Alessandro Borghi contro Vannacci: «È il Fabrizio Corona della politica». Poi sui migranti: «Dovrebbero occuparsene le istituzioni»

Alessandro Borghi

«Vannacci è il Corona della politica». Ad Alessandro Borghi bastano sei parole per incendiare la conferenza stampa veneziana di Nessun dolore, il nuovo film di Gianni Amelio presentato fuori concorso alla Mostra del cinema e in arrivo nelle sale il 24 settembre. Il protagonista è un libraio romano la cui esistenza viene sconvolta dall’incontro con un bambino migrante, ma dalla finzione il confronto si sposta rapidamente sull’attualità, fino alla «remigrazione» e a Roberto Vannacci.

Borghi non si sottrae, anche se sceglie inizialmente una risposta più articolata: l’immigrazione è «una questione complessa» e il suo auspicio sarebbe quello di poter immaginare un finale diverso per la storia raccontata da Amelio, nel quale il protagonista non debba trasformare la propria abitazione in un rifugio perché sono le istituzioni a prendersi cura delle persone che hanno bisogno di accoglienza.

Poi interviene Valeria Golino, coprotagonista del film. E quando il discorso torna sul generale, Borghi piazza la battuta destinata inevitabilmente a diventare il titolo della giornata: «Vannacci è il Corona della politica».

Borghi, Vannacci e la battuta che accende Venezia

Il riferimento è naturalmente a Fabrizio Corona, personaggio capace da anni di trasformare provocazioni, polemiche e scontri pubblici in una formidabile macchina mediatica. Borghi non sviluppa ulteriormente il paragone, ma la frase arriva nel momento in cui la discussione riguarda il linguaggio politico di Vannacci e il concetto di «remigrazione».

Più distaccata la reazione di Valeria Golino. «Vannacci non so chi è», dice l’attrice, precisando di non voler essere provocatoria. «Quelle parole non le ascolto». Golino si dice convinta che determinati fenomeni abbiano una parabola destinata prima o poi a esaurirsi: «Il brutto linguaggio, quel tipo di contenuti passerà perché sono convinta che non può durare». È a quel punto che Borghi chiude il discorso con la sua definizione del generale.

L’attore arriva alla Mostra in un momento in cui Vannacci e il suo Futuro Nazionale sono al centro del dibattito politico. Ma la posizione espressa da Borghi sull’immigrazione parte soprattutto dalla storia raccontata dal film e dalla domanda che la attraversa: fino a che punto può essere scaricata sul singolo cittadino la responsabilità di affrontare problemi che dovrebbero appartenere alle istituzioni?

Nessun dolore, Borghi diventa un libraio travolto dall’incontro con un bambino migrante

Nel film Borghi interpreta Davide, un uomo che vende libri usati su una bancarella all’ombra delle mura del Vaticano. È convinto che i libri «dovrebbero camminare con le proprie gambe» e per questo li vende, ma spesso li regala. Tra le persone che frequentano la bancarella c’è una professoressa interpretata da Valeria Golino, che continua a portargli volumi perché nella propria casa non sa più dove metterli.

La vita ordinaria di Davide cambia quando incontra per strada un bambino migrante. Il piccolo non gli chiede denaro e nemmeno qualcosa da mangiare: vuole semplicemente rimanere con lui. Davide non può accoglierlo e quell’incontro mancato diventa un senso di colpa sempre più difficile da sopportare.

Comincia così ad aprire la propria casa a migranti e persone senza dimora. Gli ospiti aumentano fino a quando la situazione diventa ingestibile e l’uomo esplode gridando: «Questa è casa mia!». Ma alla fine non caccia nessuno. È lui ad andarsene.

Ed è proprio da questo paradosso che Borghi ricava la propria riflessione: in un’altra versione della storia vorrebbe che Davide non fosse costretto a risolvere personalmente il problema, perché a farlo dovrebbero essere le istituzioni.

Il rapporto con Gianni Amelio: «È l’unico che mi fa fare tutto quello che vuole»

Per Borghi è anche il ritorno sul set con Gianni Amelio dopo Campo di battaglia. Il rapporto tra attore e regista emerge con grande chiarezza dalle parole pronunciate a Venezia. Borghi si definisce un «cavallo pazzo» abituato a improvvisare, mentre con Amelio accetta una disciplina molto più rigida.

«Sei l’unico che ascolto sul set», racconta rivolgendosi direttamente al regista. Lavorare con lui significa, spiega, evitare le soluzioni più semplici e cercare continuamente una condizione di scomodità nella recitazione. Quando sente arrivare il richiamo «Ale…», scherza, sa già che sta per prendersi una «cazziata».

Davide, racconta Borghi, è inoltre molto distante dalla sua personalità. Proprio per questo l’attore ha cercato di evitare di trasferire automaticamente se stesso nel personaggio, seguendo il rigore imposto dal regista.

Borghi parla della sindrome di Tourette: «Amelio mi ha detto di metterla nel film»

C’è però un elemento profondamente personale che Borghi ha portato dentro Nessun dolore: la sindrome di Tourette. L’attore racconta di avere un tic e che è stato lo stesso Amelio a proporgli di utilizzarlo per costruire Davide.

Un particolare che il film non sente il bisogno di spiegare allo spettatore. Borghi ricorda che qualcosa di simile era già accaduto in Campo di battaglia, dove il suo personaggio aveva il labbro leporino senza che la sceneggiatura fornisse necessariamente una spiegazione.

Nel nuovo film il tic diventa un segnale della fragilità di Davide e aumenta quando il personaggio si trova sotto pressione, proprio come accade all’attore nella vita reale.

Poi il cinema incontra inevitabilmente la politica. Immigrazione, accoglienza, istituzioni, «remigrazione» e Vannacci entrano nella discussione. E Borghi, dopo molte riflessioni sul suo personaggio e sul lavoro con Amelio, trova la sintesi più rumorosa: «Vannacci è il Corona della politica».