Nel calcio italiano, il Var doveva essere la tecnologia della verità. Un luogo neutrale, blindato, capace di eliminare dubbi e polemiche. Invece oggi la sala di Lissone, cuore tecnologico delle decisioni arbitrali, finisce al centro di un’inchiesta che mette in discussione proprio quell’autonomia che avrebbe dovuto garantire.
Non ci sono solo le “bussate” sospette su cui indaga la Procura di Milano. Secondo alcuni critici dell’operato di Gianluca Rocchi, capo dei designatori arbitrali di Serie A e B, esisterebbe una sorta di metodo informale, fatto di segnali, gesti e comunicazioni indirette. Una pratica che, con ironia velenosa, qualcuno nel mondo arbitrale ha ribattezzato “Gioca Jouer”, come il celebre tormentone anni Ottanta: una sequenza di movimenti per orientare le decisioni senza usare parole.
Il sospetto di un “vocabolario muto” tra gli arbitri
Secondo queste ricostruzioni, il sistema sarebbe stato tanto semplice quanto difficile da provare. Un gesto della mano alzata per indicare di non intervenire. Un pugno chiuso per suggerire l’intervento del Var. Segnali rapidi, apparentemente innocui, ma capaci – secondo chi accusa – di influenzare la valutazione dell’arbitro davanti al monitor.
Se si tratti di esagerazioni, frutto di tensioni interne al mondo arbitrale, oppure di elementi concreti che rafforzano le ipotesi investigative, sarà la Procura a stabilirlo. Per ora restano racconti, interpretazioni e un’inchiesta che sta scavando nel funzionamento quotidiano della sala Var. Un punto fermo, però, esiste: il protocollo non prevede alcun tipo di intervento esterno nelle decisioni degli arbitri Var. Ogni eventuale interferenza rappresenterebbe una violazione grave delle regole.
Il caso Udinese-Parma e la decisione flash
Tra gli episodi finiti nel fascicolo c’è anche la partita Udinese-Parma del 1° marzo 2025. Secondo uno dei capi d’imputazione, Rocchi, in qualità di supervisore Var e “in concorso con altre persone”, avrebbe condizionato l’operato dell’addetto Var Daniele Paterna, oggi indagato per falsa testimonianza.
La scena è quella ormai classica: revisione di un episodio dubbio, possibile rigore per l’Udinese. In un primo momento Paterna sembra orientato a non intervenire. Poi qualcosa cambia. Nei video e negli audio acquisiti, il varista si gira di scatto e pronuncia una domanda che diventa centrale nell’indagine: «È rigore?».
Da quel momento la valutazione si ribalta. Paterna invita l’arbitro in campo, Fabio Maresca, a rivedere l’azione al monitor. Il risultato è la concessione del calcio di rigore. Secondo l’ipotesi accusatoria, quel cambio improvviso sarebbe stato influenzato da un intervento esterno, una “bussata” proveniente dalla regia.
Dal Var come garanzia al sospetto di un “governo ombra”
La sala Var di Lissone nasceva con un obiettivo preciso: garantire indipendenza e trasparenza. Dal 2021 tutte le immagini delle partite di Serie A e B passano da qui, in un centro tecnologico progettato per isolare gli arbitri da pressioni esterne. Un salto in avanti rispetto agli inizi del Var, quando le decisioni venivano prese nei furgoncini parcheggiati fuori dagli stadi.
Oggi, però, il rischio è che quel modello venga capovolto nella percezione pubblica. Da luogo della neutralità a presunto “governo ombra” del calcio, capace di incidere sulle partite senza apparire. Un’accusa pesante, che si basa anche sull’acquisizione da parte della Procura di due anni di audio e video della control room.
C’è poi un altro elemento che alimenta il dibattito. L’ex arbitro Daniele Minelli racconta che nell’ambiente delle “bussate” si parlava già da tempo, pur essendo consapevoli che il protocollo non le consentiva. E aggiunge un paradosso: dopo che Rocchi e i suoi collaboratori hanno smesso di frequentare la sala Var, in seguito alla presenza della procura federale, gli errori arbitrali sarebbero aumentati in modo significativo.
Un dettaglio che non assolve né accusa, ma complica il quadro. Perché apre un’altra domanda: l’intervento serviva a garantire uniformità o rappresentava un’ingerenza oltre il limite? La risposta, per ora, non c’è. E resta appesa tra accuse, difese e un sistema che, nato per togliere dubbi, oggi rischia di generarne ancora di più.







