L’Italia scompare dal grande calcio: meno talenti, meno campioni e una Nazionale che rischia di diventare un ricordo

C’era un tempo in cui il calcio italiano rappresentava una destinazione obbligata per i migliori giocatori del pianeta. C’era un tempo in cui la Serie A dominava il mercato, attirava campioni, allenatori e investimenti. C’era un tempo in cui l’Italia partecipava ai Mondiali senza dover nemmeno discutere della qualificazione. Oggi quel tempo sembra appartenere a un’altra epoca.

Mentre negli Stati Uniti si disputa il nuovo Mondiale per club e il grande calcio internazionale continua a correre, l’Italia osserva da lontano. Per la terza volta consecutiva gli azzurri restano fuori da una competizione globale che fino a pochi anni fa rappresentava il terreno naturale della loro presenza. L’assenza non provoca più nemmeno stupore. È forse questo il dato più inquietante.

A New York, tra Mulberry Street e i quartieri che per decenni hanno custodito l’identità italiana oltreoceano, la nostalgia ha lasciato spazio alla rassegnazione. I ristoratori ricordano ancora i festeggiamenti del 2006, ma ammettono che la gente si sta abituando a vedere i grandi tornei senza la Nazionale. Un’abitudine che racconta meglio di qualsiasi statistica il ridimensionamento del nostro calcio.

Il crollo della Serie A nel calcio mondiale

I numeri fotografano una realtà difficile da contestare. Nel Mondiale brasiliano del 2014 l’11,14% dei giocatori proveniva dal campionato italiano. Oggi quella percentuale è scesa al 5,5%. In poco più di dieci anni la Serie A ha perso metà del proprio peso internazionale.

Anche il mercato racconta la stessa storia. I grandi talenti non considerano più l’Italia come prima scelta. I club inglesi, spagnoli, tedeschi e perfino alcune realtà emergenti riescono ad attrarre giocatori che una volta avrebbero scelto senza esitazione Milano, Torino o Roma. Il problema non riguarda soltanto le risorse economiche. Riguarda la qualità del prodotto calcistico, la velocità del gioco, la capacità di valorizzare i giovani e la competitività generale del sistema.

Emanuele Giaccherini, oggi commentatore per Dazn, individua con chiarezza uno dei nodi principali. Secondo l’ex azzurro, il livello medio internazionale è cresciuto molto più rapidamente di quello italiano.

«Qui sono protagonisti i campioni e noi ne abbiamo pochi. Prendiamo l’Olanda: ha in panchina giocatori come Depay e Malen. Attaccanti di questo livello non ne abbiamo. E anche le nazionali medio-piccole giocano con un’intensità superiore alla nostra». Parole che colpiscono soprattutto perché arrivano da chi ha vissuto dall’interno una delle ultime Nazionali capaci di competere davvero ai massimi livelli.

Il problema non è la tattica, ma la mentalità

Per anni il calcio italiano ha costruito la propria identità sulla tattica, sull’organizzazione difensiva e sulla capacità di soffrire. Qualità che continuano ad avere un valore, ma che da sole non bastano più. Il calcio moderno premia ritmo, aggressività, tecnica ad alta velocità e coraggio. Aspetti nei quali molte nazionali europee hanno compiuto un salto di qualità che l’Italia non è riuscita a seguire. Andrea Stramaccioni individua proprio nella mentalità uno dei problemi principali.

«Dobbiamo abbandonare l’atteggiamento troppo speculativo e giocarcela di più. Paghiamo anche una pressione enorme, giochiamo con troppa tensione. Dobbiamo esaltare le nostre virtù e fare della qualità della manovra il nostro Dna».

L’impressione è che il calcio italiano continui spesso a discutere delle conseguenze invece che delle cause. All’Europeo disputato sotto la guida di Luciano Spalletti, ad esempio, il dibattito si è concentrato persino sull’uso della Playstation da parte dei giocatori. Nel frattempo altre nazionali lavoravano su velocità, preparazione atletica e sviluppo tecnico.

La differenza emerge sul campo. Oggi una Svizzera, un Canada o una Bosnia affrontano le partite con una personalità che fino a pochi anni fa apparteneva soltanto alle grandi potenze calcistiche.

La rifondazione passa dalla Figc

L’elezione di Giovanni Malagò alla guida della Federcalcio apre ora una fase nuova. Tra le priorità del nuovo corso c’è la scelta del commissario tecnico e soprattutto la definizione di una struttura tecnica capace di accompagnare la ricostruzione.

I nomi sul tavolo sono prestigiosi. Paolo Maldini rappresenta il profilo più evocativo. Demetrio Albertini garantisce esperienza istituzionale e conoscenza del sistema. Gianluigi Buffon continua a incarnare un simbolo della Nazionale moderna.

Nelle ultime ore è emersa anche la candidatura di Giuseppe Bergomi, figura rispettata e trasversale, capace di parlare sia alla generazione dei campioni del passato sia ai giovani che cercano nuovi punti di riferimento.

Ma nessun dirigente e nessun allenatore potrà risolvere da solo una crisi che nasce da lontano. Servono investimenti sui vivai, stadi moderni, maggiore coraggio nella valorizzazione dei giovani e una revisione profonda della cultura calcistica nazionale.

L’Italia che conquistò Wembley nel 2021 appare oggi lontanissima. Quella vittoria resta l’ultimo lampo di una tradizione straordinaria che continua a vivere nella memoria collettiva. Il rischio, però, è che diventi soltanto questo: un ricordo. Perché nel calcio internazionale nessuno aspetta chi si ferma. E l’Italia, da troppo tempo, corre molto più lentamente degli altri.