarono a Giuseppe Guerinoni, quindi individuarono Bossetti come suo figlio biologico.
La prova genetica ebbe un ruolo decisivo nel processo, insieme agli altri elementi valutati dai giudici. Bossetti ha sempre negato di avere conosciuto Yara e continua a proclamarsi innocente.
La sua condanna all’ergastolo è però definitiva e ha superato tutti i gradi di giudizio. I nuovi dubbi sollevati dai suoi difensori non cancellano quella sentenza e, allo stato, non dimostrano che gli accertamenti originari fossero sbagliati.
La domanda della difesa: se quel materiale biologico appartenesse a un’altra persona?
È però evidente quale sia la questione che Salvagni e Capra vogliono porre.
Se sui vestiti di Yara esistesse davvero materiale biologico mai adeguatamente caratterizzato, a chi appartiene?
Prima ancora di rispondere bisognerebbe dimostrare che il materiale esista nelle condizioni indicate dalla difesa, stabilirne la natura e verificare se permetta un’analisi genetica attendibile. Solo dopo avrebbe senso tentare un confronto.
Per la difesa di Bossetti, però, proprio il fatto che alcuni test siano finiti nei verbali come negativi merita un nuovo esame. Il sospetto dei consulenti è che durante le indagini alcuni segnali non abbiano ricevuto l’approfondimento che avrebbero richiesto.
È una contestazione importante, ma resta una tesi difensiva finché nuovi accertamenti non forniranno risultati verificabili.
Dopo Garlasco, Le Iene tornano sui grandi casi giudiziari
La vicenda acquista ancora maggiore risonanza perché arriva mentre l’attenzione mediatica resta altissima sul delitto di Garlasco. Anche in quel caso reperti, impronte e analisi scientifiche effettuate molti anni fa sono tornati al centro di nuovi accertamenti.
Ora Le Iene puntano i riflettori anche sul caso Gambirasio, partendo proprio dai reperti che la difesa di Bossetti ha potuto finalmente esaminare.
I due casi sono profondamente diversi e non possono essere sovrapposti. Hanno però un elemento in comune: mostrano quanto diventi delicato riesaminare una prova scientifica molti anni dopo un delitto, soprattutto quando quella prova ha avuto un peso determinante in un processo.
Bossetti resta all’ergastolo, ma la difesa non si ferma
Massimo Bossetti resta in carcere con una condanna definitiva all’ergastolo per l’omicidio di Yara Gambirasio. I suoi avvocati continuano però a cercare elementi che possano sostenere una futura richiesta di revisione.
Gli indumenti della tredicenne rappresentano adesso uno dei terreni sui quali si concentra questa strategia. La difesa vuole nuove analisi e chiede che la scienza torni a interrogare reperti esaminati oltre quindici anni fa.
Per capire se ci troviamo davanti a una vera novità investigativa serviranno risultati scientifici, non soltanto fotografie o interpretazioni contrapposte. Ma la domanda sollevata dai consulenti resta sul tavolo: se alcuni test sugli abiti di Yara meritavano ulteriori approfondimenti, perché vennero classificati come negativi?
È da quella risposta che potrebbe dipendere il peso reale di questo nuovo capitolo del caso Gambirasio.







