Attentato a Ranucci, i pm vogliono chiarire i suoi «silenzi»: perché non parlò degli avvertimenti dell’amico Lavitola?

Valter Lavitola e Sigfrido Ranucci

Ci sono alcuni passaggi delle dichiarazioni rese da Sigfrido Ranucci che la Procura di Roma vuole chiarire. Il conduttore di Report, parte offesa e vittima dell’attentato del 16 ottobre 2025, potrebbe essere nuovamente convocato dai magistrati dopo l’udienza del Riesame di Valter Lavitola, prevista per il 7 settembre.

Secondo quanto ricostruito da Domani, il punto riguarda soprattutto ciò che Ranucci non disse il 2 luglio, quando venne ascoltato come testimone. In quell’occasione il giornalista ragionò con gli inquirenti sui possibili ambienti nei quali cercare la matrice dell’attentato, ma non avrebbe riferito degli avvertimenti che sostiene di aver ricevuto da Lavitola, da lui definito in passato un «amico fraterno».

Le piste indicate da Ranucci e il nome che non compare

Davanti ai magistrati Ranucci avrebbe passato in rassegna scenari anche molto differenti. Parlò della possibilità di un «pazzo sconsiderato», della criminalità organizzata e persino di vicende collegate ai cantieri navali veneti. Eppure, secondo la ricostruzione del quotidiano, non fece alcun riferimento agli elementi che Lavitola gli avrebbe prospettato sui pericoli che correva. Un’assenza che assume oggi un peso diverso alla luce degli sviluppi dell’inchiesta e dell’arresto dello stesso Lavitola.

Non sarebbe emerso neppure il nome di Clesio Gomes Tavares, considerato dagli investigatori l’intermediario tra chi avrebbe commissionato l’azione e il gruppo incaricato di eseguirla. Tavares è attualmente latitante e gli inquirenti cercano di stabilire se si trovi realmente in Camerun oppure in un altro Paese africano. «Si tratta di un punto che servirà chiarire», riferiscono a Domani fonti informate.

La difesa di Ranucci: «Grave ipotizzare una volontà omissiva»

Il legale del giornalista, Roberto De Vita, respinge però con decisione qualsiasi lettura maliziosa dei silenzi del suo assistito. Secondo l’avvocato, Ranucci «mai avrebbe potuto immaginare che una persona vicina anche alla sua famiglia potesse essere autore di una tale condotta». Per la difesa sarebbe quindi «grave» anche soltanto ipotizzare una volontà deliberatamente omissiva.

De Vita sostiene inoltre che il conduttore abbia «sempre e in modo esaustivo risposto a tutte le domande poste dall’autorità giudiziaria» e che abbia rappresentato agli investigatori tutti i contesti che, sulla base delle informazioni allora in suo possesso, riteneva potenzialmente collegabili all’attentato.

Sarà eventualmente il nuovo interrogatorio a consentire alla Procura di ricostruire con maggiore precisione che cosa Ranucci sapesse in quel momento, che cosa gli avesse effettivamente raccontato Lavitola e perché quelle informazioni non siano entrate nelle dichiarazioni del 2 luglio.

I presunti esecutori ora vogliono parlare

Intanto l’inchiesta entra in una fase delicata anche sul fronte degli uomini accusati di aver materialmente eseguito l’attentato. Tra il 27 e il 28 agosto dovrebbero essere interrogati Marika De Filippis, Pellegrino D’Avino e Antonio Passariello.

Dopo le iniziali reticenze, i tre avrebbero deciso di parlare. Secondo Domani, potrebbero sostenere di avere rispettato il mandato ricevuto dall’intermediario Tavares: piazzare l’ordigno davanti all’abitazione di Ranucci. Una ricostruzione che contrasterebbe con quella attribuita a Lavitola, secondo cui l’incarico avrebbe previsto di sparare contro la villetta del giornalista.

L’esplosione danneggiò invece le due automobili della famiglia Ranucci. Gli investigatori stanno contemporaneamente analizzando i telefoni sequestrati e lavorando per rintracciare Tavares. Sullo sfondo resta anche la posizione di Lavitola: qualora alcune delle sue dichiarazioni non trovassero riscontri, secondo la ricostruzione pubblicata dal quotidiano potrebbero aprirsi ulteriori valutazioni giudiziarie.

L’indagine sull’attentato, dunque, non riguarda più soltanto chi abbia piazzato la bomba e chi abbia impartito l’ordine. I magistrati stanno cercando di ricostruire anche la rete di rapporti, informazioni e avvertimenti che precedette e seguì l’esplosione. Ed è proprio dentro questa rete che dovranno trovare una spiegazione anche i silenzi di Ranucci.