Un capannone logistico da oltre 30 mila metri quadrati, un contratto d’affitto da 1.119.323 euro l’anno, una durata prevista di dodici anni e nessuna attività mai partita. È il paradosso dell’hub Amazon di Gioia Tauro, costruito in un’area strategica vicina al primo porto italiano per volumi di merci movimentate, ma rimasto di fatto inutilizzato. Il colosso americano continua a pagare il canone alla società catanese Gestione Immobiliare, ma non ha mai avviato le operazioni nel polo calabrese e nel 2024 ha confermato alle forze dell’ordine l’assenza di progettualità futura sull’utilizzo della struttura.
La vicenda, però, non racconta soltanto una scelta industriale congelata. Racconta anche l’enorme difficoltà di portare grandi investimenti in territori dove l’economia legale deve fare i conti con la pressione delle cosche. Perché l’arrivo di Amazon a Gioia Tauro, secondo l’informativa dei carabinieri del Ros destinata alla Dda di Reggio Calabria, aveva attirato l’attenzione della storica ’ndrina dei Piromalli, guidata dall’ottantenne Giuseppe Piromalli, detto “Facciazza”, uscito dal carcere nel 2021 dopo ventidue anni di detenzione.
Il progetto nato accanto al porto
Il porto di Gioia Tauro è uno degli snodi logistici più importanti del Mediterraneo. Per una piattaforma globale come Amazon, un hub in quell’area avrebbe avuto una logica industriale evidente: vicinanza allo scalo, collegamenti merci, centralità nelle rotte commerciali e potenziale sviluppo del Sud come piattaforma logistica.
Nell’ottobre 2022 Amazon ha firmato con Gestione Immobiliare un contratto d’affitto di dodici anni. La società siciliana aveva acquistato un terreno nella zona industriale del porto e commissionato la costruzione del capannone proprio in vista dell’accordo con il gruppo americano. I lavori sono stati ultimati all’inizio del 2023. Da allora, però, la struttura non è mai entrata in funzione.
Il dato economico resta impressionante: oltre 1,1 milioni di euro l’anno pagati per un bene mai utilizzato. Amazon, contattata da Milano Finanza, ha spiegato che la pianificazione delle infrastrutture avviene con anni di anticipo e che l’apertura di nuove strutture può dipendere da molteplici fattori: esigenze operative, capacità della rete e valutazioni logistiche. La società ha ribadito che le decisioni di investimento si basano esclusivamente su criteri operativi e di business e ha ricordato di aver investito oltre 25 miliardi di euro in Italia dal 2010, creando più di 19 mila posti di lavoro a tempo indeterminato.
Le mire della cosca Piromalli
Mentre l’hub restava fermo, la costruzione del polo aveva già attirato l’interesse della criminalità organizzata locale. Secondo quanto emerge dall’informativa dei Ros, Giuseppe Piromalli avrebbe puntato al progetto in almeno due direzioni: l’attività estorsiva nei confronti delle imprese edili impegnate nei lavori e il controllo futuro delle assunzioni.
In un’intercettazione, Piromalli avrebbe detto: «Io mi prendo quello che mi tocca», lamentandosi anche di non essere stato coinvolto nella scelta degli operatori incaricati della costruzione del capannone. La logica è quella classica del controllo mafioso sul territorio: nessun investimento rilevante deve passare senza il riconoscimento del potere della cosca.
Il secondo fronte era ancora più ambizioso. Dalle conversazioni con un avvocato e imprenditore del luogo, indicato come intermediario nell’arrivo di Gestione Immobiliare a Gioia Tauro, emergerebbe l’intenzione di infiltrare il futuro polo logistico attraverso le assunzioni. L’obiettivo sarebbe stato far lavorare nel centro persone di fiducia della cosca, in particolare figli di detenuti, costruendo così una rete di consenso e dipendenza economica attorno all’investimento.
La cooperativa dei trasporti e la strategia della prudenza
La cosca, secondo le ricostruzioni investigative, avrebbe ragionato anche sulla filiera del trasporto merci. Nei piani dei sodali ci sarebbe stata una «cooperativa di trenta mezzi» destinata a diventare, nelle loro intenzioni, il riferimento di Amazon per il trasporto da Gioia Tauro «in tutta Italia».
È un passaggio decisivo perché mostra il salto di scala dell’interesse mafioso. Non soltanto estorsioni sui cantieri, non soltanto pressioni sulle assunzioni, ma il tentativo di intercettare una parte stabile della catena logistica collegata a un colosso mondiale.
Dalle rilevazioni dei Ros non emergono contatti diretti tra la ’ndrina e Amazon. Anzi, proprio l’assenza di contatti sembrava rientrare nella strategia di Piromalli. Il boss sapeva che un grande investitore internazionale avrebbe attirato l’attenzione di Questura e Procura e avrebbe dunque raccomandato prudenza: «Questi sono colossi, non li dobbiamo spaventare». E ancora, secondo quanto riportato, avrebbe sottolineato la necessità di «non avere mai contatti con nessuno».
L’obiettivo, quindi, non era far saltare l’arrivo di Amazon, ma accompagnarlo senza esporsi troppo, lasciando che l’investimento partisse e provando poi a conquistarne pezzi laterali: lavori, posti, trasporti, relazioni sul territorio.
Il grande investimento che non parte
Il caso dell’hub di Gioia Tauro mette insieme due piani diversi. Da una parte c’è la spiegazione industriale fornita da Amazon, che riconduce la mancata apertura a valutazioni operative e logistiche. Dall’altra c’è il quadro investigativo, che mostra come un investimento di quelle dimensioni in un territorio ad alta densità mafiosa venga immediatamente percepito dalle cosche come un’occasione da intercettare.
Non ci sono elementi, negli atti richiamati, che indichino contatti diretti tra Amazon e la ’ndrina. Questo punto va tenuto fermo. Ma il dato politico ed economico resta enorme: un gruppo globale firma un contratto milionario, viene costruita una struttura imponente accanto a uno dei porti più importanti del Mediterraneo, il capannone resta vuoto e la criminalità organizzata locale si muove attorno al progetto prima ancora che l’attività cominci.
È l’immagine più chiara di un problema antico: nel Mezzogiorno gli investimenti non si misurano solo in metri quadrati, contratti, logistica e canoni d’affitto. Si misurano anche nella capacità dello Stato di garantire che un’impresa possa operare senza dover subire pressioni, ricatti, mediazioni opache o tentativi di controllo sociale.
Il danno invisibile della ’ndrangheta
La forza della ’ndrangheta non sta soltanto nella violenza, nelle estorsioni o nelle minacce esplicite. Sta nella capacità di condizionare il clima economico, di insinuarsi nelle aspettative, di trasformare ogni grande opera in una possibile occasione di controllo. Anche quando non arriva al bersaglio principale, la mafia genera un danno: rende più fragile la fiducia, più costosa la presenza delle imprese, più difficile la permanenza degli investitori.
Gioia Tauro avrebbe potuto rappresentare un simbolo opposto: un grande hub logistico internazionale accanto al porto, nuove opportunità di lavoro, un segnale di attrattività per il territorio. Invece oggi resta un capannone immenso, pagato ma inutilizzato, diventato il centro di una vicenda in cui si intrecciano scelte aziendali, ritardi, timori, indagini e l’ombra della cosca più storica della zona.
Amazon sostiene che continuerà a valutare opportunità in Italia, incluso il Sud, sulla base delle proprie esigenze operative. Ma la storia dell’hub di Gioia Tauro dice che il vero tema non è soltanto attrarre investimenti. È proteggerli. Perché quando un territorio non riesce a garantire fino in fondo la libertà economica di chi arriva, la mafia vince anche senza bussare direttamente alla porta del colosso di turno.







