Cecchini del weekend a Sarajevo, la svolta nell’inchiesta: sequestrati un silenziatore e una foto con la presunta “conta” delle vittime

Sarajevo, @web

Una fotografia ritenuta dagli investigatori «significativa» e un silenziatore per armi. Sono questi gli elementi sequestrati dai carabinieri del Ros durante la perquisizione eseguita nell’abitazione di uno dei quattro indagati nell’inchiesta sui cosiddetti “cecchini del weekend”, i presunti volontari italiani che, tra il 1992 e il 1995, avrebbero raggiunto Sarajevo per partecipare al conflitto nei Balcani e sparare contro i civili bosniaci durante l’assedio della città. Un’indagine delicatissima, coordinata dalla Procura di Milano, che prova a ricostruire fatti risalenti a oltre trent’anni fa e che oggi trova un primo passaggio concreto nei materiali acquisiti dagli investigatori.

La perquisizione è stata disposta dal procuratore Marcello Viola e dal pubblico ministero Alessandro Gobbis e ha riguardato un uomo di 65 anni residente in provincia di Alessandria. L’indagato, sentito nelle scorse settimane, aveva scelto di non rispondere alle domande degli inquirenti. A spingere gli investigatori verso questa nuova attività sarebbero state soprattutto le dichiarazioni rese dall’ex moglie e dall’ex compagna, che hanno fornito agli investigatori una serie di elementi considerati utili per approfondire il suo possibile ruolo nella vicenda.

La foto in divisa e il silenziatore trovato durante la perquisizione

Secondo quanto emerso, i carabinieri hanno sequestrato una fotografia nella quale l’uomo comparirebbe con attrezzatura tecnica, in posa militare e con una divisa descritta come non convenzionale. Insieme all’immagine sarebbe stato trovato anche un silenziatore per armi, dettaglio che assume un peso particolare alla luce delle testimonianze raccolte. Saranno ora gli accertamenti tecnici a stabilire il valore effettivo del materiale sequestrato e l’eventuale collegamento con l’ipotesi investigativa.

Il quadro si fonda, almeno in questa fase, sui racconti delle donne che hanno avuto una relazione con l’indagato. In particolare, l’ex compagna avrebbe riferito agli inquirenti episodi legati al passato dell’uomo, parlando di incubi ricorrenti e di confidenze che lui le avrebbe fatto negli anni della loro frequentazione. Il passaggio più forte riguarda proprio il presunto racconto di viaggi in Bosnia durante la guerra.

«Mi spiegò di aver avuto quegli incubi perché in passato aveva ucciso delle persone, raccontandomi di essere andato in Bosnia a combattere durante la guerra degli anni ’90. Mi disse che partiva da Milano con l’aereo e che con lui c’erano delle persone che facevano il weekend (…) per fare il cecchino per sparare ai musulmani».

Il presunto lasciapassare e quei segni sulla fotografia

La stessa donna avrebbe poi parlato di una fotografia conservata con particolare attenzione dall’uomo, una sorta di immagine-trofeo o documento legato, secondo il suo racconto, agli spostamenti nelle zone di guerra. «Possedeva, conservandolo gelosamente, un lasciapassare delle zone di guerra, ovvero una fotografia di lui in piedi in posa militare con una sorta di divisa, non di quelle convenzionali», avrebbe messo a verbale l’ex compagna.

Sul retro della foto, sempre secondo la testimonianza, ci sarebbe stata una scritta in lingua straniera che appariva come una sorta di autorizzazione per accedere alle aree del conflitto. Ma il dettaglio più inquietante riguarda alcuni segni presenti sull’immagine, interpretati dalla donna come una presunta conta delle persone uccise. «Su questa foto c’erano dei segni che corrispondevano alle persone uccise durante i combattimenti (…) erano dei cerchi o delle righe, una sorta di conta».

Sono dichiarazioni pesantissime, che gli investigatori dovranno verificare con la massima cautela. Proprio per questo il sequestro della fotografia e del silenziatore viene considerato un passaggio importante: non una prova definitiva, ma un possibile riscontro materiale dentro un’inchiesta che, per la natura dei fatti e per il tempo trascorso, si muove su un terreno complesso.

L’inchiesta sui presunti “cecchini del weekend”

L’indagine milanese punta a fare luce sull’ipotesi che alcuni italiani abbiano raggiunto Sarajevo durante la guerra in Bosnia per unirsi, nei fine settimana, alle postazioni dei cecchini schierati attorno alla città. Secondo la ricostruzione investigativa, si tratterebbe di persone partite dall’Italia per partecipare a un’esperienza di guerra al fianco delle forze serbo-bosniache, con l’obiettivo di sparare contro civili musulmani. Un’ipotesi che, se confermata, aprirebbe uno scenario gravissimo sulle responsabilità di cittadini italiani nelle violenze dell’assedio.

Per ora l’inchiesta resta nella fase degli accertamenti. Gli elementi sequestrati saranno analizzati dal Ros e dalla Procura, che dovranno verificare autenticità, provenienza, datazione e significato della fotografia, oltre alla natura e alla compatibilità del silenziatore trovato nell’abitazione dell’indagato. La testimonianza dell’ex compagna, unita a quella dell’ex moglie, ha permesso di compiere un passo avanti, ma il percorso giudiziario resta lungo e tutt’altro che semplice.

La vicenda, proprio per la sua gravità storica e umana, impone prudenza. Tutti gli indagati devono essere considerati innocenti fino a eventuale sentenza definitiva. Ma il sequestro di oggi riporta al centro una domanda terribile: se davvero, durante l’assedio di Sarajevo, ci furono italiani disposti a volare nei Balcani per trasformare la guerra in una macabra esperienza da fine settimana.