Vittorio Feltri al Quirinale? La sua risposta è irresistibile: «Sono tutti ubriachi. Senza il gatto e una fidanzata non ci vado»

Vittorio Feltri ospite di Piero Chiambretti durante la quarta puntata del programma di Rai3 “Donne sull’orlo di una crisi di nervi”, Milano, 2 ottobre 2024. ANSA/DANIEL DAL ZENNARO

Vittorio Feltri presidente della Repubblica? L’ipotesi torna a circolare mentre il centrodestra cerca un nome per il dopo Mattarella, ma il diretto interessato reagisce come soltanto lui potrebbe fare: «Sono tutti ubriachi. Cosa c’entro io con la Repubblica?».

L’idea lo onora, ammette, ma soprattutto lo diverte. Feltri non si vede trasferito a Roma, chiuso nelle stanze del Quirinale e costretto ad abbandonare le proprie abitudini. Il protocollo, gli incontri ufficiali e le delegazioni straniere rappresentano l’opposto della vita che vorrebbe condurre. Senza dimenticare le rinunce davvero imperdonabili: il gatto e la possibilità di portarsi una fidanzata.

«Ma dai, io a Roma? Chiuso al Quirinale, da solo, senza inquilini, senza il mio gatto, senza potermi portare una fidanzata… Solo di notte e obbligato a incontrare tutti quegli stranieri delle delegazioni di giorno, per carità», scherza l’ex direttore, smontando in poche battute la possibile candidatura.

Il Quirinale, insomma, potrà esercitare un fascino enorme sugli aspiranti presidenti, ma non abbastanza da convincere Feltri a lasciare Milano, il proprio gatto e una libertà incompatibile con gli obblighi del capo dello Stato.

Feltri e i 47 voti conquistati al Quirinale nel 2015

L’ipotesi non nasce completamente dal nulla. Vittorio Feltri ha già ricevuto voti per la presidenza della Repubblica. Accadde nel 2015, durante l’elezione che portò Sergio Mattarella al Quirinale: il suo nome comparve su 47 schede.

Secondo Feltri, a far circolare la candidatura furono probabilmente Giorgia Meloni e Matteo Salvini. Non abbastanza voti per avvicinarlo al Colle, ma sufficienti per regalargli uno dei ricordi più divertenti di quella votazione: la reazione di Laura Boldrini, allora presidente della Camera, costretta a leggere ad alta voce il suo nome durante lo spoglio.

«La Boldrini, che era anche una bella donna, si ingrugniva ogni volta che doveva leggere “Vittorio Feltri” sui foglietti», racconta. Poi aggiunge: «Era più forte di lei, cambiava espressione, poverina».

Feltri ricorda quindi i 47 voti non come l’inizio di una possibile carriera istituzionale, ma come uno scherzo politico capace di disturbare la solennità della cerimonia. Ogni scheda con il suo nome diventava l’occasione per osservare la trasformazione del volto di Boldrini e divertirsi a distanza.

Undici anni dopo, però, lo scenario appare diverso. Il centrodestra guida il Paese e potrebbe avere la possibilità di indicare con ben altra forza il successore di Mattarella. Il nome di Feltri non rappresenterebbe più soltanto un voto di bandiera o una provocazione, anche se lui continua a trattarlo esattamente così.

L’incontro con Mattarella e il presunto passaggio di testimone

Feltri conserva invece un ricordo affettuoso dell’attuale presidente della Repubblica. Durante un incontro pubblico, Sergio Mattarella entrò nella sala e, tra tutti gli ospiti, si fermò proprio davanti alla sua poltrona. Si chinò e gli strinse la mano.

«È stata una cosa emozionante che non mi aspettavo», racconta Feltri. «Io ero seduto tra gli ospiti e quando è entrato Sergio Mattarella si è fermato solo davanti alla mia poltrona, si è chinato verso di me e mi ha dato la mano. A me Mattarella è molto simpatico».

Quando qualcuno prova a interpretare quel gesto come una sorta di investitura o di passaggio di testimone, Feltri interrompe immediatamente la suggestione: «Ma sarebbe una cosa da clinica psichiatrica, dai».

Nessun messaggio in codice, dunque, e nessuna benedizione del presidente uscente al possibile successore. Soltanto una stretta di mano che ha emozionato un giornalista solitamente poco incline ai sentimentalismi. Feltri mostra simpatia per Mattarella, ma non intende prenderne il posto né ereditarne il carico di cerimonie e responsabilità.

Al Quirinale no, ma Di Pietro sindaco di Milano sì

Se la propria candidatura al Colle gli sembra materia da clinica psichiatrica, Feltri considera invece molto più sensata un’altra proposta: Antonio Di Pietro sindaco di Milano. L’idea è stata avanzata da Daniela Santanchè e trova il pieno consenso dell’ex direttore.

«Quella, al contrario, avrebbe un senso. Di Pietro sarebbe perfetto», afferma. La ragione riguarda il legame dell’ex magistrato con Milano e la sua conoscenza diretta della città: «Conosce benissimo questa città: le sue difficoltà, i suoi difetti».

Feltri separa così nettamente le due ipotesi. Antonio Di Pietro a Palazzo Marino sarebbe una candidatura politica concreta e coerente; Vittorio Feltri al Quirinale rimane invece una fantasia divertente, buona soprattutto per immaginare il presidente della Repubblica mentre tenta di convincere il cerimoniale a far entrare il gatto e una fidanzata nel palazzo.

Il centrodestra potrà anche continuare a cercare il nome giusto per il dopo Mattarella. Feltri, almeno a parole, si è già chiamato fuori. Non per modestia, timore o mancanza di voti, ma per ragioni molto più serie: Roma è lontana, le delegazioni straniere sono troppe e la solitudine del Quirinale non contempla neppure la compagnia del gatto.