Per la Procura generale della Cassazione non ci sono dubbi: Walter Biot passò documenti segreti alla Russia in cambio di denaro e la condanna a 20 anni di carcere deve essere confermata. È questa la richiesta avanzata davanti alla Suprema Corte per l’ex ufficiale della Marina militare italiana arrestato nel marzo del 2021 durante un’operazione che scosse intelligence, Difesa e Nato.
Biot venne fermato dai carabinieri del Ros in un parcheggio della periferia di Roma mentre consenava materiale riservato a funzionari dell’ambasciata russa. Una scena da guerra fredda nel cuore della Capitale, culminata con l’arresto dell’ufficiale e con l’espulsione immediata di diplomatici russi dall’Italia.
Lo scambio
Nella memoria depositata in Cassazione, il procuratore generale Marco Dall’Olio parla di un quadro probatorio chiarissimo. «È fuori di dubbio» – scrive – che lo scambio sia avvenuto, che riguardasse documenti classificati “riservati Nato” e che tutto sia stato fatto «in favore di un’autorità straniera e dietro pagamento di una somma di denaro». Una formula pesantissima, che conferma la linea dell’accusa: non un episodio marginale o ambiguo, ma una vera attività di spionaggio militare.
Secondo la Procura, il contenuto dei documenti era talmente sensibile da essere considerato “indivulgabile” a prescindere perfino dall’eventuale apposizione del segreto di Stato da parte della Presidenza del Consiglio.
Materiale segreto
«Che il loro contenuto non debba e non possa essere conosciuto è in qualche modo l’in sé del reato», scrive ancora il pg. In sostanza, il semplice fatto che quei documenti fossero destinati a rimanere protetti rappresenterebbe il cuore stesso della violazione contestata a Biot.
Gli atti riguardavano infatti informazioni classificate relative alla Nato e alla sicurezza militare italiana, un aspetto che rese il caso immediatamente delicatissimo anche sul piano diplomatico internazionale.
L’arresto nel parcheggio di Roma
Il 30 marzo 2021 Walter Biot venne sorpreso dai carabinieri mentre incontrava un ufficiale russo in un parcheggio vicino a un centro commerciale della Capitale. Secondo l’accusa, stava cedendo fotografie di documenti riservati in cambio di alcune migliaia di euro in contanti.
Le immagini dell’operazione fecero rapidamente il giro del mondo e aprirono uno dei casi di spionaggio più gravi emersi in Italia negli ultimi anni.
Una seconda condanna già definitiva
Per Biot esiste già una condanna definitiva pronunciata dalla giustizia militare. La Corte d’Appello militare gli ha inflitto 29 anni e 2 mesi per violazione del segreto militare aggravato.
Quella sentenza è ormai definitiva e riguarda fatti analoghi: la trasmissione di informazioni sensibili a soggetti russi in cambio di denaro.
Detenuto a Velletri
L’ex ufficiale della Marina si trova detenuto nel carcere di Velletri. Ora attende la decisione della Cassazione sul procedimento ordinario, che potrebbe chiudere definitivamente anche questo secondo filone giudiziario.
Un caso che segnò i rapporti con Mosca
L’arresto di Biot ebbe conseguenze immediate anche sul piano diplomatico. L’Italia espulse due funzionari russi e Mosca reagì con durezza. Il caso esplose in una fase già tesissima dei rapporti tra Occidente e Cremlino, pochi mesi prima dell’invasione dell’Ucraina.
Per gli investigatori italiani, però, il punto centrale resta uno: documenti riservati della Nato sarebbero finiti nelle mani di una potenza straniera attraverso un ufficiale italiano disposto a tradire il proprio ruolo per denaro.







