Bebe Vio ricomincia da una pista. Non più la pedana della scherma, non più la maschera, il fioretto, la carrozzina e quegli assalti che l’hanno trasformata in una delle atlete paralimpiche italiane più amate al mondo. Questa volta il punto di partenza è Grosseto, lo stadio Zecchini, i 100 metri dei campionati italiani paralimpici di atletica. Una nuova disciplina, una nuova postura, un nuovo modo di usare il corpo. Ma la stessa urgenza di sempre: fare sport, mettersi alla prova, non fermarsi.
La nuova vita sportiva di Bebe Vio Grandis comincia ufficialmente qui, agli Assoluti italiani paralimpici, davanti a un movimento che cresce e che porta a Grosseto 219 atlete e atleti, 49 dei quali provenienti dall’estero, in rappresentanza di 59 società. Per lei è appena la seconda gara sui 100 metri, dopo una prova interregionale di qualificazione. Ma gli Assoluti sono un’altra cosa. Sono il primo vero palcoscenico di una ripartenza che ha il sapore della sfida e della rinascita.
Dalla pedana alla pista
La scherma resta il luogo del cuore, quello della gloria e dell’identità sportiva. Bebe non prova nemmeno a nasconderlo. «Il mio cuore rimane alla scherma, ma per problemi fisici non potevo più praticarla», ha spiegato. Il passaggio all’atletica non nasce dunque da un capriccio o da una semplice voglia di cambiare, ma dalla necessità di trovare una disciplina compatibile con il suo corpo e con la sua storia recente.
«Io senza far niente non so stare. Non ce la potevo fare. Mi sveglio la mattina e devo fare sport. L’atletica era l’unica disciplina che in questo momento poteva farmi bene a livello fisico». In queste parole c’è tutto: la fatica dell’addio alla scherma, la paura del vuoto, ma anche la capacità di trasformare un limite in una nuova direzione.
Per un’atleta come lei, abituata a vincere e a costruire ogni gesto dentro una disciplina tecnicamente complessa come la scherma in carrozzina, la pista rappresenta un mondo quasi opposto. Qui cambiano i tempi, i riferimenti, le sensazioni. Cambia soprattutto il rapporto con le gambe, che nella scherma in carrozzina non venivano utilizzate.
Imparare tutto da capo
La parte più sorprendente della nuova avventura è proprio questa: Bebe Vio, abituata a essere modello e punto di riferimento, si ritrova apprendista. E lo racconta con entusiasmo.
«La cosa più bella è che sto entrando pian piano in questo nuovo mondo dell’atletica e che i bimbi e le bimbe che ho visto crescere anche nella mia associazione, art4sport, che è diventata Fondazione, mi stanno spiegando come funzionano le gare, le protesi per correre, la partenza. Insomma, imparo da loro».
È un passaggio bellissimo perché ribalta i ruoli. Chi per anni ha insegnato coraggio, determinazione e possibilità, oggi si lascia guidare da ragazzi e ragazze cresciuti anche dentro il mondo che lei stessa ha contribuito a costruire. L’atletica diventa così non solo una nuova disciplina, ma una comunità in cui entrare con umiltà.
Bebe arriva a Grosseto dopo giorni intensi. Giovedì era al Teatro del Maggio Fiorentino per ricevere il premio Fair Play Menarini insieme a stelle dello sport mondiale come Mondo Duplantis, Diego Milito e Gregorio Paltrinieri. Poi gli ultimi allenamenti, la concentrazione e il debutto nella cornice degli Assoluti.
Los Angeles resta sullo sfondo
La domanda, inevitabile, riguarda Los Angeles 2028. Dopo Tokyo, dopo Parigi, dopo una carriera costruita nell’eccellenza paralimpica, è naturale chiedersi se questa nuova avventura possa portarla fino ai Giochi.
Bebe, per ora, non si sbilancia. «Ora voglio divertirmi, poi vediamo cosa arriva. Ho tutte le carte per riuscire a fare qualcosa, devo mettere il mio fisico e sperare che lui mi voglia seguire». È una risposta prudente, ma non rinunciataria. Dentro c’è la consapevolezza che il talento da solo non basta, soprattutto quando si cambia sport e si deve ricostruire quasi tutto.
La sfida dei 100 metri paralimpici richiede tecnica, adattamento alle protesi da corsa, lavoro sulla partenza, esplosività, gestione del corpo e della fatica. Per Bebe è un territorio nuovo, ma non affrontato da sola. «La mia fortuna più grande è come sempre la mia squadra: il mio preparatore atletico è passato con me dalla scherma all’atletica, sono riuscita a convincere a seguirmi un grande allenatore, che è il Ct della velocità. Il gruppo sportivo della Polizia continua a sostenermi».
Una nuova sfida, la stessa Bebe
La forza di Bebe Vio è sempre stata questa: trasformare la propria storia in movimento. Non restare mai ferma dentro una definizione, nemmeno quando quella definizione coincide con il successo. Per anni è stata la campionessa della scherma paralimpica, il volto di una generazione capace di cambiare lo sguardo sulla disabilità e sullo sport. Ora accetta il rischio di ricominciare, di non essere subito la più forte, di dover imparare gesti che per altri sono automatici e per lei diventano conquista.
Grosseto, allora, non è soltanto una gara. È il primo capitolo di una seconda vita sportiva. Una pista nuova dopo una pedana lasciata con dolore, un corpo da riascoltare, una disciplina da scoprire, un obiettivo lontano che si chiama Los Angeles ma che oggi resta volutamente sullo sfondo.
Perché il vero punto, almeno adesso, è un altro. Bebe Vio è tornata a fare quello che sente di dover fare ogni mattina: sport. E se il cuore resta alla scherma, la testa e il corpo sono già proiettati sulla pista. Cento metri alla volta.







