Tomaso Trussardi sgancia la bomba: «Mio padre boicottato perché non era gay». Poi fa i nomi e qualcosa non torna

Tomaso Trussardi e il padre Nicola

La bomba più grossa della Milano Fashion Week arriva da un’intervista che nuova non è affatto, ma che proprio nei giorni delle sfilate è tornata prepotentemente a circolare. A sganciarla è Tomaso Trussardi, che parlando del padre Nicola sostiene una tesi capace di far saltare sulla sedia mezza moda italiana: gli stilisti gay avrebbero discriminato e boicottato il fondatore della maison del Levriero perché lui era eterosessuale.

Tomaso non parla per allusioni e non si limita a raccontare che il padre si sentiva un outsider. Dice proprio questo: «Lo trattavano come un diverso e dico una cosa forte: perché non era gay». E aggiunge che gli stilisti omosessuali lo avrebbero boicottato, impedendogli di sfilare e chiudendogli le porte delle fiere.

Fin qui, già abbastanza per accendere una discussione. Il problema arriva subito dopo, quando Tomaso decide di fare anche i nomi: Missoni, Armani, Versace, Krizia, Fiorucci e Ferré. Ed è proprio quell’elenco a trasformare un’accusa clamorosa in una storia con un piccolo, gigantesco cortocircuito: alcuni dei personaggi che cita per spiegare l’isolamento del padre non corrispondono affatto alla categoria sulla quale costruisce il proprio ragionamento.

«Mio padre non era gay e gli altri stilisti lo boicottavano»

Le dichiarazioni originali risalgono al settembre 2024, quando Tomaso Trussardi partecipò al podcast 1% di Giacomo Freddi. Parlando di Nicola, morto nel 1999 in un incidente stradale, raccontò il difficile ingresso del padre nell’Olimpo della moda milanese.

«Lo trattavano come un diverso e dico una cosa forte: perché non era gay», disse Tomaso. Poi andò ancora oltre: «E quindi tutti gli stilisti che erano gay lo boicottavano, non lo facevano sfilare, non lo accettavano alle fiere».

Nel suo racconto, Nicola Trussardi pagava contemporaneamente diversi peccati originali. Arrivava da Bergamo, proveniva dalla pelletteria, non frequentava abbastanza i salotti e il mondo degli atelier non lo considerava uno stilista nel senso tradizionale del termine.

Tomaso ricorda che nell’ambiente lo chiamavano «il biondino con la valigetta», perché girava mostrando i propri campioni di pelle. E proprio quel profilo di imprenditore bergamasco, concreto e lontano da una certa mondanità, avrebbe contribuito a farne un corpo estraneo nel sistema.

Ma secondo il figlio non bastava: nella sua ricostruzione pesava anche il fatto che Nicola fosse eterosessuale.

Poi Tomaso fa i nomi: Armani, Versace, Missoni, Krizia, Fiorucci e Ferré

È qui che la storia diventa decisamente più interessante.

Per dimostrare quanto il padre rimanesse ai margini, Tomaso invita a guardare le fotografie dell’epoca: «C’erano Missoni, Armani, Versace, Krizia, Fiorucci, Ferré, lui mai». Poi ribadisce che Nicola veniva ghettizzato perché bergamasco, perché non era gay e perché il mondo della moda continuava a considerarlo «soltanto un pellettiere».

Un elenco pesantissimo, perché dentro ci sono alcuni dei nomi che hanno costruito il Made in Italy nel mondo. Ma proprio quell’elenco crea un problema alla tesi.

Se il punto è che gli stilisti gay avrebbero fatto gruppo contro Nicola Trussardi perché eterosessuale, infatti, che cosa ci fanno nella lista personaggi che lo stesso mondo della moda non identifica affatto come omosessuali?

Il dettaglio che fa traballare la teoria: Missoni, Krizia e Fiorucci

La contraddizione venne notata già quando l’intervista uscì per la prima volta e oggi riemerge insieme alle dichiarazioni di Tomaso. Tra i nomi che lui stesso cita figurano infatti Ottavio Missoni, Mariuccia Mandelli, in arte Krizia, ed Elio Fiorucci, indicati anche da chi conosceva personalmente quell’ambiente come eterosessuali.

Naturalmente non avrebbe alcun senso mettersi a distribuire certificati postumi sull’orientamento sessuale delle persone, né un matrimonio rappresenta di per sé una prova definitiva. Il problema logico resta però evidente: Tomaso attribuisce almeno una parte del presunto boicottaggio del padre al fatto che gli altri stilisti fossero gay e poi, per descrivere il gruppo dal quale Nicola sarebbe rimasto escluso, cita anche persone che non rientrano nella categoria indicata da lui stesso.

E quindi qualcosa non torna.

Lo stesso Tomaso, quando pochi giorni dopo gli chiesero di spiegare meglio le proprie parole, allargò infatti il ragionamento e fornì una chiave probabilmente molto più convincente per comprendere l’isolamento del padre: «Se non fai parte del sistema, il sistema ti rigetta».

Questa volta il discorso non riguarda più gay ed eterosessuali, ma appartenenza, relazioni, salotti, networking e gruppi di potere. E soprattutto descrive un meccanismo che potrebbe spiegare molto meglio la posizione da outsider di Nicola Trussardi.

«Non mi interessa etichettare le persone». Ma parla di «protezionismo»

Dopo le polemiche Tomaso tornò infatti sulle proprie dichiarazioni, precisando di non avere alcun intento ostile verso gli omosessuali. Anzi, ricordò che suo padre aveva lavorato con collaboratori gay e citò Nicolas Ghesquière come esempio di un talento con il quale Nicola aveva costruito un rapporto di stima professionale.

Tomaso arrivò persino a sostenere che le persone omosessuali abbiano dato alla moda una sensibilità fondamentale, senza la quale il settore forse non sarebbe diventato quello che conosciamo oggi. Allo stesso tempo, però, mantenne il punto centrale della propria accusa e parlò apertamente dell’esistenza di un certo «protezionismo» nell’ambiente.

La spiegazione diventò quindi più articolata: non una guerra semplicemente tra stilisti gay e un imprenditore eterosessuale, ma un sistema di appartenenze dal quale Nicola Trussardi sarebbe rimasto inizialmente escluso.

«Mio padre non era tipo da salotti, esattamente come me», spiegò Tomaso. E aggiunse la frase che forse racconta l’intera vicenda molto meglio di quella sull’orientamento sessuale: «Se non fai parte del sistema, il sistema ti rigetta».

Nicola Trussardi rispose a modo suo: se non mi volete in Fiera, sfilo fuori

Ed è proprio questa la parte più interessante della storia, perché Nicola Trussardi non reagì cercando disperatamente di entrare nel club. Fece esattamente il contrario.

Secondo il racconto del figlio, quando capì che il sistema fieristico continuava a tenerlo ai margini decise di aggirarlo: «Visto che non lo accettavano alle fiere, lui disse: sfilo fuori».

Tomaso cita anche un’intervista del padre del 1983 nella quale Nicola spiegava di sentirsi considerato «diverso» e raccontava di aver scelto proprio per questo di sfilare in maniera diversa, arrivando alla Scala dopo che non gli avevano concesso di presentare la collezione in Fiera.

Quell’esclusione, vera o percepita che fosse, finì così per diventare parte della forza del marchio. Nicola prese un’azienda legata ai guanti e alla lavorazione della pelle e costruì intorno al Levriero un intero universo, anticipando quella trasformazione delle maison in marchi di lifestyle che negli anni successivi avrebbe conquistato il lusso internazionale.

Il vero mistero resta quel «perché non era gay»

Che Nicola Trussardi si sentisse un outsider nel sistema della moda italiana emerge dunque anche dalle parole dello stesso imprenditore e dalle testimonianze ricordate dal figlio. Che quella posizione dipendesse dal fatto di essere eterosessuale, invece, resta l’interpretazione di Tomaso Trussardi e non emerge una prova indipendente capace di dimostrare quel rapporto di causa ed effetto.

Anzi, proprio i nomi pronunciati da Tomaso complicano la ricostruzione.

Forse la chiave sta nelle altre ragioni che lui stesso elenca: Nicola era bergamasco, veniva dalla pelletteria, non amava i salotti, non apparteneva al sistema e aveva costruito la propria fortuna andando in giro con una valigetta piena di campioni mentre altri rivendicavano la nobiltà creativa dell’atelier.

Tutti elementi che possono raccontare perfettamente un outsider senza bisogno di trasformare la moda italiana dell’epoca in una specie di club riservato agli stilisti gay.

Resta così una dichiarazione formidabile per capacità di far discutere: «Mio padre lo trattavano come un diverso perché non era gay». Ma quando Tomaso Trussardi prova a dimostrarlo facendo i nomi di Missoni, Armani, Versace, Krizia, Fiorucci e Ferré, finisce involontariamente per mettere in crisi la propria stessa teoria.