Ultraconservatori iraniani dietro l’attacco alle navi per far saltare la pace con gli USA

Stretto di Hormuz @lacapitalenews.it

Secondo il New York Times, furono gli ultraconservatori iraniani a ordinare in segreto l’attacco contro tre navi commerciali nello Stretto di Hormuz, sabotando l’accordo di pace raggiunto nei mesi precedenti tra Teheran e Washington. Lo scorso luglio le forze iraniane aprirono il fuoco contro le imbarcazioni, incendiando una petroliera qatariota per il trasporto di gas naturale liquefatto e danneggiando altre due navi. La ricostruzione emerge da colloqui con funzionari iraniani, membri dei Guardiani della Rivoluzione ed ex dirigenti coinvolti nelle trattative.

Tra i protagonisti dell’operazione, secondo tre funzionari iraniani citati dal quotidiano statunitense, figurerebbe Hossein Taeb, potente esponente dell’apparato di sicurezza e da sempre contrario a qualsiasi accordo con gli Stati Uniti. L’attacco alle navi contribuì a far fallire gli sforzi dei pragmatici iraniani per chiudere le ostilità e rilanciare un’economia già duramente provata dalle sanzioni e dal blocco navale.

La reazione furiosa di Pezeshkian

Il presidente Masoud Pezeshkian, informato dell’attacco, reagì con rabbia e telefonò al comandante in capo dei Pasdaran, il generale Ahmad Vahidi, chiedendo spiegazioni e definendo l’operazione irresponsabile. Vahidi, secondo il New York Times, sostenne di non aver autorizzato l’attacco e di non essere stato informato in anticipo. Anche il Consiglio supremo di sicurezza nazionale, organo centrale nelle decisioni militari e diplomatiche, rimase all’oscuro della manovra.

Dopo l’attacco alle navi, Pezeshkian rientrò immediatamente a Teheran, mentre il giorno successivo gli Stati Uniti risposero con raid aerei contro obiettivi iraniani. All’interno della leadership esplosero scontri politici tra vertici civili e militari, con accuse reciproche di tradimento e due generali pronti alle dimissioni. Le tensioni portarono alla riorganizzazione del Consiglio supremo di sicurezza nazionale e alla nomina del generale Mohsen Rezaei alla guida dell’organismo, con il compito di mediare tra le fazioni.

Il vuoto di potere della nuova Guida Suprema

A favorire l’iniziativa degli ultraconservatori fu anche l’assenza della nuova Guida Suprema, l’ayatollah Mojtaba Khamenei. Dalla sua nomina, avvenuta a marzo, il leader non è apparso in pubblico né ha parlato direttamente, e alcuni messaggi attribuiti a lui sono stati messi in dubbio. La sua prolungata assenza ha lasciato senza un arbitro le dispute interne tra le diverse fazioni del potere iraniano.

Nel frattempo, secondo il New York Times, la componente più intransigente del regime ha rafforzato la propria posizione e spinge per una nuova escalation contro gli Stati Uniti. Tra le ipotesi discusse figurano attacchi contro obiettivi americani, navi militari e infrastrutture petrolifere nella regione, con il possibile coinvolgimento degli alleati iraniani, dagli Houthi in Yemen ai gruppi sciiti in Iraq. Pezeshkian e il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf hanno avvertito dei rischi di questa strategia, mentre la crisi economica iraniana continua ad aggravarsi tra blocco navale, crollo delle esportazioni petrolifere, svalutazione della moneta e inflazione.