La legge elettorale non divide soltanto il centrodestra. Mentre Giorgia Meloni valuta l’ipotesi di anticipare le elezioni politiche alla primavera del 2027, anche il Partito democratico si ritrova alle prese con un confronto interno che rischia di pesare sulla strategia dell’opposizione. Al centro della discussione ci sono le preferenze, un tema che da sempre attraversa i partiti e che oggi rappresenta uno dei punti più delicati della riforma allo studio della maggioranza.
Elly Schlein ha scelto una linea netta. Per la segretaria dem la proposta del centrodestra è «inemendabile» e va respinta senza tentativi di correzione che potrebbero finire per legittimarla. Ma nell’ala riformista cresce la convinzione che il Pd non possa limitarsi a dire no e debba invece incalzare la maggioranza proprio sul terreno delle preferenze, chiedendo ai partiti di governo di mantenere le promesse fatte agli elettori.
A dare voce a questa posizione è Stefano Bonaccini. Il presidente del Partito democratico, in un’intervista a La Stampa, ribadisce l’opposizione alla riforma ma invita il partito a stanare Giorgia Meloni sulle contraddizioni della maggioranza. «Meloni continua a dire di volere le preferenze, io dico che purtroppo non le metteranno, vedremo chi ha ragione», afferma.
Bonaccini sfida Meloni sulle preferenze
Per Bonaccini la riforma elettorale proposta dal centrodestra presenta due criticità fondamentali. La prima riguarda il premio di maggioranza, che il presidente del Pd giudica eccessivo e potenzialmente in grado di alterare gli equilibri istituzionali.
«La proposta della destra è irricevibile: vogliono un premio di maggioranza abnorme per eleggersi da soli il prossimo presidente della Repubblica», sostiene.
Il secondo punto riguarda invece proprio le preferenze. Secondo Bonaccini, il centrodestra continua a parlare di maggiore partecipazione degli elettori, ma difficilmente tradurrà quella promessa nel testo definitivo della riforma.
«Penso impediranno ai cittadini di scegliere i propri rappresentanti», dice il governatore emiliano, spiegando che proprio su questo terreno il Pd dovrebbe concentrare la battaglia parlamentare. «Per mettere la destra davanti alle proprie contraddizioni bisogna colpire su entrambi i punti. Meloni continua a dire di volere le preferenze, io dico che purtroppo non le metteranno».
Il ragionamento dell’ex presidente dell’Emilia-Romagna va oltre il semplice confronto con il governo. Le preferenze rappresentano infatti uno dei temi più sensibili anche dentro il Partito democratico, perché modificano profondamente il rapporto tra le segreterie nazionali e gli eletti sui territori. Da una parte rafforzano il ruolo degli elettori nella scelta dei parlamentari, dall’altra riducono il controllo dei vertici sulle candidature.
Il timore del voto anticipato e il rebus della legge elettorale
Bonaccini non crede che il Paese andrà alle urne già nel prossimo autunno, ma vede con preoccupazione il tentativo della maggioranza di modificare le regole del voto a ridosso della fine della legislatura.
«Cambiano le regole all’ultimo minuto perché temono di perdere e per cambiare, di fatto, la Costituzione», attacca il presidente del Pd.
Secondo l’esponente democratico, mentre il governo concentra l’attenzione sulla legge elettorale e sugli equilibri politici, il Paese affronta problemi economici ben più urgenti. «L’Italia è ormai in recessione, si moltiplica il numero delle imprese in crisi, la cassa integrazione galoppa e le famiglie sono intrappolate tra inflazione e bollette alle stelle. Ma le loro uniche ossessioni sono la legge elettorale e Vannacci. Prima si vota e meglio è, perché non si occupano degli italiani».
Dietro il dibattito sulla riforma resta comunque la variabile politica più importante: la data delle prossime elezioni. Giorgia Meloni continua a preferire un voto anticipato nella primavera del 2027, ipotesi che consentirebbe al centrodestra di sfruttare una finestra temporale più favorevole. Ma una decisione di questo tipo non dipende soltanto dalla volontà della presidente del Consiglio. L’eventuale scioglimento anticipato delle Camere resta infatti una prerogativa del presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
Vannacci, il centrosinistra e la corsa verso Palazzo Chigi
Nell’intervista Bonaccini affronta anche il tema che ormai domina il dibattito nel centrodestra: la crescita di Roberto Vannacci.
Secondo il presidente del Pd, Meloni e Salvini si trovano davanti a un dilemma politico senza una soluzione semplice. «Sono caduti nella trappola che hanno costruito con le proprie mani: se fanno l’alleanza con lui Vannacci non porta un voto in più, ma rischia di prendersi la “golden share” della destra e mettere in fuga i moderati; se lo tengono fuori, Vannacci ruba voti alla destra e perdono le elezioni».
Sul fronte del centrosinistra, Bonaccini invita invece a non accelerare sulla scelta del candidato premier. Prima, spiega, bisognerà definire il programma comune e conoscere con quali regole si voterà. Solo dopo arriverà il nome destinato a guidare la coalizione.
Il presidente del Pd difende anche la leadership di Elly Schlein, respingendo le ricostruzioni secondo cui una parte dell’establishment democratico non la riterrebbe pronta per Palazzo Chigi. «Le diffidenze possono esserci, ma le supereremo, perché Elly farebbe meglio di Meloni», sostiene.
Infine, lancia un messaggio agli alleati. Per Bonaccini il centrosinistra non può permettersi di restringere il perimetro della coalizione. «Sarebbe un errore clamoroso» pensare di vincere soltanto con Pd, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi-Sinistra. L’obiettivo, dice, deve essere quello di costruire un’alleanza capace di tenere insieme anche le forze moderate, liberali e riformiste.
È un ragionamento che guarda oltre la legge elettorale e arriva direttamente alle prossime politiche. Perché il sistema con cui si voterà sarà importante, ma altrettanto decisiva sarà la capacità dei partiti di presentarsi agli elettori con una coalizione competitiva. E proprio sulle preferenze, oggi, passa una delle prime vere linee di frattura sia nel centrodestra sia nel Partito democratico.







