Caso ricina a Pietracatella, Locatelli frena sul duplice omicidio: «Sappiamo che l’hanno ingerita, ma può essere stato un incidente»

Ricina a Pietracatella, Gianni di Vita e la figlia Alice

La ricina c’era e Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita l’hanno ingerita. Oltre questo confine, però, Carlo Locatelli non intende andare. Il direttore del Centro Antiveleni di Pavia, che per primo ha individuato il potentissimo veleno responsabile della morte di madre e figlia a Pietracatella, mette un punto fermo nel giallo che da mesi impegna la Procura di Larino e la Squadra Mobile di Campobasso: la medicina può spiegare che cosa ha ucciso le due donne e indicare come il veleno sia entrato nel loro organismo, ma non può stabilire chi eventualmente glielo abbia somministrato né escludere che l’avvelenamento abbia avuto origine accidentale.

Una precisazione importante, soprattutto dopo le indiscrezioni secondo cui gli investigatori avrebbero raccolto «elementi certi» a sostegno dell’ipotesi del duplice omicidio premeditato.

Locatelli respinge però qualsiasi interpretazione delle sue parole come una svolta rispetto a quanto sostenuto fin dall’inizio: «Nelle mie ultime dichiarazioni non c’è nulla di diverso rispetto a quello che ho sempre detto nei mesi passati. Non capisco quindi questo accanimento. Io non ho mai dichiarato niente di diverso, non sono un investigatore».

Pietracatella, Locatelli: «Le uniche certezze riguardano la ricina»

Il punto dal quale parte il direttore del Centro Antiveleni resta quello scientifico. Gli esami hanno accertato la presenza della ricina e collegato a quella sostanza la morte delle due donne, avvenuta nel dicembre 2025 dopo una drammatica sequenza di malori.

«Le uniche certezze che abbiamo riguardano la presenza della ricina», spiega Locatelli. Da questo dato, tuttavia, il medico non ritiene possibile ricostruire l’origine dell’avvelenamento: «Sulla base di queste non sono in grado di dire se l’esposizione sia stata accidentale o volontaria. Se non si trova nessun’altra spiegazione, rimane anche la possibilità che sia stato un incidente».

La distinzione diventa fondamentale perché l’inchiesta giudiziaria procede su un terreno diverso. La Procura di Larino ha aperto da mesi un fascicolo per duplice omicidio premeditato contro ignoti, mentre cinque medici che seguirono Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita nelle ore precedenti alla morte risultano indagati per omicidio colposo.

Gli investigatori stanno inoltre approfondendo testimonianze, reperti e alimenti sequestrati, mentre gli esperti tedeschi del Robert Koch Institute di Berlino lavorano sugli accertamenti affidati loro dagli inquirenti.

«Noi facciamo i medici, non i poliziotti o i magistrati»

Locatelli traccia una linea molto netta anche quando gli chiedono se conosca gli elementi che gli investigatori avrebbero raccolto negli ultimi mesi.

«Noi non sappiamo cosa abbiano in mano gli investigatori e ci mancherebbe. Noi facciamo i medici, non i poliziotti o i magistrati».

Da una parte, dunque, ci sono le risultanze tossicologiche; dall’altra l’indagine che deve stabilire se qualcuno abbia deliberatamente avvelenato madre e figlia e, in quel caso, ricostruire modalità, movente e responsabilità.

La precisazione arriva mentre la Squadra Mobile di Campobasso continua ad ascoltare persone vicine alle vittime e ad approfondire anche le testimonianze relative a Gianni Di Vita, marito di Antonella e padre di Sara. Gli investigatori hanno ascoltato nei giorni scorsi anche un infermiere amico della famiglia che, durante le ore dei malori, aveva praticato una flebo a Sara e successivamente sua moglie.

Ricina ingerita, Locatelli esclude iniezione e inalazione

Su un punto, invece, gli elementi medici consentono a Locatelli di restringere drasticamente il campo: la ricina sarebbe entrata nell’organismo attraverso l’apparato digerente.

«Possiamo escludere che il veleno sia stato iniettato, perché non c’è alcun segno in questo senso», spiega il medico. Anche la seconda possibile via d’esposizione non coincide con il quadro clinico osservato nelle due donne: «Non è stato nemmeno inalato, perché avrebbe provocato sintomi diversi, come l’irritazione delle vie respiratorie, e non la gastroenterite che hanno avuto».

La conclusione del tossicologo è quindi precisa: «Per me rimane solo l’ingestione».

Resta da stabilire attraverso quale alimento o sostanza madre e figlia abbiano ingerito la ricina. Ed è proprio su questo fronte che acquistano particolare importanza le analisi sui reperti e sugli alimenti recuperati nell’abitazione di Pietracatella.

I due casi di Pietracatella «sono unici al mondo»

Il Centro Antiveleni di Pavia aveva già affrontato altre intossicazioni da ricina, ma nessuna con conseguenze paragonabili a quelle registrate in Molise.

«È evidente che i dosaggi erano diversi. Negli altri casi le persone si sono salvate, in questo no», chiarisce Locatelli.

C’era inoltre una differenza decisiva. Nei precedenti episodi i medici conoscevano l’origine dell’intossicazione: «Avevamo un elemento fondamentale, l’anamnesi: sapevamo che un adulto o un bambino aveva ingerito semi di ricino e potevamo intervenire, per esempio con la lavanda gastrica o inducendo il vomito, per evitare un’intossicazione grave».

Con Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita questo vantaggio non c’era. I sanitari non sapevano che le due donne avessero assunto ricina e quindi non poterono intervenire immediatamente contro quella specifica intossicazione.

Locatelli sottolinea anche l’eccezionalità scientifica della vicenda: «Bisogna inoltre ricordare che quelli molisani sono casi unici al mondo».

Le analisi del Robert Koch Institute di Berlino

Una parte importante degli accertamenti passa ora attraverso il lavoro del Robert Koch Institute, coinvolto nelle analisi sui materiali dell’inchiesta. Il Centro Antiveleni di Pavia collabora con gli specialisti tedeschi mettendo a disposizione la propria esperienza clinica.

«Ci hanno chiesto di collaborare e siamo stati felici di poterci confrontare, visto che siamo tra i pochi a occuparci di casi così particolari», racconta Locatelli.

Le competenze dei due istituti si completano. Gli specialisti tedeschi, spiega il tossicologo, hanno maggiore esperienza nell’individuazione delle sostanze «in contesti investigativi e ambientali», mentre il centro pavese possiede una maggiore esperienza «sui casi di intossicazione nell’uomo».

«Sulle parti biologiche ci siamo confrontati e abbiamo messo a disposizione le nostre competenze, mentre noi non abbiamo voluto occuparci degli aspetti ambientali, perché non è il nostro mestiere».

Locatelli ridimensiona però l’idea che le analisi tedesche possano ribaltare completamente il quadro tossicologico già delineato: «È una collaborazione importante, ma non penso che possa sconvolgere quello che abbiamo già accertato».

Duplice omicidio o incidente, la risposta deve arrivare dall’inchiesta

Il caso resta quindi diviso tra due piani che non vanno sovrapposti. Sul primo, quello medico, esistono ormai alcuni punti fermi: Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita sono morte per un’intossicazione da ricina e, secondo Locatelli, hanno ingerito il veleno. Il quadro clinico consente invece di escludere sia l’iniezione sia l’inalazione.

Sul secondo piano, quello investigativo, resta da ricostruire come la ricina sia arrivata fino alle due donne e soprattutto se qualcuno gliel’abbia somministrata volontariamente.

Le indiscrezioni emerse negli ultimi giorni indicano che gli inquirenti avrebbero raccolto elementi che rafforzano l’ipotesi del duplice omicidio premeditato. Locatelli, però, non li conosce e non pretende di interpretarli.

Per questo non cancella neppure l’ipotesi dell’incidente: non perché disponga di elementi investigativi che la sostengano, ma perché i dati medici, da soli, non permettono di escluderla.

Ed è probabilmente questa la distinzione più importante nell’ultima puntata del giallo di Pietracatella: la ricina ha ormai un nome, una via d’ingresso nell’organismo e due vittime. Stabilire se dietro quel veleno ci sia stata una mano, invece, spetta agli investigatori.