Crosetto e Giorgetti fanno pace in pubblico, ma la guerra sui soldi della Difesa resta aperta: il governo cerca la tregua sui 5 miliardi del fondo Safe

Giorgetti e Crosetto

Tregua armata, sorrisi pubblici e conti ancora tutti da fare. Guido Crosetto e Giancarlo Giorgetti provano a chiudere, almeno davanti alle telecamere, il caso sui fondi per la Difesa. Il ministro dell’Economia nega qualunque conflitto con il collega, il titolare della Difesa risponde con una dichiarazione quasi affettuosa, ma il problema resta lì, intatto: l’Italia ha promesso più investimenti militari, la Nato preme, l’Europa offre prestiti agevolati e il Tesoro deve decidere quanto spazio concedere in una finanza pubblica già stretta dalla procedura di infrazione e da una manovra che si annuncia complicata.

Crosetto smorza lo scontro con Giorgetti

Crosetto ha scelto la linea della distensione durante il suo intervento alla terza edizione de “Il giorno de La Verità”, all’Acquario Romano. «Con me è facile litigare, con lui è impossibile», ha detto parlando di Giorgetti. Poi ha aggiunto un passaggio ancora più netto: «Giancarlo lo conosco dal 2001: non siamo amici, di più». Il ministro della Difesa ha rivendicato di conoscere bene i vincoli del bilancio dello Stato e le difficoltà di chi guida il Ministero dell’Economia, soprattutto dopo la mancata uscita dell’Italia dalla procedura di infrazione. «Lui sa perfettamente le cose che io vorrei e io so perfettamente le cose che lui può fare», ha spiegato, spostando il nodo dal piano personale a quello politico-contabile. In altre parole: nessuna lite, ma risorse da trovare.

Giorgetti ha usato la stessa formula di raffreddamento. «Non c’è nessun conflitto con Guido», ha detto, riconoscendo però che la Difesa vive «una situazione particolare» perché l’Italia deve onorare impegni internazionali già presi. Il ministro dell’Economia ha poi ricordato il mestiere più ingrato di chi siede al Tesoro: tutti chiedono stanziamenti, ma chi tiene i conti deve dosarli con prudenza. La stretta di mano e il saluto caloroso tra i due ministri servono a mandare un messaggio alla maggioranza: il governo non vuole trasformare il dossier Difesa in una rissa interna. Ma l’abbraccio politico non basta a coprire il rumore della calcolatrice.

Il nodo dei 5 miliardi del fondo Safe

La vera partita riguarda i prestiti agevolati del programma europeo Safe, Security Action for Europe, il fondo da 150 miliardi creato dall’Unione Europea per stimolare investimenti comuni nel settore della difesa. Per l’Italia si parla di circa 5 miliardi di euro. Crosetto guarda a quelle risorse come a un passaggio necessario per rafforzare il comparto militare, sostenere l’industria nazionale e rispettare gli impegni assunti in sede Nato. Giorgetti, invece, deve misurare ogni mossa con i vincoli di bilancio, il debito pubblico e la necessità di non aprire nuovi fronti con Bruxelles proprio mentre il governo cerca margini per la prossima legge di Bilancio.

Crosetto ha evitato lo scontro frontale, ma ha lasciato intendere chiaramente cosa si aspetta. Il piano approvato dal Parlamento prevedeva una crescita dello 0,15 per cento annuo degli stanziamenti per la Difesa. Quest’anno quel passo non si è realizzato a causa della procedura di infrazione, ma il ministro della Difesa si aspetta che il percorso riparta nella prossima finanziaria. «Sono convinto che verrà rispettato ogni anno», ha detto, aggiungendo di sapere che Giorgetti è «assolutamente consapevole» della questione. Traduzione politica: la tregua regge, purché in manovra arrivino segnali concreti.

La Nato preme e il Tesoro frena

Il braccio di ferro non nasce da un capriccio ministeriale. La guerra in Ucraina, la crisi in Medio Oriente, il confronto con la Russia e le pressioni americane spingono tutti gli alleati europei ad aumentare gli investimenti militari. La Nato chiede più soldi, più capacità operative, più industria della difesa e meno dipendenza dagli Stati Uniti. Crosetto interpreta questa fase come una svolta strutturale: l’Italia non può restare indietro se vuole contare nei tavoli internazionali e se vuole proteggere un settore industriale strategico. Giorgetti, però, deve fare i conti con un principio molto meno epico ma decisivo: ogni euro destinato alla Difesa deve uscire da qualche altra parte del bilancio o aumentare il peso dei prestiti.

È qui che la tregua diventa armata. Nessuno dei due ministri vuole aprire una guerra pubblica, ma entrambi difendono un pezzo essenziale della propria missione politica. Crosetto deve dimostrare a Nato, industria e Forze armate che il governo non arretra sugli impegni. Giorgetti deve dimostrare a Bruxelles, mercati e contribuenti che l’Italia non perde il controllo dei conti. In mezzo c’è Giorgia Meloni, chiamata a trasformare due esigenze vere in una linea unica di governo.

Crosetto apre all’ipotesi Draghi mediatore

Nel suo intervento, Crosetto ha toccato anche il dossier ucraino e ha aperto alla possibilità di un ruolo di Mario Draghi come mediatore tra Russia e Ucraina. «Se a loro va bene Draghi, non penso che l’Italia abbia nulla in contrario», ha detto il ministro della Difesa, riferendosi all’ipotesi che Mosca e Kiev possano accettare l’ex presidente del Consiglio come figura di garanzia in un eventuale percorso negoziale. È un’apertura significativa, perché Draghi resta una personalità riconosciuta a livello internazionale e potrebbe rappresentare, almeno in teoria, un profilo capace di parlare con capitali diverse senza apparire schiacciato su una parte politica italiana.

Crosetto ha insistito anche sulla necessità di arrivare alla pace il prima possibile, evocando senza pronunciarlo apertamente il rischio di un’escalation incontrollabile. Il ministro non vuole «mettere nelle condizioni la Russia» di arrivare all’uso di armi estreme, evitando però di trasformare quel timore in una dichiarazione esplicita. Anche su questo terreno, il messaggio resta lo stesso: bisogna rafforzare la Difesa, ma bisogna anche evitare che la guerra superi un punto di non ritorno.

Una tregua che durerà fino alla manovra

Per ora Crosetto e Giorgetti mettono il silenziatore alla polemica. Si stimano, si conoscono da anni, si scambiano parole di amicizia e negano frizioni. Ma il dossier Safe, gli impegni Nato e la prossima finanziaria decideranno quanto vale davvero questa pace. Se il Tesoro troverà spazio per sostenere il percorso indicato dalla Difesa, il governo potrà rivendicare compattezza. Se invece Giorgetti chiuderà il rubinetto, la tregua armata rischierà di diventare una nuova battaglia interna.

La partita non riguarda soltanto due ministri. Riguarda il posto dell’Italia nella nuova sicurezza europea, il rapporto con la Nato, il ruolo dell’industria nazionale e la capacità del governo di tenere insieme ambizione strategica e disciplina di bilancio. Crosetto chiede di non perdere il treno del riarmo europeo. Giorgetti ricorda che qualcuno deve pagare il biglietto. E, come spesso accade, la pace nel governo durerà finché non arriverà il conto.