Il delitto di Garlasco accende un nuovo scontro, questa volta tra due protagonisti del dibattito scientifico che accompagna la nuova indagine sull’omicidio di Chiara Poggi. Da una parte Francesco Maria Galassi, medico e paleopatologo; dall’altra Luciano Garofano, ex comandante del RIS di Parma ed ex consulente della difesa di Andrea Sempio.
Il confronto parte dall’interpretazione degli studi sulle miscele genetiche complesse e sul DNA Y-STR, ma rapidamente investe uno dei punti cruciali della nuova inchiesta: Chiara reagì al suo assassino? E le lesioni trovate sulle sue mani possono spiegare la presenza di materiale genetico sotto le unghie?
Galassi risponde a Garofano con un lungo intervento e non nasconde l’irritazione: «Non sono un suo graduato di truppa e non prendo ordini da lei né sui tempi né sulla sostanza né sulla modalità dei miei interventi». Ma dietro la lite personale emerge soprattutto una questione investigativa che riporta direttamente al 2007.
Galassi contro Garofano: lo scontro sul DNA di Garlasco
La polemica nasce dopo che Galassi analizza uno studio scientifico di Gill e altri autori pubblicato nel 2025. Garofano contesta la lettura del paleopatologo, che a sua volta respinge l’accusa di avere omesso parti dello studio poco compatibili con la propria posizione.
Al centro resta l’interpretazione di una traccia genetica complessa. Galassi contesta l’idea che definirla non interpretabile permetta automaticamente di escluderne qualsiasi utilità investigativa. Secondo il professore bisogna infatti distinguere due questioni: stabilire a chi appartenga il materiale genetico e comprendere come e quando quel materiale possa essere arrivato in un determinato punto.
Una distinzione tutt’altro che accademica nel caso Garlasco, perché la nuova inchiesta ruota anche attorno al materiale genetico trovato sulle unghie di Chiara e alla possibilità che la vittima abbia avuto un contatto fisico con chi la stava aggredendo.
Le ferite sulle mani di Chiara e la consulenza Cattaneo
È qui che Galassi sposta il confronto dal DNA al corpo della vittima. La nuova consulenza della professoressa Cristina Cattaneo ha riportato l’attenzione sulle lesioni presenti sulle mani di Chiara Poggi e sulla possibilità di interpretarle come segni compatibili con una reazione all’aggressione.
Per Galassi questo elemento non nasce con la nuova inchiesta e, soprattutto, non rappresenta una rilettura costruita a posteriori per adattarsi alle nuove acquisizioni genetiche. Il paleopatologo richiama infatti gli atti del RIS di Parma del 2007, quando proprio il reparto allora comandato da Luciano Garofano prese in considerazione l’ipotesi di una reazione della vittima. Ed è su questa apparente contraddizione che il confronto diventa particolarmente duro.
«Se oggi nega la difesa della vittima, allora il RIS sbagliò nel 2007?»
Galassi rivolge direttamente a Garofano una domanda: «Se oggi lei nega la difesa della vittima, considera quella sua ipotesi un errore nella sua relazione?». Il punto sollevato dal professore riguarda quindi la continuità tra le osservazioni compiute immediatamente dopo il delitto e quanto sostiene oggi la consulenza Cattaneo.
Secondo Galassi, la ricostruzione della professoressa Cattaneo non contraddice gli accertamenti originari del RIS, ma li riprende e li sviluppa alla luce delle conoscenze e degli esami attuali. Sarebbe stata invece la successiva ricostruzione giudiziaria a ridimensionare l’ipotesi di una reazione di Chiara.
La questione assume un peso particolare perché Garofano, dopo avere guidato il RIS che lavorò sulla scena del crimine nel 2007, ha successivamente ricoperto il ruolo di consulente di Andrea Sempio, incarico dal quale si è poi dimesso.
Perché la reazione di Chiara può diventare decisiva per Sempio
Dietro il duello scientifico si nasconde dunque un problema molto concreto per la nuova indagine. Se gli esperti dimostrassero che Chiara Poggi tentò di proteggersi o entrò fisicamente in contatto con l’aggressore, cambierebbe inevitabilmente anche il peso attribuito a un eventuale materiale biologico trovato sulle sue mani e sotto le unghie.
Le ipotesi di trasferimento indiretto o di contaminazione precedente al delitto dovrebbero infatti confrontarsi con un dato completamente diverso: quello di un possibile contatto avvenuto durante l’aggressione.
Galassi insiste proprio su questo aspetto. Le lesioni rappresentano un dato fisico che esiste indipendentemente dall’interpretazione genetica e, secondo il professore, qualsiasi ricostruzione alternativa deve prima riuscire a spiegare quelle ferite. Non basta quindi discutere astrattamente dell’affidabilità di una miscela genetica. Bisogna stabilire che cosa fece Chiara mentre veniva aggredita.
Ed è proprio qui che lo scontro tra Galassi e Garofano supera la polemica tra esperti. Perché dagli atti del 2007 emerge un interrogativo che torna oggi, diciannove anni dopo, al centro del caso Garlasco: se già il RIS ipotizzava una reazione di Chiara all’assassino, perché quella possibilità perse successivamente peso e quale valore assume adesso alla luce delle nuove analisi sulle unghie della vittima?







