La tregua è finita: Stati Uniti e Iran verso una nuova escalation

Trump

La tregua tra Stati Uniti e Iran sembra definitivamente tramontata. Dal vertice NATO di Ankara, Donald Trump ha dichiarato che il memorandum d’intesa con Teheran è ormai “superato”, accusando la Repubblica islamica di aver violato il cessate il fuoco con attacchi alle navi mercantili nello Stretto di Hormuz e nuove azioni contro obiettivi militari americani nel Golfo.

Una rottura che arriva mentre il presidente russo Vladimir Putin tenta di mantenere aperto un canale negoziale, nel timore che la crisi possa trasformarsi in un conflitto regionale su vasta scala.

Il tentativo di mediazione di Putin

“Penso che sia finita. Non voglio avere a che fare con loro”, ha detto Trump, definendo la leadership iraniana “sleale” e sostenendo che Washington stia “perdendo tempo” nel tentativo di raggiungere un’intesa diplomatica.

Nonostante il linguaggio durissimo, il presidente ha lasciato aperto uno spiraglio, autorizzando Steve Witkoff e Jared Kushner a proseguire i contatti con Teheran: “Possono continuare i negoziati, ma penso che sia una perdita di tempo”. Una contraddizione che riflette la tensione tra la linea politica annunciata pubblicamente e la diplomazia che continua a muoversi dietro le quinte.

Nel frattempo, Mosca prova a ritagliarsi un ruolo centrale. Putin mantiene rapporti solidi con Teheran ma dialoga anche con Washington e con le principali potenze regionali. Il Cremlino insiste sulla necessità di una soluzione politica, convinto che un’escalation militare aggraverebbe ulteriormente l’instabilità del Medio Oriente.

Gli Usa si preparano a un conflitto prolungato

Sul terreno, però, la situazione precipita. Dopo gli attacchi attribuiti ai Pasdaran contro installazioni americane in Bahrein e Kuwait, gli Stati Uniti avrebbero risposto con nuove operazioni militari. E mentre la tensione cresce, a Washington si prepara lo scenario peggiore: un conflitto prolungato.

Secondo quanto riportato da Channel 12, Trump ha convocato i principali responsabili della sicurezza nazionale per discutere le prossime mosse. I combattimenti, secondo funzionari statunitensi, potrebbero durare “da un paio di giorni fino a un mese”, a seconda della decisione iraniana di continuare o meno gli attacchi alle navi commerciali nello Stretto di Hormuz.

Tra le opzioni allo studio c’è anche il ripristino del blocco navale dei porti iraniani, misura evocata dallo stesso presidente ma non ancora formalmente decisa. Al momento, riferisce l’emittente israeliana, non vi sarebbe interesse per un coinvolgimento diretto di Israele nei combattimenti.

Stretto di Hormuz paralizzato

Tel Aviv, tuttavia, si prepara a ogni eventualità, inclusa la possibilità che l’Iran prenda di mira basi israeliane utilizzate dagli aerei americani, come Nevatim e Ramon. Prosegue intanto il coordinamento operativo tra le Forze di difesa israeliane e il Comando Centrale degli Stati Uniti.

Intanto lo Stretto di Hormuz, uno dei punti più sensibili del commercio energetico globale, è quasi paralizzato. La CNN, citando dati del traffico marittimo, segnala un drastico rallentamento del trasporto internazionale.

Secondo gli analisti, Teheran avrebbe approfittato della tregua per accelerare le esportazioni dall’isola di Kharg, il principale snodo petrolifero iraniano: “Non meno di 10 milioni di barili di greggio e carburanti in una sola notte”, riferisce TankerTrackers. Windward, servizio di intelligence marittima, calcola che “circa 63 milioni di barili di greggio iraniano si trovano ora in mare”.

La situazione è resa ancora più complessa dalla decisione degli Stati Uniti di revocare la deroga che consentiva le esportazioni di greggio iraniano: operatori, assicuratori e acquirenti sono ora pienamente esposti alle sanzioni secondarie statunitensi.

I dati MarineTraffic mostrano solo poche imbarcazioni in transito, tra cui due petroliere iraniane vuote dirette nel Golfo e una nave di Adnoc che lascia la regione seguendo una rotta vicina alla costa dell’Oman.

Dal Giappone un richiamo alla prudenza

La comunità internazionale osserva con crescente preoccupazione. Dal Giappone arriva un richiamo alla prudenza: Tokyo teme “un’ulteriore escalation” e invita a non basarsi esclusivamente sulle parole di Trump, auspicando che Washington e Teheran mantengano aperti i canali del dialogo.

Il governo giapponese, fortemente dipendente dalla stabilità del Medio Oriente per i propri approvvigionamenti energetici, ha intensificato la raccolta di informazioni e valuta nuove iniziative diplomatiche.

In questo quadro, la mediazione di Putin resta uno dei pochi canali ancora aperti. Ma la sensazione, tra analisti e governi, è che il cessate il fuoco sia ormai un ricordo e che la regione stia scivolando verso una nuova fase del conflitto, con conseguenze potenzialmente devastanti per gli equilibri globali.