Non basta più promettere stipendi migliori, meno tasse o qualche bonus in busta paga. Per conquistare il voto degli italiani, oggi, bisogna dire loro chi sono, da quale parte stanno e contro chi devono difendersi. La politica economica resta importante, ma non occupa più il primo posto nella gerarchia delle scelte elettorali. A superarla è l’identità, parola elastica e potentissima che comprende valori, cultura, appartenenza, riconoscimento e paura di perdere il proprio mondo.
Lo certifica una ricerca SWG ispirata al libro di Domenico Petrolo La stagione dell’identità. Dalla Brexit a Trump, perché orgoglio e valori contano più di salari e welfare. Il 47 per cento degli intervistati afferma che voterebbe più facilmente un partito capace di riconoscere e proteggere la sua identità. Il 39 per cento sceglierebbe invece chi promette di migliorare la situazione economica. Il restante 14 per cento non indica una preferenza precisa. Il sondaggio, condotto online tra il 14 e il 20 luglio 2026 su un campione nazionale di 1.400 maggiorenni, fotografa un cambio di paradigma già visibile nelle urne e nelle piazze.
L’identità batte salari e welfare
Il dato principale racconta molto più di una semplice graduatoria tra priorità. Significa che una parte consistente dell’elettorato considera il riconoscimento personale e collettivo più urgente della crescita economica. Non chiede soltanto di stare meglio, ma di sentirsi visto, rispettato e rappresentato. Vuole che qualcuno difenda il suo modo di vivere, la sua idea di famiglia, il suo rapporto con la nazione, la religione, il territorio o i diritti civili.
La campagna elettorale, di conseguenza, non si gioca più soltanto sul prezzo della benzina, sull’Irpef o sulle pensioni. Si combatte attorno a parole come patria, sicurezza, antifascismo, tradizione, immigrazione, genere e libertà. Temi che toccano il cervello emotivo prima ancora del portafoglio e permettono ai partiti di costruire comunità politiche più fedeli di quelle create da una promessa economica destinata spesso a svanire dopo il voto.
È la tesi centrale del libro di Petrolo: nelle democrazie occidentali orgoglio, riconoscimento e valori possono pesare più degli aumenti salariali e delle misure di welfare. Ignorare questa domanda, secondo l’autore, significa consegnare il terreno identitario alle destre più radicali e condannarsi a una lunga permanenza all’opposizione.
La sinistra teme il fascismo, la destra l’Islam e il woke
La ricerca mostra anche quanto le paure cambino a seconda dell’appartenenza politica. Tra gli elettori di sinistra, il pericolo più avvertito riguarda il ritorno del fascismo e delle culture che ne normalizzano simboli, linguaggi e valori. Complessivamente il 54 per cento degli italiani considera questa deriva una minaccia significativa per la propria identità.
A destra, invece, i timori assumono un segno opposto. Il 43 per cento indica l’Islam come una minaccia, mentre il 40 per cento guarda con ostilità alla cultura woke, percepita come un attacco alle tradizioni, ai ruoli sociali e al linguaggio comune. Due mondi politici finiscono così per definirsi soprattutto attraverso ciò che temono: da una parte l’autoritarismo e il revisionismo storico, dall’altra l’immigrazione culturale e la trasformazione dei codici occidentali.
Queste paure non restano astratte. Alimentano campagne, slogan e leadership. Giorgia Meloni ha costruito una parte decisiva della propria ascesa attorno alla difesa dell’identità nazionale, della famiglia e dei confini. Roberto Vannacci spinge ancora più avanti quello stesso schema, opponendo il “mondo al contrario” alla cultura woke, all’immigrazione e alle élite che avrebbero imposto nuovi modelli sociali.
Il terreno perfetto per il boom di Vannacci
Il successo di Vannacci non nasce quindi soltanto dalle provocazioni, dai social o dalla nostalgia di un linguaggio più brutale. Cresce dentro una domanda politica reale: milioni di italiani temono di non riconoscere più il Paese nel quale vivono e cercano qualcuno disposto a dirlo senza sfumature.
Il generale offre una risposta semplice e immediata. Indica un’identità da difendere, una serie di nemici da contrastare e un passato idealizzato al quale tornare. Non promette soltanto una politica diversa, ma la restaurazione di un ordine culturale. Per chi si sente escluso, ignorato o deriso, questa narrazione vale spesso più di una proposta fiscale complessa.
La stessa logica spiega perché la Lega abbia insistito per anni su immigrazione, sicurezza e sovranità e perché Fratelli d’Italia abbia trasformato l’identità nazionale nel proprio marchio politico. Quando quasi un elettore su due chiede protezione culturale prima del benessere materiale, chi parla con maggiore nettezza occupa una posizione di vantaggio.
Quattro italiani su dieci si sentono invisibili
Il dato forse più profondo riguarda però il sentimento di esclusione. Quasi quattro italiani su dieci dichiarano di non sentirsi né rispettati né valorizzati all’interno della società. Questa percezione colpisce soprattutto i ceti più fragili, una parte dell’elettorato di sinistra e, in misura ancora maggiore, chi non si riconosce in nessuno schieramento.
Il 30 per cento considera inoltre la politica incapace di comprenderlo e di prenderne sul serio i problemi. Non si tratta soltanto di povertà o precarietà. È una forma di invisibilità sociale: la sensazione che il proprio lavoro, i propri valori e la propria storia non contino più nulla nelle decisioni pubbliche.
Proprio tra i non schierati questo sentimento può diventare decisivo. Chi non possiede una fedeltà politica consolidata tende a scegliere l’offerta capace di restituirgli dignità, anche attraverso un linguaggio conflittuale. Non vota necessariamente per chi propone la soluzione economica più conveniente, ma per chi gli garantisce di avere ancora un posto nella società.
La campagna elettorale è già cominciata
Per i partiti, la ricerca SWG contiene un messaggio netto. Chi affronterà le prossime elezioni parlando soltanto di conti pubblici, detrazioni e percentuali rischierà di rivolgersi a un Paese che non esiste più. Gli italiani chiedono anche risposte economiche, ma vogliono soprattutto capire quale comunità politica li rappresenti e quale identità intenda proteggere.
La destra parte avvantaggiata perché utilizza da anni questo vocabolario. La sinistra continua invece a oscillare tra la difesa dei diritti, l’allarme antifascista e una proposta sociale che fatica a trasformarsi in appartenenza. Se riduce l’identità a una parola reazionaria, lascia agli avversari un territorio enorme. Se prova a costruirne una propria, deve spiegare chi vuole includere, quali valori intende difendere e quale idea di Paese propone.
Il punto non consiste nello stabilire se sia meglio votare con la pancia o con il portafoglio. Il sondaggio racconta che, per milioni di italiani, le due cose ormai coincidono: chi si sente trascurato economicamente finisce spesso per percepirsi anche minacciato culturalmente. La politica che saprà unire protezione sociale e riconoscimento identitario avrà trovato la formula più potente della prossima campagna elettorale.







