Caporalato nel cantiere del consolato Usa di Milano, resta in carcere il manager turco: operai pagati meno di 2 euro l’ora

Il Tribunale del Riesame di Milano ha confermato la custodia cautelare in carcere per Ulas Demir, il manager turco della divisione italiana di Caddell Construction arrestato nelle scorse settimane nell’ambito dell’inchiesta sul presunto caporalato nel cantiere del nuovo Consolato degli Stati Uniti a Milano. I giudici hanno respinto il ricorso della difesa, ritenendo sussistenti le esigenze cautelari già individuate nell’ordinanza emessa lo scorso 11 giugno.

Demir, 47 anni, era stato fermato all’aeroporto di Orio al Serio mentre si apprestava a imbarcarsi su un volo diretto a Istanbul insieme alla famiglia. Secondo la Procura di Milano, quel viaggio avrebbe potuto rappresentare un concreto rischio di fuga.

Le accuse

L’indagine, coordinata dai pubblici ministeri Paolo Storari e Mauro Clerici e condotta dai Carabinieri del Nucleo ispettorato del lavoro, ipotizza un sistema di sfruttamento della manodopera impiegata nella realizzazione della nuova sede del Consolato statunitense in piazzale Accursio.

Secondo l’accusa, decine di operai indiani sarebbero stati reclutati attraverso una società con sede in India e trasferiti in Italia con il sistema del distacco internazionale. Prima della partenza avrebbero dovuto versare circa 500 mila rupie, equivalenti a poco più di 5.000 euro, all’agenzia intermediaria per ottenere il posto di lavoro.

Una volta arrivati nel nostro Paese, sempre secondo quanto contestato dagli inquirenti, i lavoratori sarebbero stati impiegati con turni tra le dieci e le dodici ore al giorno, percependo retribuzioni inferiori ai due euro l’ora. Dalle paghe, inoltre, sarebbero stati sottratti ulteriori importi per vitto e alloggio.

“Condizioni di para-schiavitù” e minacce ai lavoratori

Nell’ordinanza confermata dal Riesame viene descritto un quadro che, secondo gli investigatori, sarebbe caratterizzato da condizioni di lavoro degradanti e da un clima di intimidazione.

La contestazione di caporalato è aggravata, secondo l’accusa, dalle minacce rivolte ai lavoratori, ai quali sarebbe stato prospettato il licenziamento e il rimpatrio in India nel caso in cui non avessero accettato le condizioni imposte.

La giudice per le indagini preliminari Angelica Cardi aveva parlato di un contesto che assumeva “tinte ancora più fosche” alla luce delle testimonianze raccolte, nelle quali vengono descritti presunti metodi intimidatori utilizzati nei confronti degli operai.

Nell’inchiesta è coinvolto anche Aji Appukuttan, cittadino indiano ritenuto dagli inquirenti il presunto “caporale operativo”, anch’egli raggiunto da misura cautelare. Secondo l’accusa avrebbe gestito direttamente i lavoratori, arrivando in alcuni casi a minacciarli quando chiedevano di assentarsi dal lavoro dopo un infortunio.

Caddell Construction sotto controllo giudiziario

Parallelamente al procedimento penale nei confronti dei singoli indagati, la magistratura milanese ha disposto il controllo giudiziario d’urgenza nei confronti della divisione italiana di Caddell Construction, provvedimento successivamente convalidato.

Le accuse formulate dalla Procura dovranno ora essere vagliate nel corso del procedimento penale. Allo stato attuale delle indagini, gli indagati sono da considerarsi presunti innocenti fino a un’eventuale sentenza definitiva di condanna.