Ci sono processi che si chiudono con una sentenza definitiva e altri che, pur essendo conclusi nelle aule di giustizia, continuano a vivere nel dibattito pubblico. Il delitto di Garlasco appartiene senza dubbio a questa seconda categoria. A quasi vent’anni dall’omicidio di Chiara Poggi, ogni nuova dichiarazione di uno dei protagonisti della vicenda giudiziaria torna inevitabilmente ad alimentare il confronto su uno dei casi più controversi della cronaca italiana.
A riportare l’attenzione sul processo è Oscar Cedrangolo, magistrato che nel 2015, da Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione, aveva sostenuto una posizione destinata a far discutere. Nella requisitoria davanti ai giudici aveva infatti chiesto l’annullamento della condanna di Alberto Stasi, ritenendo che il quadro probatorio non fosse sufficiente per arrivare a una condanna definitiva.
La Corte, come noto, seguì una strada diversa e confermò la responsabilità penale dell’ex fidanzato di Chiara Poggi, rendendo irrevocabile la sentenza.
«Io non posso dirlo. E nemmeno voi»
Ripercorrendo quella vicenda, Cedrangolo ha spiegato quale fosse il significato del suo intervento davanti alla Cassazione. Il ruolo del Procuratore Generale, ha ricordato, non consiste nello stabilire una verità personale, ma nel verificare se un procedimento rispetti i criteri richiesti dall’ordinamento e se il percorso logico-giuridico che conduce a una condanna sia realmente solido.
Da questa premessa nasce la frase che più di ogni altra ha attirato l’attenzione.
«Io non sono in grado di dire se Alberto Stasi sia colpevole o innocente, e nemmeno voi.»
Parole che non mettono in discussione l’esistenza della sentenza definitiva, ma richiamano un tema più ampio: la differenza tra ciò che un tribunale accerta attraverso un processo e la possibilità di ricostruire con assoluta certezza ciò che è realmente accaduto.
Il peso di una requisitoria rimasta nella storia del processo
La posizione sostenuta da Cedrangolo nel 2015 era già nota agli operatori del diritto, ma torna oggi d’attualità perché il caso Garlasco è nuovamente al centro dell’attenzione mediatica. Negli ultimi mesi il delitto di Chiara Poggi è tornato a occupare le cronache, riaprendo il confronto sulle indagini, sulle prove raccolte e sulle numerose interpretazioni che hanno accompagnato il procedimento fin dall’inizio.
Alberto Stasi, dal canto suo, ha sempre respinto ogni accusa, sostenendo di non avere mai ucciso la fidanzata e ribadendo, anche negli anni successivi alla condanna definitiva, la propria estraneità ai fatti.
Le parole dell’ex Procuratore Generale si inseriscono dunque in un dibattito che non si è mai realmente spento. Non rappresentano una revisione della sentenza né un giudizio sul merito della decisione della Cassazione, ma ricordano quale fosse la posizione sostenuta dalla pubblica accusa di legittimità in quella fase del procedimento.
Un caso che continua a dividere
Pochi processi italiani hanno generato un confronto tanto lungo e acceso quanto quello relativo all’omicidio di Chiara Poggi. Da una parte c’è una sentenza definitiva che ha accertato la responsabilità di Alberto Stasi; dall’altra permane un dibattito pubblico alimentato da ricostruzioni, analisi e nuove ipotesi investigative che continuano a susseguirsi negli anni.
È proprio in questo contesto che assumono rilievo le dichiarazioni di Cedrangolo. Non perché offrano nuove prove o modifichino l’esito del processo, ma perché arrivano da uno dei magistrati che seguì uno dei passaggi più delicati dell’intera vicenda e richiamano un principio fondamentale del diritto: il giudizio deve fondarsi sugli elementi raccolti nel processo, mentre il dibattito pubblico resta inevitabilmente terreno di interpretazioni e convinzioni spesso destinate a non coincidere.







