Melonellum, scoppia la guerra tra Fratelli d’Italia e Lega: Salvini diserta l’Aula e minaccia di affossare le preferenze

La legge elettorale arriva nell’Aula di Montecitorio e trasforma subito il Melonellum in un nuovo campo di battaglia dentro la maggioranza. Fratelli d’Italia prova a vendere il testo come una riforma ordinata, capace di garantire stabilità e chiarezza la sera del voto. La Lega, invece, manda un segnale molto più brutale: diserta il dibattito parlamentare e lascia i meloniani a difendere da soli una proposta che porta il nome politico della presidente del Consiglio, ma rischia di diventare un boomerang per gli alleati.

L’immagine della giornata dice quasi tutto. Nei banchi della maggioranza, durante la discussione generale, i leghisti non si vedono. Nemmeno uno di turno, nemmeno una presenza di cortesia. Le opposizioni se ne accorgono e trasformano l’assenza in un argomento politico. Gianni Cuperlo ironizza con il relatore di Fratelli d’Italia Alessandro Urzì: «T’hanno rimasto solo». Riccardo Magi, relatore di minoranza per +Europa, attacca il testo frontalmente, lo definisce un «colpo di Stato mite» e lo paragona alla legge Acerbo e alla Legge Truffa, accusando la maggioranza di voler trasformare una minoranza del Paese in una maggioranza parlamentare blindata.

La Lega diserta l’Aula e manda un segnale a Meloni

Il problema, per Giorgia Meloni, non arriva soltanto dalle opposizioni. Arriva soprattutto da Matteo Salvini. Il Carroccio non ama il Melonellum e non fa nulla per nasconderlo. La nuova legge elettorale cancella i collegi uninominali, cioè proprio il terreno su cui la Lega, anche in fase di crisi, poteva ancora difendere pezzi di potere grazie al radicamento territoriale, ai governatori, agli amministratori e alla forza delle sue roccaforti locali. Con un sistema interamente proporzionale, un premio di maggioranza nazionale e liste bloccate, il partito che perde voti perde anche margini di trattativa.

Per questo la Lega non apre una crisi plateale, ma si mette di traverso. Non fa il Papeete, non alza il tavolo, non rompe in diretta. Sceglie una strategia più fredda: rallenta, marca distanza, lascia Fratelli d’Italia da sola in Aula e avverte che l’approvazione definitiva non arriverà prima dell’estate. Il messaggio corre anche nei corridoi di Montecitorio: questa è la legge di Meloni, se la difendano i meloniani. E dietro lo scontro tecnico si intravede una partita molto più politica, legata anche alle voci di voto anticipato nella primavera del 2027.

A complicare il quadro c’è il nodo dell’autonomia differenziata, che la Lega considera ancora una bandiera da portare a casa prima di qualunque corsa alle urne. Giancarlo Giorgetti ha già fatto capire che un voto ad aprile complicherebbe l’iter parlamentare. Per Salvini, andare alle elezioni senza autonomia e con una legge elettorale che cancella gli uninominali significherebbe rischiare di entrare nella campagna elettorale con due ferite aperte: una politica e una numerica.

Preferenze, Bignami rilancia ma Iezzi chiude la porta

Fratelli d’Italia prova a spostare l’attenzione sulle preferenze. Il capogruppo alla Camera Galeazzo Bignami annuncia il tentativo di costruire un emendamento unitario con gli alleati, magari con «proposte nuove» per permettere agli elettori di indicare i candidati. È una mossa utile sul piano comunicativo, perché consente a FdI di rispondere alle accuse sulle liste bloccate e di presentarsi come il partito che vuole restituire scelta ai cittadini. Ma dentro la maggioranza nessuno ignora il punto: Lega e Forza Italia non vogliono le preferenze. E anche Fratelli d’Italia, pur agitandole davanti alle telecamere, sa quanto possano complicare gli equilibri interni e il controllo delle candidature.

A spegnere l’operazione ci pensa Igor Iezzi, salviniano di ferro e relatore di maggioranza del Melonellum. La sua linea non lascia margini: «Voteremo contro». Se Fratelli d’Italia depositasse l’emendamento da sola, la Lega lo affosserebbe. Se servisse, il Carroccio potrebbe ricorrere anche allo scrutinio segreto, trasformando le preferenze in una trappola parlamentare per gli alleati. Iezzi lo dice chiaramente: per la Lega lo scrutinio segreto rappresenta un’arma utile contro una norma che non condivide. E aggiunge una stoccata alle opposizioni: nel segreto dell’urna, secondo lui, molti di quelli che invocano le preferenze in pubblico voterebbero contro.

Lo scontro sulle preferenze rivela la fragilità dell’intera riforma. Il testo punta sulle liste bloccate, sull’indicazione del premier sulla scheda e su un premio di maggioranza nazionale. Le opposizioni contestano tutto: il rischio di forzare le prerogative del presidente della Repubblica, i dubbi di costituzionalità sul premio fisso, il raddoppio dei parlamentari nominati e l’applicazione del premio anche al Senato. Ma la vera crepa passa dentro il centrodestra, dove ogni partito valuta la legge non in base ai principi, ma in base a quanto può guadagnare o perdere.

Il Melonellum rischia di diventare un boomerang per la maggioranza

Fratelli d’Italia vuole chiudere il primo passaggio alla Camera entro metà luglio e punta a evitare il voto di fiducia. Bignami immagina una discussione già nella settimana del 6 luglio, con l’esame degli emendamenti e il voto finale prima della pausa estiva. Ma la Lega frena e avverte: se saltano le liste bloccate, la legge elettorale entra in crisi. Tradotto: il Carroccio accetta il Melonellum solo se conserva un sistema che consente ai partiti di controllare le candidature dall’alto.

Il paradosso è evidente. La riforma nasce per rafforzare Meloni e rendere più diretto il rapporto tra elettori, coalizioni e governo. Ma rischia di scoprire tutte le contraddizioni del centrodestra. La Lega teme di perdere peso parlamentare, Forza Italia non vuole consegnare altro potere a Fratelli d’Italia, i piccoli alleati guardano alle soglie e alle esenzioni dalla raccolta firme, mentre fuori dalla coalizione Roberto Vannacci e Futuro Nazionale osservano ogni dettaglio per capire se la nuova legge possa trasformarli in un problema o in un ago della bilancia.

Iezzi liquida il rischio Vannacci puntando sul voto utile: secondo lui l’elettore di destra difficilmente perderà tempo per scegliere chi non ha speranze di governare da solo. Ma proprio questa frase racconta la paura che attraversa il centrodestra. Il Melonellum dovrebbe blindare la maggioranza. Per ora, invece, sta mostrando quanto la maggioranza sia già divisa prima ancora di votarlo.