Campo largo, il programma può attendere: Conte rinvia a ottobre il tavolo con Schlein e l’alternativa a Meloni resta sulla carta

Schlein scavalca Conte nelle primarie del campo largo

Il campo largo continua a promettere di essere pronto per governare, ma continua anche a rinviare il momento in cui dovrebbe dimostrarlo davvero. Giuseppe Conte assicura che il Movimento 5 stelle e gli alleati non sono «in alto mare come ci descrivono», ma il calendario racconta un’altra storia: la costruzione del programma comune del centrosinistra inizierà seriamente soltanto in autunno, con ogni probabilità a ottobre. Prima bisognerà aspettare la conclusione di “Nova”, il percorso di ascolto partecipativo lanciato dai Cinque stelle, la cui tappa finale è stata fissata per il 19 e 20 settembre a Milano. Solo dopo, Conte potrà sedersi con Elly Schlein, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli per provare a trasformare slogan, comizi e buone intenzioni in una piattaforma politica capace di reggere una campagna elettorale nazionale.

Il problema non è l’ascolto, né la partecipazione, né il diritto di ogni partito a organizzare le proprie liturgie interne. Il problema è il tempo. Perché mentre il governo Meloni occupa il campo, detta l’agenda, apre il fronte della legge elettorale, rilancia sul Quirinale e prova a blindare la legislatura, le opposizioni sembrano ancora prigioniere dei rispettivi calendari. Il M5s deve chiudere Nova, il Pd deve attraversare la Festa dell’Unità di Reggio Emilia, Avs spinge per accelerare, i centristi restano fuori dalla prima fotografia e il tavolo vero viene rimandato a quando sarà già tempo di castagne.

L’alternativa annunciata ma non ancora scritta

Conte rivendica il lavoro fatto e respinge l’immagine di una coalizione ferma. «Non siamo in alto mare come ci descrivono», dice il leader del Movimento 5 stelle, consapevole però che lo scetticismo esiste e cresce. Perché un conto è elencare i titoli sui quali le opposizioni possono trovarsi d’accordo: sanità, lavoro, salari, scuola, giovani, sicurezza, transizione ecologica, riforma della Rai e muro contro la legge elettorale. Un altro conto è trasformare quei titoli in un programma di governo con priorità, costi, coperture, scelte e rinunce.

È qui che il campo largo continua a mostrare il suo limite principale. Sa contro cosa combatte, molto meno chiaramente sa dire come governerebbe insieme. È facile ritrovarsi contro Giorgia Meloni, contro il “Melonellum”, contro la conquista del Quirinale da parte della destra, contro la gestione Rai, contro i tagli alla sanità o contro le ambiguità del governo. Molto più difficile è stabilire una linea comune su politica estera, Ucraina, Medio Oriente, tasse, patrimoniale, industria, energia, sicurezza e alleanze europee. Sono questi i nodi veri. E sono i nodi che non si sciolgono con una convention, con un palco condiviso o con una foto di gruppo.

Due comizi per mostrare che qualcosa si muove

Per evitare l’effetto immobilismo, Pd, M5s e Avs hanno fissato due iniziative comuni: l’8 luglio a Napoli, in piazza del Gesù, e il 15 luglio a Padova. Saranno di fatto due comizi congiunti, costruiti per trasmettere all’esterno l’immagine di una coalizione già al lavoro. Una scelta comprensibile, perché far passare l’estate senza un segnale avrebbe alimentato l’idea di un’opposizione incapace di parlarsi. Ma il punto resta: due eventi simbolici non bastano a fare un programma.

Il copione, del resto, è già scritto. I leader parleranno dei temi sui quali hanno trovato convergenze in questa legislatura e proveranno a presentare l’alternativa come qualcosa di già esistente, almeno nelle sue linee generali. Ma l’assenza dei futuri alleati centristi dice che il campo non è ancora completo. E il rinvio del tavolo programmatico conferma che la vera trattativa deve ancora cominciare.

Non è un dettaglio. Perché se l’obiettivo è battere il centrodestra nel 2027, il centrosinistra non può arrivare alla vigilia del voto con un programma assemblato all’ultimo momento e un candidato premier deciso dopo mesi di veti incrociati. Gli elettori non chiedono l’ennesimo processo partecipativo, né l’ennesima passerella di leader che si abbracciano sul palco. Chiedono una risposta semplice: chi governa, con quale programma e con quali priorità.

Il nodo politico che resta irrisolto

Schlein non sembra avere particolare fretta. Conte ha sempre indicato l’autunno come orizzonte del confronto con gli alleati. Bonelli e Fratoianni avrebbero voluto partire prima dell’estate, ma hanno dovuto prendere atto dei tempi dettati dagli altri. Nel frattempo, il Pd chiede ai suoi parlamentari e amministratori di presidiare le feste dell’Unità da Nord a Sud, mentre il Movimento 5 stelle porta a compimento Nova con l’ambizione di presentarsi come forza che ascolta i cittadini e costruisce dal basso.

Tutto legittimo. Ma la politica non vive solo di procedure interne. Vive anche di percezione. E la percezione, oggi, è che il campo largo abbia trovato un collante soprattutto nella paura di Meloni, più che in un progetto comune già definito. Il rischio è che la coalizione si presenti come un fronte del “no”: no alla destra al Quirinale, no alla legge elettorale, no alla Rai del governo, no alle politiche della maggioranza. Ma per vincere non basta impedire qualcosa. Bisogna convincere il Paese che esiste un’alternativa migliore.

È questo il punto che Conte e Schlein continuano a rinviare. Non perché manchino i temi, ma perché manca ancora una sintesi politica vera. E senza quella sintesi, ogni appuntamento diventa preparatorio a un altro appuntamento, ogni assemblea rimanda a un tavolo successivo, ogni iniziativa serve a dire che il lavoro comincerà davvero più avanti.

Il campo largo può ancora costruire un programma credibile, ma il tempo non è infinito. E se l’opposizione vuole davvero presentarsi come alternativa di governo, deve smettere di dare l’impressione di aspettare sempre il prossimo mese, la prossima festa, la prossima convention, la prossima riunione. Perché Giorgia Meloni, nel frattempo, non aspetta.

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