Navalny, l’Ue sanziona gli scienziati russi del veleno: «Hanno sviluppato l’epibatidina come arma chimica»

Bruxelles, Consiglio UE

L’Unione europea colpisce gli uomini della scienza al servizio del veleno. Almeno sei scienziati russi sono stati sanzionati da Bruxelles perché accusati di aver partecipato allo sviluppo dell’epibatidina come arma chimica. È la sostanza che, secondo Regno Unito, Francia, Germania, Paesi Bassi e Svezia, sarebbe stata usata per uccidere Alexey Navalny, morto il 16 febbraio 2024 nella colonia penale IK-3 Polar Wolf, nell’Artico russo, circa sessanta chilometri a nord del Circolo Polare Artico.

Il Cremlino ha sempre negato di aver avvelenato Navalny. Ma ora, accanto alle valutazioni dei cinque Paesi europei che avrebbero individuato tracce della sostanza nel corpo dell’oppositore russo, arriva anche la decisione politica dell’Ue: sanzionare gli scienziati considerati parte del programma russo di sviluppo di armi chimiche e biologiche.

Il veleno della rana tropicale

L’epibatidina è una neurotossina estremamente potente, sintetizzata in laboratorio a partire da una sostanza presente nella pelle di una rana tropicale. La comunità scientifica aveva iniziato a studiarla come possibile alternativa alla morfina, per le sue proprietà analgesiche molto forti. Ma la sua tossicità è talmente elevata da renderla inadatta a un uso terapeutico.

In altre parole: può togliere il dolore, ma può anche uccidere. Ed è proprio questo potenziale letale che, secondo l’Ue, sarebbe stato trasformato in interesse militare e operativo da parte di laboratori e istituti russi.

Nel testo delle sanzioni europee si sostiene che gli scienziati abbiano condotto ricerche e pubblicato articoli sulla sintesi dell’epibatidina, «partecipando direttamente al suo sviluppo come arma chimica». Un’accusa pesantissima, che sposta il caso Navalny dal terreno della repressione politica a quello dell’uso di sostanze proibite e di programmi scientifici clandestini.

I nomi degli scienziati sanzionati

Tra i destinatari delle misure europee figurano il direttore del laboratorio del Centro Signal, Igor Babkin, i ricercatori senior Sergei Galan e Olga Yudina e il ricercatore Alexei Aksyonov, tutti collegati al direttore del Signal, Artur Zhirov.

Sono stati inoltre indicati Irina Derevyagina, impiegata del GosNIIOKhT, istituto già più volte sanzionato in Occidente e ritenuto centrale nel programma russo di armi chimiche, e Mikhail Gutsalyuk, colonnello e capo dell’organizzazione del lavoro scientifico dell’Accademia militare chimica e biologica.

Il collettivo indipendente di giornalisti russi guidato da Roman Badanin ha rintracciato e diffuso le immagini di alcuni degli scienziati coinvolti, insieme a quelle di altri due dipendenti del Signal, Georgy Nazarov e Alexey Lamanov, che nel 2015 avrebbero pubblicato in segreto un lavoro sulla sintesi di analoghi dell’epibatidina.

Il ruolo dei laboratori e i componenti arrivati dalla Germania

Secondo le ricostruzioni investigative, i dipendenti del Centro Signal sarebbero stati impegnati nella sintesi del veleno mentre i componenti necessari venivano importati in Russia da ABCR Khemi Rus, società controllata al 90 per cento dall’azienda tedesca Abcr GmbH.

I componenti, presi singolarmente, non sono illegali: possono essere utilizzati nella ricerca biomedica e nella sperimentazione scientifica. Il problema nasce dalla loro destinazione finale. La sintesi in vitro di una tossina letale, se destinata allo sviluppo di un’arma chimica, cambia completamente la natura dell’attività.

È qui che la vicenda assume un peso politico enorme. Non si parla più soltanto di un oppositore morto in carcere, né soltanto di un regime che elimina i propri nemici. Si parla di apparati scientifici, laboratori specializzati, istituti militari e programmi chimico-biologici che, secondo l’Ue, avrebbero lavorato alla costruzione di strumenti di morte.

I sintomi e la morte di Navalny

Nello studio degli scienziati russi sugli effetti del “veleno della rana tropicale” vengono citati sintomi che colpiscono per la loro somiglianza con quanto sarebbe accaduto a Navalny: forte dolore allo stomaco, vomito, rapida perdita di conoscenza, assenza totale di risposta ai tentativi di rianimazione.

Il dolore allo stomaco sarebbe stato avvertito dall’oppositore poco prima del collasso. La Fondazione FBK ha osservato che questo particolare non compariva nel primo comunicato diffuso dal servizio penitenziario russo.

Il risultato è un quadro inquietante: nove anni prima della morte di Navalny, alcuni scienziati russi descrivevano gli effetti di una sostanza che, secondo le accuse europee, sarebbe poi stata usata contro il principale oppositore di Vladimir Putin.

Il Cremlino nega, l’Europa accusa

Mosca ha sempre respinto ogni accusa. Il Cremlino non ha mai ammesso responsabilità nell’avvelenamento o nella morte di Navalny, così come aveva sempre negato i precedenti sospetti legati all’uso di sostanze tossiche contro oppositori e nemici politici.

Ma le sanzioni dell’Ue segnano un passaggio nuovo. Non si limitano a colpire funzionari politici o apparati repressivi. Colpiscono direttamente gli scienziati accusati di aver messo competenze, laboratori e conoscenze al servizio di un programma di avvelenamento.

Alcuni di loro, secondo Agentstvo, organo d’informazione russo indipendente specializzato in giornalismo investigativo, avrebbero avuto un ruolo anche nel lavoro sul novichok e su altre sostanze tossiche. Questo rafforza l’idea di una continuità tra diversi episodi e diversi programmi, dentro una stessa cultura del veleno come strumento di potere.

La scienza trasformata in arma politica

La vicenda Navalny, alla luce di queste sanzioni, racconta qualcosa che va oltre la repressione di un oppositore. Racconta la trasformazione della scienza in apparato operativo del potere. Ricercatori, laboratori, componenti chimici, articoli scientifici e istituti militari diventano pezzi di una macchina che, secondo l’Ue, avrebbe lavorato alla costruzione di armi chimiche.

Navalny era il pericolo pubblico numero uno per il Cremlino. Putin ha sempre evitato perfino di pronunciarne il nome, definendolo sprezzantemente «il paziente berlinese». La sua morte nella colonia penale artica aveva già il valore di un messaggio politico. Le nuove sanzioni europee aggiungono un livello ancora più grave: l’ipotesi che quel messaggio sia stato scritto con un veleno studiato, sintetizzato e trasformato in arma.

Il Cremlino continuerà a negare. Ma l’Unione europea ha scelto di mettere nero su bianco un’accusa precisa: dietro la morte di Navalny non ci sarebbe soltanto la brutalità di un sistema carcerario e politico, ma anche il lavoro di scienziati che avrebbero partecipato allo sviluppo di una sostanza letale. E questa, per Mosca, è una nuova macchia destinata a pesare a lungo.