Il Mondiale 2026 rischia di essere ricordato non soltanto per quello che accade sul campo, ma anche per uno dei casi disciplinari più controversi della storia recente della FIFA. Al centro della bufera c’è Folarin Balogun, attaccante degli Stati Uniti, la cui squalifica è stata sospesa a poche ore dagli ottavi di finale contro il Belgio con una decisione che ha provocato proteste, polemiche e interrogativi sull’indipendenza della giustizia sportiva.
Dietro quella che inizialmente sembrava una semplice revisione disciplinare emergono infatti retroscena clamorosi. Secondo le ricostruzioni pubblicate da diversi media internazionali, tra cui il New York Times e il Wall Street Journal, Donald Trump avrebbe contattato personalmente il presidente della FIFA, Gianni Infantino, mentre un gruppo di avvocati vicini alla Casa Bianca avrebbe lavorato per individuare qualsiasi strada utile a ottenere la cancellazione della squalifica.
L’espulsione di Balogun e la decisione che ha cambiato il Mondiale
Tutto nasce il primo luglio durante la sfida tra Stati Uniti e Bosnia-Erzegovina. Balogun realizza il gol del vantaggio, ma nella ripresa viene espulso dopo l’intervento del VAR.
L’arbitro brasiliano Raphael Claus, inizialmente orientato a lasciare proseguire il gioco, viene richiamato al monitor e decide di estrarre il cartellino rosso diretto per una presunta condotta violenta ai danni di Tarik Muharemović.
Una decisione che comporta automaticamente una giornata di squalifica, sufficiente a escludere l’attaccante dagli ottavi di finale contro il Belgio. Il caso sembrava chiuso, ma nelle ore successive prende forma una vicenda destinata a scuotere l’intero torneo.
Le telefonate tra Trump e Infantino e la squadra di avvocati
Secondo il New York Times, Donald Trump avrebbe telefonato personalmente a Gianni Infantino poche ore dopo la partita chiedendo spiegazioni sul cartellino rosso inflitto all’attaccante americano.
Nel colloquio, sempre secondo la ricostruzione del quotidiano statunitense, il presidente avrebbe richiamato anche vecchie accuse di presunto match-fixing rivolte all’arbitro Raphael Claus, accuse che non sono mai state dimostrate né confermate dalla FIFA o dalle autorità brasiliane. Parallelamente si sarebbe attivata anche la macchina politica americana.
Il Wall Street Journal riferisce che Trump avrebbe incaricato il segretario al Commercio Howard Lutnick e Andrew Giuliani, direttore esecutivo della White House Task Force per il Mondiale 2026, di mettere insieme un gruppo di avvocati, interni ed esterni all’amministrazione, per individuare ogni possibile appiglio regolamentare capace di ribaltare la squalifica.
Secondo le ricostruzioni, sarebbe stato preparato anche un memorandum di tre pagine destinato alla federazione statunitense. Tra gli argomenti utilizzati figuravano il presunto utilizzo improprio dello slow motion nella revisione VAR, alcune ambiguità del regolamento disciplinare FIFA e perfino l’ipotesi di rivolgersi al Tribunale Arbitrale dello Sport facendo leva sul ruolo degli Stati Uniti come Paese ospitante della manifestazione.
La decisione della FIFA scatena la protesta del Belgio
Il 5 luglio arriva il colpo di scena. Il Comitato Disciplinare FIFA decide di applicare l’articolo 27 del Codice Disciplinare, sospendendo l’esecuzione della giornata di squalifica e congelandola per un anno. In pratica Balogun può giocare immediatamente contro il Belgio e sconterà eventualmente la sanzione soltanto in caso di una futura infrazione analoga. Una scelta considerata eccezionale da numerosi osservatori e che, secondo diverse ricostruzioni, non avrebbe precedenti in epoca moderna ai Mondiali.
Poche ore dopo il verdetto, sempre secondo il New York Times, Trump avrebbe nuovamente telefonato a Infantino definendo quella della FIFA «la decisione giusta». Nella stessa giornata avrebbe contattato anche il commissario tecnico degli Stati Uniti, Mauricio Pochettino, per incoraggiare la squadra prima della sfida.
Il Belgio ha reagito duramente definendo la decisione «sbalorditiva» e annunciando di valutare ogni possibile iniziativa. Anche la Francia osserva con attenzione la vicenda, tanto da chiedere che venga applicato lo stesso principio nel caso riguardante Michael Olise.
La FIFA continua a respingere qualsiasi ipotesi di interferenza politica, ribadendo che il provvedimento è stato assunto esclusivamente da una commissione disciplinare indipendente. L’organizzazione, tuttavia, non ha confermato né smentito l’esistenza delle telefonate tra Trump e Infantino.
Proprio questo silenzio continua ad alimentare dubbi e sospetti. Per molti osservatori il caso Balogun rischia di rappresentare uno spartiacque nella storia recente del calcio internazionale, perché mette nuovamente al centro una domanda scomoda: fino a che punto le grandi istituzioni sportive riescono davvero a restare impermeabili alle pressioni della politica?







