Meloni punta il Quirinale e regala un programma al campo largo: fermare la destra diventa il nuovo collante delle opposizioni

Giorgia Meloni

Il campo largo cercava un programma comune e, almeno per qualche giorno, sembra averlo trovato. Non sulla sanità, non sulle tasse, non sulla politica estera, non sulla scuola, non sulla sicurezza o sulle energie alternative. Glielo ha trovato Giorgia Meloni con una frase pronunciata in televisione e destinata a cambiare il clima politico di questo finale di legislatura: «Non è detto che non si possa superare questo altro grande tabù e avere un presidente della Repubblica che non sia di centrosinistra».

Una frase che, nel centrodestra, suona come rivendicazione di una legittima ambizione politica. Nell’opposizione, invece, viene letta come l’annuncio di un piano: cambiare la legge elettorale, conquistare una maggioranza autosufficiente e arrivare al 2029 con i numeri per eleggere da soli il nuovo capo dello Stato. Da quel momento, il campo largo ha ritrovato d’incanto una parola d’ordine comune: fermare Meloni prima che la destra arrivi anche al Quirinale.

Il Quirinale come programma minimo

La forza dell’argomento sta nella sua semplicità. Il campo largo non deve più spiegare come intenda governare insieme, né sciogliere subito le contraddizioni tra Pd, Movimento 5 stelle, Avs, centristi e renziani. Può partire da un obiettivo più immediato e più mobilitante: impedire che la destra modifichi le regole del gioco per eleggere il presidente della Repubblica con una maggioranza costruita su misura.

È il ritorno di uno schema già visto: la difesa della Costituzione come cemento politico dell’opposizione. Una formula che ha funzionato contro altre riforme e che ora torna utile davanti all’ipotesi di una nuova legge elettorale con premio di maggioranza. Il ragionamento è netto: se la legge produce una maggioranza parlamentare sufficiente a eleggere da sola il capo dello Stato, allora non si tratta più soltanto di governabilità, ma di controllo dell’intero sistema istituzionale.

Da qui il lessico dell’allarme: «emergenza democratica», «deriva autoritaria», «legge sovversiva», «Melonellum». Parole forti, forse eccessive, ma politicamente efficaci perché trasformano una discussione tecnica sulla legge elettorale in una battaglia simbolica sul futuro della Repubblica.

Le opposizioni si ritrovano a braccetto

Elly Schlein è tra le prime a fissare il punto: «L’ossessione della premier è il Quirinale. Per arrivarci è disposta a tutto». Nicola Fratoianni alza ulteriormente il tono: «Meloni sta tentando l’ennesima forzatura. La sua legge elettorale è di natura sovversiva». Angelo Bonelli chiama direttamente gli alleati: «È preoccupante la torsione autoritaria del Melonellum. Lo dico a Conte, a Magi, a Elly. Basta con i tatticismi: qui dobbiamo difendere la democrazia».

Giuseppe Conte ragiona già sugli strumenti parlamentari e giuridici: «Serve un’opposizione compatta, emendamenti soppressivi. E poi, ovviamente, dobbiamo tenerci pronti al ricorso alla Corte costituzionale». Matteo Renzi, con il suo stile, va dritto al bersaglio: «Dobbiamo impedire alla Meloni di salire al Colle. Ha distrutto l’Italia, è lo scendiletto di Trump. Ma, se a sinistra non prevale Tafazzi, io credo che sia possibile fermarla».

Il risultato è che per la prima volta da tempo il campo largo appare unito non per ciò che propone, ma per ciò che vuole impedire. Può sembrare poco, ma nella politica italiana spesso è abbastanza per costruire una campagna.

Il modello referendum

La strategia ricalca il modello già sperimentato con successo nelle battaglie referendarie: presentare la mossa del governo come un attacco all’equilibrio costituzionale. Non discutere soltanto il merito della riforma, ma il suo effetto sistemico. Non parlare solo di seggi, collegi e premi, ma di democrazia, garanzie, contrappesi, Colle.

È su questo terreno che l’opposizione può evitare, almeno temporaneamente, il confronto sulle proprie divisioni. Perché parlare di patrimoniale divide. Parlare di Ucraina divide. Parlare di alleanze internazionali divide. Parlare di sicurezza divide. Parlare di Quirinale, invece, unisce: nessuno nel campo largo vuole consegnare alla destra anche la presidenza della Repubblica.

Da qui il clima da trincea che si respira nelle iniziative contro la riforma elettorale. Al teatro de’ Servi, a Roma, l’appuntamento promosso da Gianni Cuperlo e dalla fondazione del Pd diventa uno dei primi luoghi simbolici della mobilitazione. Il titolo è già un manifesto: «Legge elettorale: torniamo alla Costituzione». In platea si vedono Roberto Zaccaria, pronto a promuovere un ricorso alla Consulta «dieci secondi dopo l’approvazione della legge voluta dalla Meloni», l’ex pm Gherardo Colombo, e le adesioni di Gad Lerner, Gustavo Zagrebelsky, Sigfrido Ranucci, Corrado Augias e Tomaso Montanari.

La lista dei fantasmi del Colle

A rendere più potente la mobilitazione contribuisce anche la lista dei possibili nomi per il Quirinale. In cima, naturalmente, Giorgia Meloni. Poi Ignazio La Russa, Guido Crosetto, Raffaele Fitto. Per l’opposizione sono profili diversi, ma tutti riconducibili al rischio politico che viene agitato in queste ore: una destra capace di conquistare non solo Palazzo Chigi e il Parlamento, ma anche la massima magistratura dello Stato.

È una rappresentazione che semplifica molto, ma funziona perché tocca un nervo scoperto della sinistra italiana: il Quirinale come ultimo presidio di equilibrio istituzionale. L’idea che una sola coalizione possa eleggere da sola il presidente della Repubblica viene dunque presentata come una rottura della tradizione repubblicana, prima ancora che come una conseguenza numerica di una legge elettorale.

Meloni, dal canto suo, rovescia l’accusa: perché mai un presidente della Repubblica non dovrebbe venire dall’area di centrodestra? Perché l’alternanza dovrebbe valere per il governo ma non per il Colle? È questo il punto politico su cui la premier prova a forzare. Ma proprio la forzatura offre alle opposizioni il terreno più comodo per ricompattarsi.

Il programma c’è, manca il leader

Il paradosso è evidente. Il campo largo ha trovato un programma minimo, ma non ha ancora trovato un candidato premier. Sa contro cosa battersi, meno chiaramente sa con chi e per cosa governare. Può denunciare la legge elettorale di Meloni, può preparare ricorsi, comitati e mobilitazioni, può parlare di difesa della Costituzione. Ma prima o poi dovrà rispondere alla domanda che resta sospesa: chi guida questa coalizione?

Elly Schlein è la segretaria del principale partito di opposizione, ma non è detto che Conte, Renzi, Calenda, Avs e gli altri pezzi dell’alleanza la riconoscano naturalmente come candidata a Palazzo Chigi. Conte continua a presidiare il suo spazio. Renzi vuole contare. I centristi temono uno sbilanciamento troppo a sinistra. Avs chiede radicalità. Il Pd cerca una sintesi che ancora non c’è.

E infatti l’unica cosa su cui tutti sembrano davvero d’accordo è evitare che Meloni vinca anche la partita del Quirinale. È un punto di partenza, non ancora un progetto di governo.

L’assist della premier

La mossa di Meloni, dunque, ha un doppio effetto. Da una parte parla al centrodestra, rilancia l’ambizione di una vittoria piena e prova a preparare il terreno per una legge elettorale più favorevole alla governabilità. Dall’altra, però, consegna alle opposizioni una bandiera semplice, emotiva, mobilitante.

Il campo largo non deve più inventarsi un racconto. Può dire che la premier vuole prendersi tutto. Può denunciare una legge costruita per il Colle. Può mettere insieme costituzionalisti, ex magistrati, partiti, movimenti e comitati. Può trasformare la campagna contro il “Melonellum” nel primo vero laboratorio politico dell’alleanza.

Resta da capire se questo basterà anche alle urne. Perché fermare un avversario è un conto. Convincere gli elettori di essere pronti a governare è un altro. E su questo, almeno per ora, Giorgia Meloni non ha ancora regalato una soluzione al campo largo.