Garlasco, Lovati sapeva già tutto alle 11.30? Il sogno inquietante di Giarda che oggi sembra una profezia

L’avvocato Massimo Lovati

Ci sono coincidenze che restano coincidenze fino a quando un particolare dimenticato non le rende improvvisamente inquietanti. Nel delitto di Garlasco, dove da quasi vent’anni ogni certezza sembra destinata prima o poi a scontrarsi con un nuovo dubbio, l’ultima suggestione nasce dall’accostamento fra le parole di Massimo Lovati, ex difensore di Andrea Sempio, e un episodio raccontato anni fa dal professor Angelo Giarda, storico difensore di Alberto Stasi.

Lovati sostiene una cosa enorme: alle 11.30 del 13 agosto 2007 sapeva già che a Garlasco era stata uccisa una ragazza. Non è una rivelazione nata oggi. L’avvocato l’aveva raccontata pubblicamente già nel luglio 2025, ricordando che quella mattina, giorno del suo compleanno, era sceso dal proprio studio a Vigevano e aveva sentito parlare dell’omicidio tra le bancarelle della fiera.

Il problema è l’orario.

Alberto Stasi chiamò il 118 alle 13.50, dopo essere entrato nella villetta di via Pascoli e aver trovato il corpo di Chiara. Lovati colloca invece il proprio ricordo alle 11.30, oltre due ore prima che venisse dato ufficialmente l’allarme.

Può trattarsi di un ricordo deformato da quasi vent’anni? Certamente. Può aver confuso l’orario, il giorno o la successione degli eventi? È possibile. Ma se Lovati insiste nel sostenere che quel ricordo è preciso, resta una domanda gigantesca: come poteva circolare la notizia della morte di Chiara quando il suo corpo non era ancora stato ufficialmente scoperto?

Ed è proprio a questo punto che torna fuori un libro.

Il sogno di Angelo Giarda: «Fermate il processo»

Il libro è Il garbuglio di Garlasco di Gabriella Ambrosio, una ricostruzione della vicenda giudiziaria costruita attraverso documenti, atti, interrogatori, intercettazioni e il rapporto diretto dell’autrice con alcuni protagonisti della storia.

Tra le sue pagine compare un episodio che allora poteva sembrare semplicemente il racconto delle inquietudini di un avvocato convinto dell’innocenza del proprio assistito. Oggi, dopo le parole di Lovati, assume inevitabilmente un’altra suggestione.

Ambrosio racconta che una notte Angelo Giarda fece un sogno. Nel processo compariva improvvisamente un avvocato sconosciuto che interrompeva tutto gridando:

«Fermate il processo, state condannando un innocente».

Era un sogno, naturalmente. Ma Giarda lo associò immediatamente a un precedente realmente accaduto nella storia giudiziaria milanese, quello dell’omicidio di Piazzale Lotto, quando l’avvocato Gian Domenico Pisapia si presentò in aula sostenendo di avere ricevuto la confessione del vero responsabile.

Pisapia non poteva rivelarne il nome per il segreto professionale, ma testimoniò sotto giuramento ciò che sapeva. E il particolare che evidentemente rimase impresso nella memoria di Giarda è che, anni dopo, il vero responsabile venne effettivamente individuato.

Fin qui il sogno. È quello che accade al risveglio, però, a diventare oggi molto più interessante.

Giarda davanti allo specchio: «Un professionista doveva sapere»

Nel libro, Ambrosio racconta Giarda mentre si rade davanti allo specchio e ripensa a quella scena notturna. Il sorriso con il quale si era svegliato scompare.

Il professore crede nell’innocenza di Alberto Stasi e sviluppa un ragionamento preciso: se Stasi non ha ucciso Chiara, da qualche parte esiste necessariamente qualcun altro che lo ha fatto.

Ed ecco il passaggio più impressionante del racconto.

Giarda era convinto, scrive Ambrosio, che «il vero colpevole si fosse rivolto a un avvocato per un consiglio», magari proprio quando aveva cominciato a temere che gli investigatori potessero avvicinarsi a lui.

Non era un’informazione investigativa e non era una prova. Era una deduzione del professore. Ma Giarda arrivava a una conclusione ancora più netta: «per forza un professionista doveva essere venuto a conoscenza della verità».

Poi arrivava l’amarezza.

Nel suo sogno quell’avvocato entrava in aula e fermava la macchina giudiziaria. Nella realtà, ragionava Giarda, un professionista vincolato dal segreto avrebbe potuto conoscere la verità senza poter pronunciare il nome di chi gliel’aveva affidata.

Il colpo di scena, concludeva amaramente il professore, sarebbe rimasto soltanto «un sogno».

Poi arrivano le parole di Massimo Lovati

Diciannove anni dopo l’omicidio, quelle pagine assumono un significato completamente diverso soltanto perché un altro avvocato continua a raccontare qualcosa che, se fosse letteralmente vero, sarebbe difficilissimo da spiegare.

Massimo Lovati sostiene infatti che alle 11.30 del 13 agosto 2007 a Vigevano si sapesse già che una ragazza era stata uccisa a Garlasco.

Quando raccontò pubblicamente per la prima volta l’episodio nel 2025, Lovati disse di essere sceso dal proprio studio per comprare del formaggio tra le bancarelle e di aver sentito parlare proprio dell’omicidio. Non indicò chi gli avesse dato l’informazione: secondo il suo racconto, la voce circolava già tra la gente.

Ed è questo il punto che rende la vicenda tanto affascinante quanto problematica. Perché il corpo di Chiara non era ancora stato ufficialmente trovato.

O Lovati sbaglia il ricordo, dunque, oppure qualcuno aveva saputo della morte di Chiara prima dell’arrivo dei soccorritori e quella notizia, in qualche maniera, aveva cominciato a circolare.

Tra queste due possibilità esiste un abisso investigativo.

Il libro e quella domanda che oggi cambia significato

Naturalmente sarebbe scorretto trasformare il sogno di Angelo Giarda in un indizio e ancora di più collegarlo automaticamente a Massimo Lovati. Non esiste alcun elemento che dimostri che Lovati abbia ricevuto una confessione, che conoscesse l’assassino o che le sue parole abbiano qualcosa a che vedere con il ragionamento riportato da Ambrosio.

Ma il cortocircuito narrativo resta impressionante.

Da una parte c’è Angelo Giarda, convinto dell’innocenza di Stasi, che immagina un avvocato depositario della verità e sogna che quel professionista entri in aula per impedire la condanna di un innocente.

Dall’altra c’è Massimo Lovati, che anni dopo diventerà il difensore di Andrea Sempio e che continua a sostenere di avere saputo dell’esistenza di una ragazza assassinata a Garlasco quando, secondo la cronologia ufficiale, quella notizia non avrebbe ancora dovuto essere pubblicamente conosciuta.

In mezzo ci sono due ore e venti minuti.

Ed è questo, molto più di qualsiasi suggestione, il dato sul quale sarebbe interessante ottenere una spiegazione.

Chi disse a Lovati che una ragazza era stata uccisa?

La domanda da fare a Massimo Lovati, dunque, non è se il sogno di Angelo Giarda fosse profetico. I sogni non entrano nei fascicoli giudiziari e non dimostrano nulla.

La domanda è infinitamente più semplice: chi parlava alle 11.30 di quella mattina dell’omicidio di una ragazza a Garlasco?

Lovati sostiene di ricordare la scena, il mercato, l’orario e persino il motivo per il quale era sceso dal suo studio. Se davvero il ricordo è così nitido, potrebbe forse ricordare anche qualcosa di più: da chi sentì pronunciare quelle parole, quante persone ne parlavano, che cosa esattamente dicevano e se qualcuno indicò il nome di Chiara.

Perché alle 13.50 Alberto Stasi telefonò al 118 dando l’allarme. Prima di allora, almeno secondo la ricostruzione pubblicamente conosciuta per anni, nessuno avrebbe dovuto sapere che nella villetta di via Pascoli giaceva il corpo di Chiara Poggi.

E allora il vecchio sogno raccontato ne Il garbuglio di Garlasco rimane quello che è: un sogno.

Ma la frase pronunciata da Lovati no.

Quella è una dichiarazione pubblica. E dopo averla ripetuta più volte, forse è arrivato il momento di spiegare fino in fondo che cosa Massimo Lovati sapesse davvero alle 11.30 del 13 agosto 2007.