Gratteri sfida Meloni sugli stipendi: «Tagliate mille euro ai magistrati, ma anche ai parlamentari che ne prendono 15mila al mese»

Nicola Gratteri

Nicola Gratteri non ha nessuna intenzione di difendere a tutti i costi lo stipendio dei magistrati. Anzi, è pronto a rinunciare a mille euro al mese. Ma a una condizione: che lo stesso sacrificio lo facciano anche i parlamentari, i funzionari pubblici e tutti coloro che percepiscono retribuzioni da centinaia di migliaia di euro all’anno. Il procuratore capo di Napoli risponde così a Giorgia Meloni, che ha annunciato di non voler firmare il decreto per sbloccare gli arretrati e gli adeguamenti retributivi delle toghe.

Trasforma una polemica sugli stipendi della magistratura in un attacco frontale ai privilegi della politica. «Il parlamentare mediamente è in Parlamento due giorni e mezzo. E 15 mila euro mi paiono assai», osserva Gratteri, ricordando che lui entra in procura alle 7.30 del mattino e continua a lavorare fino a sera. Una risposta che mette nel mirino anche Palazzo Chigi, dove, denuncia il magistrato, il governo ha aumentato di circa 500 euro mensili le retribuzioni dei funzionari.

Gratteri contro Meloni: «Ha sbagliato a dire che non firma»

Il confronto nasce dalla decisione della presidente del Consiglio di non firmare il Dpcm necessario a sbloccare gli adeguamenti e gli arretrati retributivi dei magistrati. Ospite di Otto e mezzo, nella puntata del 2 novembre, Gratteri contesta soprattutto il significato politico dell’annuncio.

«La Meloni è stata imprudente a dire, ha sbagliato a dire: “Io non firmo”. Mediaticamente suona “non firmo”, però ovviamente sa che si nominerà un commissario e quindi questo pagamento avverrà comunque». Il procuratore ricorda che non si tratta di un aumento concordato attraverso una trattativa tra magistrati e governo, ma dell’applicazione di un meccanismo previsto dalla legge.

«Sono soldi che spettano ai magistrati in base a una legge, non a una contrattazione». La distinzione, secondo Gratteri, riguarda direttamente l’indipendenza della magistratura. «La legge è fatta proprio per evitare che i magistrati debbano contrattare il loro stipendio con il potere politico, a tutela dell’autonomia della magistratura».

Il messaggio alla premier è chiaro: il governo può contestare politicamente il livello delle retribuzioni, ma non trasformare l’applicazione di una disposizione normativa in una concessione discrezionale.

Mille euro in meno? «D’accordo, ma tagliamo anche gli stipendi dei parlamentari»

Gratteri affronta poi l’argomento che il governo ha utilizzato per giustificare la propria posizione: in un momento di difficoltà economica, con tante famiglie alle prese con salari insufficienti, gli aumenti destinati ai magistrati rischiano di apparire fuori luogo. Il procuratore non respinge l’obiezione. La prende alla lettera e rilancia.

«Bene, sono d’accordo: tagliamoci tutti lo stipendio. Io sono d’accordo, non sono una persona attaccata al denaro. Non ho bisogno di niente, non sono attaccato alle cose, faccio una vita semplice, non spendo. Volete togliermi anche mille euro dallo stipendio? Togliamoli. Però non solo ai magistrati».

La proposta diventa quindi una sfida alla coerenza della politica. «Per dare l’esempio, se la politica dice che lo stipendio dei magistrati è alto, abbassiamolo di mille euro. Però abbassiamo anche quello dei parlamentari, dei funzionari e di quelli che guadagnano 250 mila o 380 mila euro».

Per Gratteri, se il problema riguarda davvero il costo delle retribuzioni pubbliche, il governo dovrebbe affrontarlo con un criterio generale e non concentrarsi soltanto sulla categoria con cui ha aperto uno scontro politico.

«I parlamentari prendono 15mila euro e lavorano due giorni e mezzo»

Il passaggio più pungente riguarda direttamente deputati e senatori. Gratteri mette a confronto la propria giornata lavorativa con quella che descrive come la presenza media dei parlamentari nelle rispettive assemblee. «Il parlamentare mediamente è in Parlamento due giorni e mezzo. E 15 mila euro mi paiono assai».

Poi racconta le proprie abitudini in procura. «Io arrivo in ufficio la mattina alle 7.30, sono seduto alle 7.30. Non interrompo per il pranzo: mangio e, mentre mangio, quello che è di fronte deve parlare. E fino a sera sono in ufficio».

Il procuratore aggiunge che, quando partecipa a trasmissioni televisive, utilizza giorni di ferie. «Quando sono in televisione, lo ripeto per l’ennesima volta, io sono in ferie. Quindi ognuno con le sue ferie fa quello che vuole».

La cifra di 15mila euro mensili richiamata da Gratteri comprende, nella sua ricostruzione, il trattamento economico complessivo dei parlamentari, non soltanto l’indennità di base. Anche il riferimento ai due giorni e mezzo riguarda la presenza nelle sedi parlamentari e non misura necessariamente tutte le attività svolte dagli eletti.

Ma il senso politico dell’affondo non cambia: Gratteri contesta che chi gode di trattamenti economici elevati possa indicare gli stipendi dei magistrati come un privilegio da ridimensionare senza affrontare anche i propri.

La stoccata a Palazzo Chigi: «Ai funzionari 500 euro in più, perché nessuno protesta?»

Il procuratore riserva un’altra bordata agli aumenti retributivi riconosciuti ai funzionari della presidenza del Consiglio. «Mi devono spiegare perché, in primavera, a Palazzo Chigi è stato aumentato lo stipendio: mediamente 500 euro al mese ai funzionari di Palazzo Chigi. È aumentato anche il numero degli impiegati».

Gratteri insiste sulla differenza di trattamento riservata alle due vicende. «Perché è stato fatto questo aumento e nessuno si è lamentato, nessuno si è scandalizzato? Ora che c’è l’aumento degli stipendi dei magistrati, invece, sì?».

Il riferimento ai funzionari della sede del governo serve a sostenere la sua accusa di incoerenza: mentre Palazzo Chigi riconosce incrementi economici al proprio personale, la presidente del Consiglio contesta pubblicamente gli adeguamenti che spettano alle toghe. Una contraddizione che Gratteri porta al centro del confronto con l’esecutivo.

Arretrati dei magistrati, da dove nasce il miliardo contestato da Meloni

La controversia affonda le radici nel 2021, quando un decreto del governo Draghi fissò al 4,85% l’adeguamento triennale degli stipendi dei magistrati relativo al periodo 2018-2020. L’Associazione nazionale magistrati contestò il metodo di calcolo e presentò ricorso.

Nel 2025 il Consiglio di Stato accolse le ragioni dell’Anm, rilevando problemi nei criteri utilizzati per determinare l’adeguamento: il calcolo attribuiva un peso eccessivo alle categorie più numerose e meno retribuite del pubblico impiego ed escludeva alcune voci. Dopo la revisione dei conteggi, l’Istat ha portato la percentuale al 6,22%.

Da qui nasce l’obbligo di corrispondere le differenze maturate. Il documento programmatico della manovra indica un costo lordo complessivo di circa 970 milioni di euro, relativo a circa 11mila magistrati ordinari, amministrativi e contabili. Una cifra che Meloni ha arrotondato a un miliardo nel motivare la propria contrarietà alla firma del decreto.

L’Anm, però, contesta il modo in cui il governo presenta il dato. Secondo il presidente Giuseppe Tango, un magistrato con trent’anni di servizio dovrebbe ricevere complessivamente circa 15mila euro di arretrati, mentre per chi si trova all’inizio della carriera la somma sarebbe intorno ai 5mila euro.

Lo stesso Gratteri ha quantificato in circa 13mila euro la propria quota. Si tratta dunque di importi arretrati maturati nel tempo, non di aumenti mensili di quella entità.

«Forse guadagno 8.500 euro»: Gratteri parla del proprio stipendio

Nel corso dell’intervento il procuratore affronta anche la questione della propria retribuzione, con una dichiarazione destinata a far discutere. «In questo momento non so quanto prendo, perché non ho nemmeno il conto. Forse guadagno 8.500 euro: sono alla fine della carriera, penso». Gratteri, prossimo alla pensione, contrappone questa cifra ai compensi che attribuisce ai parlamentari. «Però c’è gente che guadagna 15 mila euro al mese, per esempio i parlamentari, mi dicono».

Il magistrato non sostiene di percepire uno stipendio modesto. Rivendica piuttosto il peso delle responsabilità, la durata delle proprie giornate lavorative e soprattutto la necessità di applicare criteri coerenti quando si discute di sacrifici economici. La sua disponibilità a rinunciare a mille euro diventa così una provocazione rivolta a chi governa: se l’Italia deve risparmiare sugli stipendi pubblici, perché cominciare soltanto dalle toghe?

Soprattutto, perché contestare gli arretrati riconosciuti da una decisione del Consiglio di Stato mentre altre categorie dell’amministrazione pubblica ottengono nuovi aumenti? È su questo terreno che Gratteri porta lo scontro con Meloni, spostando la discussione dal presunto privilegio dei magistrati alla responsabilità della politica di applicare a se stessa gli stessi principi che invoca per gli altri.