Valter Lavitola ha trascorso gran parte della propria vita abbastanza vicino al potere da influenzarlo, ma mai abbastanza dentro da possederlo davvero. Giornalista, editore, candidato senza successo, intermediario internazionale, ristoratore e soprattutto faccendiere: ogni definizione racconta soltanto un frammento del personaggio.
A sessant’anni, il suo nome torna al centro della cronaca con l’accusa più grave. La Procura di Roma lo considera il presunto mandante dell’attentato contro Sigfrido Ranucci, l’amico che avrebbe voluto trasformare in un leader politico. Il gip ha disposto il carcere e gli inquirenti gli contestano anche il metodo mafioso. Lavitola resta innocente fino a una sentenza definitiva, ma l’ultima inchiesta sembra riunire tutti gli elementi ricorrenti della sua storia: politica, informazione, relazioni personali e ambizione.
Dal socialismo a Berlusconi: l’uomo che cercava una candidatura
Lavitola nasce a Salerno nel 1966, studia Scienze politiche a Napoli e si avvicina giovanissimo al Partito socialista italiano, nella stagione dominata da Bettino Craxi. Negli anni Novanta entra nell’orbita di Silvio Berlusconi e costruisce rapporti che lo porteranno a frequentare aerei di Stato, residenze private e ambienti governativi.
Nel 2004 Forza Italia lo candida alle elezioni europee nella circoscrizione Sud. Ottiene decine di migliaia di preferenze, ma non conquista il seggio. Nel 2008 prova nuovamente a entrare nelle liste, senza riuscirci. Quella porta chiusa non cancella la sua influenza: Lavitola continua a muoversi accanto alla politica come emissario informale e organizzatore di relazioni.
La vicinanza con Berlusconi diventa però anche il centro di una vicenda giudiziaria. Nel 2013 riceve una condanna a due anni e otto mesi per tentata estorsione ai danni dell’ex presidente del Consiglio. Secondo i giudici, chiese cinque milioni di euro per mantenere il silenzio sugli aspetti dell’inchiesta barese relativa alle escort.
L’«Avanti!» e i 23 milioni di contributi pubblici
Il principale strumento politico e personale di Lavitola diventa il quotidiano L’Avanti!, testata distinta dallo storico giornale socialista. Attraverso la cooperativa International Press ne assume il controllo e nel 2003 ne diventa direttore.
Il giornale raggiunge il massimo della propria influenza nel 2010, quando pubblica un documento del governo di Saint Lucia destinato ad alimentare lo scandalo della casa di Montecarlo. Il caso colpisce Gianfranco Fini, allora avversario interno di Berlusconi, e trasforma Lavitola in uno dei protagonisti della guerra nel centrodestra.
Dietro il peso politico della testata, però, cresce l’inchiesta sui finanziamenti pubblici. La Procura di Napoli accusa Lavitola e gli altri responsabili di avere ottenuto indebitamente circa 23,2 milioni di euro destinati all’editoria tra il 1997 e il 2009. Nel 2012 Lavitola patteggia tre anni e otto mesi; nel 2015 la Corte dei conti condanna lui e Sergio De Gregorio a restituire oltre 23 milioni allo Stato. Il Fatto Quotidiano ha ricostruito le condanne e i principali procedimenti giudiziari.
La latitanza, Panama e la compravendita dei senatori
Nel settembre 2011, quando un giudice ordina il suo arresto, Lavitola si trova in America Latina. Rimane irreperibile per circa otto mesi, muovendosi soprattutto tra Panama e Argentina. Il 16 aprile 2012 torna in Italia, si consegna e finisce nel carcere di Poggioreale.
A Panama aveva costruito rapporti stretti con il presidente Ricardo Martinelli e con ambienti governativi. Un’inchiesta italiana lo indica come intermediario in un presunto sistema di tangenti legato a un appalto da 176 milioni di dollari per la costruzione di carceri. Il suo nome compare anche nel processo sulla cosiddetta compravendita dei senatori che contribuì alla caduta del governo Prodi: nel 2015 arriva una condanna in primo grado per corruzione, ma il procedimento si conclude successivamente con la prescrizione.
Nel 2016, dopo circa quattro anni di detenzione, lascia il carcere per proseguire ai domiciliari. Lontano dai palazzi romani, riparte dalla ristorazione. Nel suo locale incontra politici, imprenditori, giornalisti e uomini delle istituzioni. Tra i clienti e gli amici compare anche Sigfrido Ranucci.
Dall’amicizia con Ranucci all’accusa per la bomba
Ranucci e Lavitola si frequentano da anni. Il giornalista non ha mai nascosto quel rapporto e, quando nel luglio scorso emerge il nome dell’imprenditore nell’inchiesta sulla bomba, parla ancora di un vero amico. Proprio questa vicinanza rende il movente ipotizzato dal gip ancora più spiazzante.
Secondo l’ordinanza, Lavitola non avrebbe voluto vendicarsi di Ranucci, ma accrescerne la popolarità attraverso un falso attentato intimidatorio. Il progetto prevedeva una successiva candidatura del conduttore di Report e un ruolo di primo piano per Lavitola nel nuovo scenario. Gli inquirenti definiscono Ranucci vittima inconsapevole della manipolazione.
L’ex direttore dell’Avanti! respinge l’accusa. Saranno gli interrogatori e il processo a stabilire se abbia davvero organizzato l’attentato. Nella sua storia, tuttavia, ritorna ancora una volta la stessa ossessione: trovare una strada laterale verso il potere, costruire un leader, orientarne il destino e diventare indispensabile senza apparire mai sulla scheda elettorale.







