Garlasco, i capelli mai repertati nel lavandino riaprono il caso: perché oggi quella scelta pesa sull’inchiesta

Stasi e le prove nel bagno

I capelli rimasti nel lavandino del bagno della villetta di via Pascoli tornano a far discutere a quasi diciannove anni dall’omicidio di Chiara Poggi. Quelle ciocche, visibili nelle fotografie scattate durante i rilievi, non entrarono mai tra i reperti dell’indagine. Una decisione che oggi riaccende il confronto tra investigatori, consulenti e difensori, mentre la Procura di Pavia prosegue la nuova inchiesta sul delitto di Garlasco.

A spiegare le ragioni di quella scelta è stato uno dei carabinieri del RIS che partecipò ai sopralluoghi. Interrogato dal procuratore aggiunto Fabio Civardi, il militare ha ricostruito il ragionamento seguito nel 2007.

Perché quei capelli non finirono tra i reperti

«Non mi ricordo dei capelli, li ho visti dalle fotografie. Non sono stati repertati», ha spiegato il militare. Nelle immagini, ha aggiunto, compare l’elastico rosa di Chiara Poggi circondato da numerosi capelli, mentre altre fotografie mostrano anche il tappo del lavandino ricoperto di capelli.

Secondo il carabiniere, gli investigatori ritennero allora che quei capelli appartenessero con ogni probabilità alla vittima. «Morfologicamente erano compatibili. Classificare i capelli e distinguerli è complicatissimo. L’analisi è già difficile di suo e non ritenemmo necessario campionare tutti quelli presenti.»

Il militare ha ricordato anche che la presenza del bulbo non garantisce automaticamente l’estrazione del DNA. «Il bulbo deve trovarsi ancora in fase vitale, deve essere stato strappato dal cuoio capelluto. Il capello trovato nelle mani di Chiara aveva il bulbo, ma non ha prodotto alcun risultato genetico.»

Ha inoltre precisato che gli accertamenti non consentivano di stabilire con certezza se qualcuno avesse utilizzato il lavandino dopo l’aggressione. «Abbiamo analizzato il dispenser, ma questo non significa che il lavandino sia stato certamente usato. Oggi, con il senno di poi, raccoglieremmo probabilmente ogni elemento. Se allora avessi avuto una sfera di cristallo avrei raccolto tutti i capelli, persino quelli trovati all’ingresso del giardino.»

Il dibattito sulla scena del crimine

Proprio quella scelta rappresenta oggi uno dei punti più discussi della ricostruzione investigativa.

Secondo il giornalista Carmelo Abbate, la presenza di numerosi capelli nel lavandino appare difficile da conciliare con la ricostruzione processuale secondo cui l’assassino avrebbe lavato accuratamente il bagno per eliminare le tracce di sangue. Anche il numero delle impronte rilevate sul dispenser, osserva Abbate, sembrerebbe poco compatibile con un’accurata pulizia della scena.

Sul fronte opposto, la difesa di Andrea Sempio invita alla prudenza. L’avvocata Angela Taccia ricorda che quei capelli potrebbero appartenere semplicemente alla vittima, anche perché accanto venne fotografato il suo elastico rosa. La legale sottolinea inoltre che, allo stato degli atti, nessun elemento colloca Andrea Sempio sulla scena del crimine e contesta alcune delle più recenti ricostruzioni tecniche sulla dinamica dell’omicidio.

La questione dei capelli mai repertati resta quindi uno dei tanti aspetti che la nuova indagine dovrà valutare insieme agli altri elementi già al centro dell’inchiesta, dal DNA alle impronte, fino alla ricostruzione completa della scena del delitto.