Attentato a Ranucci, il piano delirante di Lavitola: colpirlo per lanciarlo in politica e governarlo nell’ombra

SIgfrido Ranucci, conduttore della trasmissione Report Rai 3, ospite della trasmissione ‘otto e mezzo’ condotta da Lilly Gruber in onda su La7 a Roma, Martedì 07 Aprile 2026 (foto Mauro Scrobogna / LaPresse) Sigfrido Ranucci, host of the Rai 3 program Report, guest of the program ‘otto e mezzo’ hosted by Lilly Gruber broadcast on La7 in Rome, Tuesday April 07 2026 (foto by Mauro Scrobogna / LaPresse)

Non una vendetta contro Sigfrido Ranucci, ma un attentato organizzato per trasformarlo in un eroe. Non il tentativo di fermare le inchieste di Report, ma un piano per spingere il giornalista verso la politica e conquistare, attraverso di lui, un nuovo centro di potere. Il movente che emerge dall’ordinanza contro Valter Lavitola appare tanto paradossale quanto inquietante: colpire un amico per accrescerne la popolarità e poi governarne nell’ombra l’ascesa.

La notizia dell’arresto ha aperto ieri un nuovo capitolo dell’inchiesta sulla bomba esplosa il 16 ottobre 2025 davanti alla casa di Ranucci. Le carte del gip raccontano oggi qualcosa di ancora più sorprendente: Lavitola avrebbe immaginato l’attentato come una gigantesca operazione di marketing politico.

Il giudice mantiene Ranucci completamente fuori dal presunto complotto. «Allo stato non è emerso alcun elemento» che dimostri un accordo tra i due. Il conduttore di Report, sottolinea l’ordinanza, rappresenta soltanto «la vittima della manipolazione dell’indagato».

«Tra due anni fai il presidente»: il progetto politico di Lavitola

L’idea di portare Ranucci in politica compare nelle conversazioni già nel 2024. «E tra due anni fai il presidente», gli scrive Lavitola riferendosi alle successive elezioni. Lo considera un volto capace di «sparigliare le carte», battere i candidati tradizionali e raccogliere il consenso creato da anni di inchieste televisive.

Ranucci non aderisce formalmente al progetto. Secondo il gip, con il passare del tempo manifesta al massimo «un atteggiamento di apertura o quantomeno di curiosità». Lavitola, invece, procede come se la candidatura fosse ormai soltanto una questione di tempo.

Nel gennaio 2025 annuncia all’amico l’intenzione di commissionare un sondaggio sulla popolarità dei personaggi pubblici. Dopo l’attentato trasforma l’idea in un’iniziativa concreta, investendo denaro nella rilevazione. Intercettato dopo le perquisizioni, arriva a sostenere che Ranucci avrebbe potuto conquistare Palazzo Chigi e raccogliere il 30 per cento dei voti anche senza un partito. Le conversazioni e il sondaggio compaiono nell’ordinanza ricostruita dal Fatto Quotidiano.

La bomba per trasformare Ranucci in un eroe nazionale

In questo progetto, secondo l’accusa, l’attentato doveva imprimere l’accelerazione decisiva. L’esplosione avrebbe mostrato Ranucci come il giornalista che il potere, la criminalità o gli obiettivi delle sue inchieste volevano intimidire. La paura, l’indignazione e la solidarietà nazionale avrebbero moltiplicato la sua popolarità, preparando una possibile discesa in campo.

Il gip scrive che Lavitola avrebbe commissionato l’attentato «esclusivamente per accrescere la popolarità del giornalista» e assicurarsi «un ruolo di primo piano» nel futuro scenario politico. L’ordigno doveva apparire come un avvertimento feroce, senza però mettere realmente in pericolo Ranucci. Una distinzione che appartiene alla presunta ideazione del piano, mentre l’esplosione davanti a una casa e accanto alle automobili del giornalista e di sua figlia conservava conseguenze imprevedibili.

La Procura attribuisce a Lavitola il ruolo di mandante e indica nel camerunense Gomes Tavares il presunto intermediario con il gruppo che avrebbe collocato la bomba. Tavares risulta ricercato e potrebbe trovarsi in Africa. Gli inquirenti contestano anche l’aggravante del metodo mafioso. RaiNews ha pubblicato i passaggi centrali dell’ordinanza e la ricostruzione della catena operativa.

L’intercettazione sul movente: «Per fargli del bene»

Il passaggio più sconcertante arriva da una conversazione intercettata dopo la perquisizione del 4 luglio. Lavitola racconta di avere sfidato un colonnello dei carabinieri a indicare il possibile movente dell’attentato. L’investigatore gli avrebbe risposto: «Per fargli del bene».

Lavitola commenta con un’espressione che il gip considera significativa: «Mi ha fottuto». Aggiunge che avrebbe firmato persino un foglio in bianco e si dice sollevato perché il colonnello non lo aveva preso sul serio. Secondo il giudice, non respinge come assurda l’ipotesi, ma riconosce che l’investigatore avrebbe individuato una ragione compatibile con l’azione.

Toccherà al processo stabilire se questa ricostruzione reggerà e se Lavitola abbia davvero commissionato la bomba. Per ora resta un’accusa, per quanto sostenuta da un’ordinanza cautelare. Il quadro tracciato dagli inquirenti racconta però una forma estrema di manipolazione: costruire la vittima, trasformarla in simbolo e accompagnarla verso il potere, sperando poi di esercitarlo attraverso di lei.