Alfonso Signorini rompe il silenzio dopo mesi di isolamento e sceglie Il Giornale per raccontare cosa resta dopo una gogna mediatica. Non una replica di circostanza, non una difesa costruita a tavolino, ma il bilancio di un anno attraversato dentro una “bolla”, lontano dalla televisione, dai giornali, dai telefoni, dagli amici veri e soprattutto da quelli che si sono rivelati finti. La vicenda è nota: le sue chat private, intime, a sfondo sessuale, finite sul web, poi rilanciate, commentate, sezionate, trasformate in un caso pubblico. Signorini oggi non si presenta come una vittima inerme, ma come un uomo che rivendica il confine tra vita privata e giudizio collettivo: «Rifarei tutto. Non ho fatto nulla di cui vergognarmi».
Il primo pensiero, racconta, è stato quello di sopravvivere. «Solo quello di costruirmi una bolla. Perché si costruisce una bolla? Per sopravvivere. Perché tu sei al centro di un clamore mostruoso, una gogna mediatica che vuole annientarti, e devi in qualche modo capire come sopravvivere. Non come vivere: come sopravvivere». Alla domanda su cosa accada a chi non regge un attacco di queste dimensioni, la risposta è brutale: «Si ammazza». Lui dice di avercela fatta grazie alla coscienza, alla fede, a una solidità economica che gli ha consentito di difendersi e al sostegno del compagno, «che aveva tutto il diritto di dirmi: arrivederci e grazie e invece mi è stato a fianco giorno dopo giorno».
La bolla, gli amici spariti e la ferita più profonda
La “bolla” di Signorini è stata una forma di protezione. «Ho sentito l’immediato bisogno di staccare dal mondo della tv e dei giornali», spiega. Ha cambiato numero di telefono, ha chiesto agli avvocati di sostituirlo, ha scelto di non sapere più nulla. «Mi sono isolato nella bolla e non ho permesso a niente e a nessuno di entrare». Il bisogno era chiaro: «Di non avere contatti con il mondo esterno. Di impedire che qualcuno mi facesse sentire sporco per una cosa della quale non mi devo assolutamente vergognare».
Il passaggio più duro riguarda però il silenzio di chi si professava amico. «A parte la gogna, il silenzio di certe persone che si professavano fratelli, amici, che in passato con biglietti e lettere manifestavano tutta la loro stima professionale e il loro affetto. E che sono letteralmente spariti. Neppure il gesto di prendere in mano il telefono per chiedermi: come stai?». Dopo trent’anni di frequentazioni e attestati di affetto, dice, quella mancanza di umanità lo ha ferito più di molte accuse: «È una cosa che non dimenticherò facilmente».
Eppure non tutto è stato abbandono. Signorini racconta anche la solidarietà inattesa, arrivata da persone comuni. Una ex farmacista di 78 anni gli ha spedito una raccomandata da Firenze con 1.780 euro per contribuire alla sua difesa: «Io la seguivo in tv, io guardo negli occhi le persone e ho visto chi è lei». Lui quei soldi li ha restituiti, ma il gesto gli è rimasto addosso come una prova di resistenza: «Sono le cose che ti dicono: resisti, non gliela diamo vinta».
«Il privato è sacro»: l’accusa di omofobia e il silenzio degli altri
Signorini respinge l’immagine che, a suo giudizio, è stata costruita attorno a lui. «Di sicuro so chi non sono. E chi non sono è quello che è stato raccontato». Non si dipinge come un santo: «Non sono Bernadette né mi considero un santo. Sono una persona che vive la vita nella sua totalità e con tutti i suoi colori». Ma rivendica un principio netto: «Sono fermamente convinto che ognuno nella sua vita privata debba avere il diritto di fare quello che gli pare. Se non commetti reati, non puoi essere privato di questa libertà».
Tra le accuse che gli sono pesate di più c’è quella di abuso di potere: «Io non ho mai considerato il potere. Sempre rifuggito. Altrimenti chissà dove sarei arrivato». Ma il tema che attraversa tutta l’intervista è anche quello dell’omofobia. Signorini parla di «un’omofobia mostruosa» e critica il silenzio delle organizzazioni Lgbtq: «Silenzio. Silenzio totale. Eppure si muovono spesso, a volte anche in situazioni molto meno evidenti di omofobia». Poi aggiunge una frase destinata a far discutere: «La cosa paradossale è che se un etero si approccia ad una ragazza nessuno ha niente da dire. Se a farlo è un omosessuale viene messo in croce. Anche questa è una battaglia civile da fare».
Molti, racconta, gli hanno espresso solidarietà soltanto in privato. «Ho ricevuto telefonate di persone molto importanti anche nel mondo dello spettacolo. Parlo anche di numeri uno che dicevano: è una vergogna quello che ti stanno facendo». Quando però chiedeva loro di dirlo pubblicamente, la risposta cambiava tono: «Abbassavano la voce e sussurravano: non posso, sennò vengo messo in croce anche io». Per Signorini, quel silenzio non è neutro: «Tacere significa essere conniventi con un sistema che potrebbe colpire chiunque».
L’addio a Chi, il distacco dalla tv e il ritorno con Puccini
Signorini chiarisce anche un punto centrale: l’addio alla direzione editoriale di Chi non sarebbe stato conseguenza dello scandalo. «La gogna mediatica non c’entra nulla. Avevo già concordato con l’azienda la decisione di lasciare molti mesi prima che tutto questo scoppiasse». Dopo quarant’anni passati a raccontare spettacolo, politica e costume, dice di essersi sentito «stanco» e «fuori posto». Anche il Grande Fratello, pur amatissimo, appartiene a una stagione chiusa: «Era il programma più virale, più commentato e più crocifisso del pianeta. Due volte alla settimana per sei mesi era pesante. Io avevo in cambio popolarità, soddisfazione e un successo che accarezzava il mio ego». Ma la tv, oggi, non gli manca. Almeno non adesso.
La sua rinascita passa da Verona e dalla musica. All’Arena firma la regia de La Bohème, che ha debuttato venerdì sera. «Perché in questa bolla c’è la musica. C’è sempre stata. Prendo lezione di piano due ore al giorno col mio vecchio maestro di pianoforte, 78 anni». L’impegno gli dà forza: «Impegnarsi in una realtà così importante come la regia in uno spazio così prestigioso come l’Arena di Verona è un grande orgoglio». E gli restituisce anche qualcosa del suo vecchio mestiere di insegnante: «Io sono il regista, loro sono 350 nel palcoscenico, dietro le quinte altri 1000».
La scelta dell’opera non è casuale. «Bohème è l’opera più intimista di Puccini», spiega. Ma portarla all’Arena è una sfida: «Il palcoscenico dell’Arena è enorme: è tre volte la Scala. Devi trovare il modo di riempirlo». Signorini rivendica una regia controcorrente, più tradizionale rispetto alle letture simboliche oggi dominanti, ma non nostalgica. «Se vuoi ripristinare la tradizione sei tu che vai controcorrente». La modernità, dice, sta nel testo e nello sguardo su Mimì: «Non è una ragazza angelicata, è una ragazza di 22 anni che vive a Parigi, viveva da sola, ed è una donna che vuole vivere la sua vita da ventenne». Una modernità senza provocazioni facili: «Senza far morire Mimì di overdose o di Aids».
La televisione può tornare, ma oggi il centro è altrove
Il futuro, per Signorini, resta aperto. Sarà a Liegi e a Parigi, continuerà nella musica, non esclude un ritorno in televisione: «Non è detto. Non escludo che la televisione torni nella mia vita». Ma oggi il suo baricentro è cambiato. «Questa vicenda mi ha tolto un anno di spensieratezza. Io sono profondo, credo, ma leggero. Amo tutti i colori della vita. I più accesi me li hanno tolti e non me li ridà più nessuno».
Resta anche una riflessione sui social: «Sono una bolla. Non influenzano neanche dell’1% lo share di un programma tv». Però fanno danni, perché favoriscono «i leoni da tastiera». La soluzione, per Signorini, è responsabilizzare chi parla: «Quando esprimo devo avere un nome e un cognome e assumermi le responsabilità. Dovrebbe essere una battaglia comune tra le forze politiche».
L’intervista si chiude con l’immagine di un uomo che non chiede assoluzioni pubbliche, ma rivendica il diritto di non essere definito dalla propria gogna. «Oggi so chi conta nella mia vita e mi sento più ricco», dice. E la frase più significativa forse è proprio questa: «Sono felicissimo che non ci sia più nessuno sul mio carro. Ma voglio che non salga più nessuno». Dopo mesi di silenzio, Alfonso Signorini torna a parlare. Non per chiedere pietà, ma per segnare un confine: il privato non può diventare una sentenza pubblica, se non ci sono reati. E la gogna, quando si accende, può distruggere molto più di una carriera.







