Il cinema italiano perde uno dei suoi autori più provocatori, anticonformisti e riconoscibili. Tinto Brass è morto oggi a Roma, all’età di 93 anni. A comunicare la scomparsa sono stati la moglie Caterina Varzi e i figli Bonifacio e Beatrice Brass. Nato a Milano il 26 marzo 1933, ha attraversato oltre quarant’anni di storia cinematografica dirigendo una trentina di film e costruendo un’identità artistica impossibile da confondere.
Il suo nome è legato soprattutto al cinema erotico, genere al quale ha dato una cifra stilistica personale, trasformando il desiderio e la sensualità in strumenti di racconto e provocazione. Tra le sue opere più conosciute figurano Salon Kitty, La chiave, Monella e Capriccio. Film che hanno alimentato dibattiti, polemiche e curiosità, consacrandolo come uno dei registi italiani più discussi anche fuori dai confini nazionali. Aveva molte muse come Stefani Sandrelli, Debora Caprioglio, Claudia Koll, Monica Vitti, Silvana Mangano, Serena Grandi.
Tinto Brass, l’ultimo omaggio alla Mostra del Cinema di Venezia
Lo scorso settembre la Mostra del Cinema di Venezia aveva deciso di rendergli omaggio scegliendo Col cuore in gola come film di preapertura. Un riconoscimento importante per un autore che proprio con il Festival aveva avuto un rapporto significativo. Le sue condizioni di salute, tuttavia, non gli avevano permesso di partecipare alla proiezione.
L’erotismo è sempre stato al centro della sua poetica, ma Brass aveva rivendicato una visione che andava oltre la semplice provocazione. Considerava infatti l’erotismo una componente fondamentale dell’espressione umana e, soprattutto, uno strumento privilegiato per raccontare le donne. Era convinto che il suo cinema avesse contribuito a modificare il modo in cui una parte del pubblico guardava alla sensualità e al desiderio.

Dalle origini veneziane all’incontro con Roberto Rossellini
Nato a Milano da una famiglia veneziana, Tinto Brass proveniva da un ambiente profondamente legato all’arte. Suo nonno era Italico Brass, pittore originario di Gorizia che si era trasferito a Venezia dopo aver sposato una ricca signora russa.
Nonostante la laurea in Giurisprudenza, seguendo inizialmente le orme del padre penalista, il giovane Brass scelse presto un’altra strada. La sua passione era il cinema. Alla fine degli anni Cinquanta si trasferì a Parigi, dove trascorse due anni lavorando come archivista e facendo esperienza nel montaggio alla Cinémathèque.
Fu proprio nella capitale francese che incontrò Roberto Rossellini, figura destinata a lasciare un segno profondo nella sua formazione. Brass lo considerava molto più di un maestro di cinema: lo descriveva come una figura fondamentale anche sul piano umano. Ricordava con particolare affetto le giornate trascorse a Parigi nella sua casa, dove ebbe l’occasione di osservare il lavoro del regista sulle immagini girate in India e di cimentarsi per la prima volta nel montaggio. Un’esperienza formativa, ma anche singolare, perché Rossellini giudicava il suo lavoro in base al proprio umore e alle vicende personali della notte precedente.

L’esordio alla regia e le polemiche con la censura
Rientrato in Italia, Brass iniziò a lavorare come aiuto regista al fianco di personalità del calibro di Alberto Cavalcanti, Roberto Rossellini e Joris Ivens. Nel 1963 arrivò il debutto dietro la macchina da presa con In capo al mondo, un’opera caratterizzata fin da subito da uno spirito anarchico e anticonformista.
Il film attirò l’attenzione della critica alla Mostra del Cinema di Venezia. La pellicola raccontava la crisi di valori di una generazione cresciuta nel clima dell’antifascismo e della Resistenza, attraverso il disagio di un giovane incapace di trovare il proprio posto nella società.
L’opera finì nel mirino della censura, che impose alcuni tagli. Brass rispose con una scelta provocatoria: non modificò il contenuto del film, ma ne cambiò il titolo in Chi lavora è perduto, rendendo ancora più evidente il messaggio politico e sociale della storia.
I funerali di Tinto Brass saranno in forma privata
Con la morte di Tinto Brass si chiude una stagione importante del cinema italiano. Un autore che ha diviso il pubblico, sfidato i limiti imposti dal costume e fatto dell’erotismo una cifra espressiva riconoscibile. La sua filmografia resta legata a un modo di intendere il cinema come spazio di libertà, provocazione e rottura delle convenzioni.







