Settantuno miliardi e mezzo di dollari. E potrebbe essere soltanto l’inizio del conto. È la cifra che secondo le Nazioni Unite servirà per rimettere in piedi Gaza dopo anni di guerra e distruzione, ma dietro quel numero gigantesco ce ne sono altri che raccontano forse ancora meglio ciò che resta dell’economia della Striscia: la guerra ha danneggiato o distrutto il 92% delle attività economiche, più della metà degli ospedali e dei centri sanitari di base non funziona e meno dell’1,5% dei terreni agricoli resta contemporaneamente accessibile e intatto.
Non si tratta quindi soltanto di ricostruire palazzi, strade e infrastrutture. Il rapporto dell’UNCTAD descrive un sistema economico che ha perso gran parte della propria capacità di produrre reddito e lavoro e che, secondo le stime delle Nazioni Unite, avrà bisogno di decenni e di un intervento internazionale di dimensioni enormi per recuperare. La cifra dei 71,5 miliardi, inoltre, non rappresenta un tetto: l’ONU precisa che potrà aumentare man mano che emergeranno ulteriori danni.
Il 92% delle attività economiche è stato colpito
Il dato forse più impressionante riguarda proprio ciò che dovrebbe consentire alla popolazione di tornare a vivere senza dipendere quasi interamente dagli aiuti. Secondo l’UNCTAD, dall’ottobre 2023 la guerra ha danneggiato o distrutto il 92% delle attività economiche capaci di produrre occupazione e reddito. Agricoltura e industria producono il 94% in meno rispetto ai livelli del 2022, mentre nell’edilizia il crollo arriva al 99%.
Il risultato si vede immediatamente sul lavoro. Il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 78%, mentre oltre il 90% della popolazione in età lavorativa non ha un impiego. Nel 2025 il Pil pro capite è precipitato a 212 dollari, appena il 17% del livello del 2022. Anche il peso economico della Striscia all’interno dell’economia palestinese è quasi scomparso: prima dell’ottobre 2023 Gaza rappresentava il 17,4% del Pil palestinese, nel 2025 la sua quota è scesa sotto il 4%.
Sono numeri che rendono evidente la dimensione del problema. Ricostruire gli edifici senza far ripartire contemporaneamente imprese, agricoltura, industria, energia e occupazione significherebbe infatti restituire alla popolazione un territorio materialmente riparato ma economicamente incapace di reggersi.
Ospedali fuori uso e agricoltura quasi cancellata
La devastazione riguarda anche le strutture indispensabili alla vita quotidiana. Più della metà degli ospedali e dei centri di assistenza sanitaria primaria non funziona, mentre meno dell’1,5% delle terre coltivabili resta accessibile e intatto. Una condizione che aumenta ulteriormente la dipendenza della popolazione dagli aiuti alimentari internazionali.
Anche i prezzi raccontano un’economia fuori scala. Nel 2025 il livello generale dei prezzi ha superato del 274% quello del 2022, con alcuni beni essenziali, dal gas da cucina alle patate, venduti a cifre molte volte superiori rispetto a quelle precedenti alla guerra.
La prima valutazione congiunta di Banca Mondiale, Unione Europea e Nazioni Unite aveva già calcolato 35,2 miliardi di dollari di danni alle infrastrutture fisiche e altri 22,7 miliardi di perdite economiche e sociali all’inizio del 2026. La nuova stima porta invece a 71,5 miliardi il fabbisogno complessivo per recupero e ricostruzione.
E il conto può ancora aumentare
È questo forse il passaggio più pesante del rapporto: 71,5 miliardi non rappresentano necessariamente il conto finale. L’UNCTAD avverte esplicitamente che la cifra potrebbe aumentare quando emergeranno altri danni. Pedro Manuel Moreno, segretario generale ad interim dell’organismo ONU, presentando il rapporto a Ginevra ha confermato che quella rappresenta la valutazione più recente elaborata insieme a Banca Mondiale, Unione Europea e Nazioni Unite, ma il totale può ancora salire.
E la crisi economica non si ferma ai confini della Striscia. L’UNCTAD segnala un forte deterioramento anche in Cisgiordania, dove pesano la riduzione dell’accesso alla terra e alle risorse naturali, la perdita di posti di lavoro, gli sfollamenti e la crisi delle finanze pubbliche palestinesi. Tra gennaio 2019 e marzo 2026, secondo il rapporto, trattenute e deduzioni sulle entrate fiscali palestinesi hanno superato complessivamente 3,67 miliardi di dollari, una cifra equivalente all’83% delle entrate nette palestinesi del 2025.
Non basta ricostruire le case
Per le Nazioni Unite il problema, dunque, non consiste semplicemente nel rimettere mattoni dove oggi ci sono macerie. Bisogna ricostruire una capacità produttiva praticamente cancellata, facendo ripartire agricoltura, industria, edilizia, energia e tecnologia e ricreando centinaia di migliaia di posti di lavoro.
L’UNCTAD indica tre priorità immediate: trasferire le entrate fiscali palestinesi trattenute, proteggere il sistema bancario e garantire finanziamenti internazionali proporzionati alla dimensione effettiva della devastazione. L’obiettivo dichiarato non consiste semplicemente nel riportare Gaza alla situazione precedente all’ottobre 2023, ma nel creare le condizioni perché possa nuovamente esistere un’economia funzionante.
Perché 71,5 miliardi di dollari possono comprare cemento, acciaio, ospedali, strade e abitazioni. Ma ricostruire un’economia nella quale la guerra ha colpito nove attività su dieci, quasi nessuno lavora e praticamente tutta la terra agricola risulta inutilizzabile richiederà molto più del semplice conto delle macerie.







