Alberto Stasi ha lasciato il carcere di Bollate, ma per lo Stato italiano resta l’assassino di Chiara Poggi. L’affidamento in prova ai servizi sociali, concesso il 13 giugno, gli permette di scontare fuori dall’istituto la parte residua della condanna a 16 anni. Non rappresenta però un’assoluzione, non dipende dalla nuova inchiesta su Andrea Sempio e non modifica una sola riga della sentenza definitiva.
Stasi lavora, vive lontano da Garlasco e prova a costruirsi un’esistenza fuori dalla telenovela giudiziaria che da diciannove anni racconta ogni dettaglio della sua vita. La fine della pena gli restituirà la libertà completa, ma non l’innocenza. Senza una revisione conclusa con l’assoluzione, continuerà a essere l’unico uomo condannato per il delitto di via Pascoli.
La libertà di Stasi non cancella la condanna
L’uscita da Bollate ha chiuso la parte più dura della detenzione, non il processo. Il Tribunale di sorveglianza ha premiato il percorso compiuto da Stasi in carcere, dove ha lavorato, studiato e ottenuto prima la semilibertà e poi l’affidamento. La decisione resta completamente separata dall’indagine con la quale la Procura di Pavia attribuisce oggi l’omicidio ad Andrea Sempio. ANSA ha chiarito che la misura alternativa non è collegata alla possibile revisione.
Quando avrà terminato di scontare la pena, Stasi non dovrà più rispettare le limitazioni imposte dall’affidamento. Potrà cambiare città, viaggiare e organizzare liberamente la propria vita. Sul piano giudiziario, però, resterà colpevole dell’omicidio di Chiara Poggi. La fine della pena estingue il debito carcerario, non il giudicato.
Il titolo “colpevole per sempre” descrive dunque il rischio umano e pubblico, ma non costituisce una barriera giuridica definitiva. Il codice consente di chiedere la revisione «in ogni tempo», anche quando la pena risulta già eseguita o estinta. Stasi potrebbe quindi continuare la battaglia anche dopo il fine pena. Senza una sentenza favorevole, tuttavia, non otterrebbe alcuna riabilitazione rispetto all’omicidio.
Se la Procura generale non chiedesse la revisione
La Procura di Pavia ha trasmesso alla Procura generale di Milano gli elementi raccolti nella nuova indagine. Tocca alla procuratrice generale Francesca Nanni e all’avvocata generale Lucilla Tontodonati decidere se chiedere alla Corte d’appello di Brescia la revisione della condanna.
Nanni ha mantenuto finora una linea prudente: lo studio degli atti non sarà «né veloce né facile» e potrebbe richiedere nuovi documenti e approfondimenti. La nuova ricostruzione dei magistrati pavesi, che colloca Sempio sulla scena del delitto ed esclude Stasi dall’aggressione, non obbliga infatti la Procura generale a presentare l’istanza. La Procura generale ha già annunciato la necessità di valutare ulteriori atti prima di decidere.
Un eventuale no non chiuderebbe comunque la strada. Giada Bocellari e Antonio De Rensis possono depositare autonomamente la richiesta per conto di Stasi. I suoi avvocati ritengono che la nuova inchiesta abbia «disintegrato» la condanna e stanno preparando un dossier fondato sul DNA attribuito a Sempio, sulla rilettura della scena del crimine e sulle consulenze che contraddirebbero i pilastri della sentenza.
Dall’inammissibilità all’assoluzione: i cinque scenari
La Corte d’appello di Brescia potrebbe innanzitutto dichiarare la richiesta inammissibile se non individuasse prove realmente nuove o la considerasse manifestamente infondata. La difesa potrebbe ricorrere in Cassazione, ma la condanna resterebbe intatta. Due precedenti tentativi di revisione non hanno superato questo ostacolo.
Se la Corte ammettesse la richiesta, inizierebbe invece un nuovo giudizio. Ammettere la revisione non significa riconoscere Stasi innocente: significa soltanto ritenere che i nuovi elementi meritino un esame nel contraddittorio fra accusa e difesa. Al termine, i giudici potrebbero confermare la condanna oppure revocarla e assolverlo.
Neppure un eventuale processo e una condanna di Sempio cancellerebbero automaticamente quella di Stasi. Servirebbe sempre una decisione specifica sulla revisione, perché i due procedimenti seguono binari distinti. La Corte dovrebbe stabilire se le nuove prove rendano impossibile mantenere la vecchia ricostruzione.
Soltanto l’assoluzione restituirebbe a Stasi lo status giuridico di innocente e aprirebbe la strada alla riparazione per l’errore giudiziario. Fino ad allora vivrà il paradosso più feroce del caso Garlasco: libero dal carcere, forse definitivamente lontano dal paese e dalla casa di via Pascoli, ma ancora legato a una sentenza che lo indica come l’uomo che uccise Chiara Poggi.







