Netanyahu come Putin? In Israele si prova a cancellare dalle elezioni i partiti arabi: il voto che può cambiare tutto

Vladimir Putin e Benyamin Netanyahu

C’è qualcosa di politicamente esplosivo in quello che sta accadendo in Israele: mentre Benjamin Netanyahu si prepara a elezioni che potrebbero mettere in discussione il suo futuro politico, le principali formazioni arabe rischiano di non poter nemmeno partecipare alla competizione. Il Comitato elettorale centrale ha votato per escludere Ra’am di Mansour Abbas e la Lista Unita, che riunisce Hadash, Ta’al e Balad, accogliendo richieste sostenute anche dal Likud del premier. La decisione non è definitiva, perché arriverà davanti alla Corte Suprema, ma basta già a trasformare la campagna elettorale israeliana in uno scontro che riguarda la natura stessa della rappresentanza democratica.

Le accuse rivolte alle formazioni arabe richiamano le cause di esclusione previste dalla legislazione israeliana: negazione dell’esistenza di Israele come Stato ebraico e democratico, incitamento al razzismo oppure sostegno alla lotta armata contro lo Stato da parte di organizzazioni terroristiche o Paesi nemici. I partiti coinvolti respingono le contestazioni e denunciano invece un tentativo politico di eliminarli dalla competizione.

Il dettaglio enorme

La vicenda assume un peso completamente diverso quando si guarda agli equilibri della prossima Knesset. Ra’am non rappresenta una forza politica estranea alle istituzioni israeliane: Mansour Abbas partecipò alla coalizione Bennett-Lapid nata nel 2021, quella che riuscì a mettere fine ai dodici anni consecutivi di Netanyahu alla guida del governo.

Alle prossime elezioni i seggi conquistati dalle formazioni arabe potrebbero tornare a incidere sulla possibilità di costruire una maggioranza alternativa. Questo non significa che entreranno necessariamente in un eventuale governo anti-Netanyahu, perché proprio il rapporto con i partiti arabi divide profondamente anche l’opposizione israeliana. Significa però che la loro presenza in Parlamento può risultare determinante nella complicatissima aritmetica necessaria per raggiungere i 61 seggi.

Ed è qui che il caso smette di apparire come una semplice disputa regolamentare. Il partito del premier partecipa alla richiesta di esclusione di formazioni che potrebbero contribuire politicamente alla sua sconfitta e un organismo la cui composizione riflette i rapporti di forza presenti nella Knesset approva quella richiesta. La legge israeliana prevede questo procedimento, ma il conflitto politico che ne deriva resta gigantesco.

Persino l’Avvocatura generale ritiene insufficienti le prove

A rendere ancora più delicato il caso interviene la posizione dell’Avvocatura generale israeliana, secondo cui gli elementi presentati contro le due liste non raggiungerebbero la soglia estremamente elevata necessaria per impedire a una forza politica di presentarsi alle elezioni.

Il Comitato elettorale centrale ha scelto comunque un’altra strada, votando 18 a 5 per l’esclusione di Ra’am e con lo stesso risultato per quella della Lista Unita. Nel mirino sono finiti anche singoli candidati, tra i quali Ofer Cassif di Hadash e Sami Abu Shehadeh di Balad.

Non siamo quindi davanti a un decreto personale di Netanyahu e sarebbe scorretto raccontarlo così. Siamo però davanti a una battaglia politica nella quale il Likud sostiene l’estromissione di alcuni avversari dalle urne mentre questi ultimi possono risultare determinanti per costruire una maggioranza alternativa a quella del premier. La differenza giuridica è fondamentale. Quella politica non è meno evidente.

Adesso decide proprio la Corte

Il finale della storia contiene un’ironia politica difficile da ignorare. A decidere se le esclusioni potranno diventare effettive sarà infatti la Corte Suprema israeliana, la stessa istituzione finita al centro della violentissima battaglia sulla riforma giudiziaria promossa dal governo Netanyahu.

La Corte ha già annullato in passato decisioni con cui il Comitato elettorale aveva escluso formazioni arabe dalla competizione. Esiste dunque una possibilità concreta che anche questa volta i giudici ribaltino il voto e restituiscano alle liste il diritto di presentarsi.

Ed è proprio l’esistenza di questi contrappesi a impedire paragoni semplicistici con sistemi nei quali il potere politico può neutralizzare direttamente gli avversari. Ma resta una domanda che Israele dovrà affrontare prima ancora di conoscere la decisione dei giudici: quanto può spingersi una maggioranza politica nel decidere chi abbia diritto a competere contro di lei?

Cosa succede se la Corte confermasse l’esclusione?

La popolazione araba costituisce circa un quinto della popolazione israeliana, anche se popolazione, corpo elettorale e consenso delle singole liste non coincidono e non sarebbe corretto sostenere automaticamente che il 20 per cento degli elettori rimarrebbe senza rappresentanza. Il peso politico delle formazioni coinvolte resta comunque considerevole e la loro eventuale assenza modificherebbe gli equilibri della competizione.

La questione diventa quindi inevitabilmente politica oltre che giudiziaria. Netanyahu affronta un voto delicato, l’opposizione cerca una maggioranza alternativa e una parte dei seggi necessari potrebbe arrivare proprio dalle formazioni che il Comitato elettorale vuole tenere fuori dalle urne.

Adesso toccherà alla Corte Suprema stabilire se esistano davvero le condizioni previste dalla legge per una decisione tanto radicale. Fino ad allora nessuno può dire che i partiti arabi siano definitivamente esclusi. Ma una cosa è già accaduta: in Israele la campagna elettorale non riguarda più soltanto chi vincerà le elezioni. Riguarda anche chi avrà il diritto di parteciparvi.