NAZA, tutto quello che c’è da sapere sul film che sconvolge Israele: i 24 militari, l’IA per scegliere i bersagli e la furia del governo Netanyahu

Naza al cinema

Ottanta minuti girati in gran parte di notte, sui tetti di Tel Aviv, ventiquattro testimonianze di militari e uomini dell’intelligence israeliana con identità protetta, più di cento fonti contattate durante oltre tre anni di lavoro, sistemi di sorveglianza, algoritmi che contribuiscono alla selezione dei bersagli e una domanda che attraversa tutto il film: come si arriva a trasformare la possibile morte di civili in un parametro inserito nel processo che precede un bombardamento? È dentro questa domanda che si trova il cuore di NAZA, il documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor diventato in poche settimane molto più di un film.

Presentato in concorso all’83ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, dove ha conquistato il Premio speciale della giuria e una lunghissima standing ovation, NAZA ha provocato una violentissima reazione politica in Israele. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha accusato i due cineasti israeliani di rappresentare l’Idf come un esercito di criminali di guerra e ha definito intollerabile che simili accuse arrivino dall’interno del Paese. Il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir li ha definiti una «vergogna» e un «disonore», mentre il ministro della Cultura Miki Zohar si è spinto fino a chiedere la revoca della loro cittadinanza. L’Idf, dal canto suo, respinge parti sostanziali della ricostruzione e sostiene che il documentario contenga errori e rappresentazioni scorrette delle procedure militari.

Nel frattempo è accaduto qualcosa che probabilmente nessuno si aspettava: in Italia un documentario di 80 minuti sulla guerra a Gaza è diventato un fenomeno cinematografico. Il 28 settembre, primo giorno nelle sale, ha incassato 451.872 euro, conquistando immediatamente la testa del box office. Al 30 settembre Cinetel registrava un incasso complessivo di 1.806.945 euro e oltre 243 mila spettatori. L’uscita, inizialmente concepita come un evento limitato a tre giorni, è stata quindi prolungata e numerose sale hanno deciso di continuare a programmarlo.

Che cosa significa NAZA

Per capire il film bisogna partire dal titolo. NAZA deriva dall’espressione ebraica nezek agavi, “danno collaterale”, e nel contesto raccontato dal documentario indica la stima delle vittime civili che potrebbero accompagnare un attacco contro un determinato obiettivo militare.

Non si tratta, dunque, del nome di un’intelligenza artificiale. È un parametro che entra nel processo di valutazione di un attacco. Il documentario racconta invece anche altri strumenti utilizzati dall’apparato militare e di intelligence israeliano, alcuni dei quali basati sull’elaborazione automatizzata di enormi quantità di informazioni. Fra i nomi emersi negli ultimi anni ci sono Lavender, utilizzato per classificare potenziali obiettivi attraverso l’analisi dei dati; Habsora, legato all’individuazione di edifici e infrastrutture; e il sistema di tracciamento soprannominato Where’s Daddy?, che secondo le ricostruzioni raccolte dalle inchieste alla base del film servirebbe a individuare il momento nel quale una persona considerata un bersaglio torna nella propria abitazione.

Ed è qui che NAZA diventa inquietante, perché il film non si concentra soltanto sulle bombe, ma sul percorso che precede il momento in cui vengono sganciate: telefoni, intercettazioni, immagini, localizzazioni, rapporti familiari, movimenti delle persone, algoritmi e valutazioni umane confluiscono in una gigantesca macchina informativa.

L’Idf contesta questa rappresentazione quando suggerisce che siano le macchine a decidere chi deve morire. L’esercito israeliano riconosce l’impiego di sistemi di intelligenza artificiale a supporto delle proprie attività, ma sostiene che la decisione finale di colpire spetti sempre a esseri umani, che le proprie regole vietino di prendere deliberatamente di mira i civili e che vengano adottate misure per limitarne le vittime.

Le 24 voci che arrivano dall’interno dell’Idf

La forza narrativa di NAZA nasce soprattutto da una scelta: Abraham e Szor non raccontano il sistema soltanto dall’esterno. Lo fanno descrivere a 24 persone provenienti dall’intelligence e dalle forze armate israeliane, proteggendone identità, volti e voci.

Il film le porta davanti alla macchina da presa nel buio di Tel Aviv e lascia che siano loro a ricostruire procedure, ordini, sistemi di sorveglianza e meccanismi di selezione degli obiettivi. Ma quelle ventiquattro persone rappresentano soltanto la parte visibile di un lavoro molto più ampio. Gli autori hanno rivelato di avere parlato con oltre cento fonti che conoscevano, a diverso titolo, i sistemi utilizzati dall’Idf. Non tutte hanno accettato di comparire nel documentario.

Il punto è importante proprio perché una delle principali contestazioni rivolte al film riguarda l’anonimato delle testimonianze. Abraham e Szor sostengono di avere incrociato le informazioni, verificato le testimonianze e utilizzato anche documenti riservati e altre fonti di conferma. Una parte delle rivelazioni, inoltre, era già emersa nelle inchieste giornalistiche pubblicate dal 2023 in avanti, sulle quali il film costruisce la propria struttura.

Tra le affermazioni più controverse ce n’è una secondo cui, per un determinato obiettivo, sarebbe stata accettata la possibilità di provocare fino a 500 vittime civili. L’Idf nega espressamente questo episodio e contesta diverse ricostruzioni contenute nel documentario. È uno dei punti sui quali lo scontro fra gli autori e l’esercito israeliano rimane frontale.

Dai telefoni di Gaza al sistema “Where’s Daddy?”

Una delle parti più impressionanti riguarda la capacità di sorveglianza. Secondo le testimonianze raccolte dagli autori, l’intelligence può ricostruire movimenti, contatti e abitudini attraverso telefoni e altri segnali elettronici, fino a stabilire quando una persona individuata come obiettivo si trovi nella propria abitazione.

Il sistema soprannominato “Where’s Daddy?”, “Dov’è papà?”, viene descritto come uno strumento di localizzazione utilizzato per seguire persone già segnalate e individuare il momento del loro rientro a casa. Una delle ricostruzioni riguarda persino l’utilizzo del telefono di una bambina di dodici anni per capire quando il padre fosse tornato nell’abitazione.

È proprio il contrasto tra l’enormità delle conseguenze e il linguaggio tecnico utilizzato per descriverle a costituire uno dei cardini del documentario. Persone, appartamenti e famiglie diventano dati; la possibilità che durante un attacco muoiano civili diventa una variabile da stimare.

Chi sono Yuval Abraham e Rachel Szor

I due autori non arrivano dal nulla. Yuval Abraham e Rachel Szor sono israeliani e hanno già lavorato a No Other Land, il documentario realizzato insieme ai palestinesi Basel Adra e Hamdan Ballal e premiato con l’Oscar nel 2025.

Abraham è giornalista e documentarista e da anni si occupa del conflitto israelo-palestinese. Szor lavora come regista, direttrice della fotografia e montatrice. Con NAZA hanno scelto di rivolgere lo sguardo direttamente verso il proprio Paese.

«Abbiamo realizzato questo film spinti dal dovere di usare la nostra posizione di israeliani per analizzare i sistemi dietro all’uccisione di massa di civili palestinesi di cui il nostro Paese è responsabile», hanno spiegato nella presentazione ufficiale del film alla Biennale.

La produzione comprende The Guardian e JW Films, mentre tra i produttori esecutivi compare anche Jonathan Glazer, regista de La zona d’interesse. Il film dura 80 minuti, è in ebraico e inglese ed è stato distribuito in Italia da I Wonder Pictures.

La reazione durissima del governo israeliano

Se l’obiettivo era aprire una discussione dentro Israele, la reazione politica è arrivata con una violenza difficilmente equivocabile. Ben Gvir ha invitato sostanzialmente i registi ad andarsene dal Paese e ha scritto che Hamas li avrebbe accolti «a braccia aperte». Miki Zohar ha parlato di tradimento e ha chiesto di intervenire sulla loro cittadinanza.

Netanyahu ha attaccato a sua volta il documentario, sostenendo che contribuisca alla campagna internazionale contro Israele e contestando l’immagine dell’Idf proposta dal film. Lo scontro ha coinvolto anche lo Shin Bet, dopo che Zohar ha chiesto al suo capo di verificare come materiale e informazioni sensibili possano essere arrivati agli autori.

Gli autori, invece, non arretrano. Sostengono che il materiale sia stato sottoposto a verifiche rigorose e che proprio la quantità di fonti consultate renda impossibile liquidare NAZA come il racconto isolato di qualche militare dissidente.

Da Venezia al primo posto nelle sale italiane

Poi c’è la storia del pubblico, che sta trasformando un documentario politico e militare in un caso cinematografico. A Venezia NAZA ha conquistato il Premio speciale della giuria e ricevuto circa 25 minuti di applausi. Nelle sale italiane il risultato è stato ancora più sorprendente.

Il film era nato come evento cinematografico dal 28 al 30 settembre. Il primo giorno ha incassato oltre 451 mila euro, battendo al botteghino anche produzioni commerciali enormemente più forti sul piano promozionale. Dopo tre giorni, secondo i dati Cinetel aggiornati al 30 settembre, l’incasso aveva raggiunto 1,806 milioni di euro, con 243.466 presenze. Il distributore ha così deciso di continuare la programmazione e molte sale hanno aggiunto spettacoli.

È forse questo il dato che racconta meglio ciò che sta accadendo intorno a NAZA. Un film di ottanta minuti, costruito quasi interamente attraverso testimonianze e conversazioni, senza star hollywoodiane e con un argomento durissimo, è riuscito a trasformarsi in uno degli eventi cinematografici dell’autunno italiano.

E la sua corsa non finisce qui. È prevista la distribuzione in oltre cinquanta territori e successivamente il documentario dovrebbe diventare disponibile gratuitamente online a novembre.

A quel punto lo scontro nato a Venezia potrebbe allargarsi enormemente. Perché NAZA non pretende soltanto di raccontare che cosa è accaduto a Gaza. Prova a mostrare come funziona dall’interno la macchina che decide un bersaglio, calcola il rischio per chi gli vive accanto e infine autorizza o meno un attacco. È questa la tesi che i suoi autori portano sullo schermo ed è proprio questa ricostruzione che l’esercito israeliano contesta.

Ed è probabilmente qui, più ancora che nelle immagini della guerra, che si trova la ragione per cui un documentario girato nel buio dei tetti di Tel Aviv è diventato uno dei film più discussi dell’anno.