Garlasco, Chiara colpita dodici volte ma nessuno sentì nulla: il silenzio impossibile della villetta di via Pascoli

Nel pc i video intimi di Chiara e Alberto

Via Pascoli era così silenziosa che Franca Bermani, la vicina di casa dei Poggi, avrebbe ricordato quella mattina con un’espressione sinistra: «Un silenzio di morte». Non si sentivano automobili, voci e neppure gli uccelli. Era il 13 agosto 2007, Garlasco si stava svuotando per Ferragosto e molte abitazioni erano deserte.

Dentro una di quelle case, secondo la nuova ricostruzione della Procura di Pavia, Chiara Poggi lottava contro il proprio assassino.

Non sarebbe stata aggredita con un solo colpo improvviso. I magistrati descrivono una colluttazione lunga e suddivisa in più fasi: Chiara cade sul pavimento, viene trascinata verso la porta della cantina, tenta di rialzarsi mettendosi carponi e viene colpita nuovamente. Perde i sensi, scivola lungo le scale e riceve altri quattro o cinque colpi alla nuca.

Almeno dodici lesioni sul cranio e sul volto, prodotte con un oggetto contundente mai ritrovato. Una ragazza che cerca più volte di opporsi. Un assassino che la insegue e continua a colpirla.

Eppure dalla villetta non sarebbe uscito alcun rumore capace di attirare l’attenzione. Nessun grido, nessuna richiesta di aiuto, nessun colpo riconosciuto come il segnale di ciò che stava accadendo.

La bicicletta davanti alla casa e il silenzio di via Pascoli

Franca Bermani si trovava nell’abitazione della figlia, confinante con quella dei Poggi. Intorno alle 9.10 vide una bicicletta nera da donna appoggiata al muro esterno della villetta. Il mezzo era ancora lì quando tornò a guardare successivamente, in una fascia temporale che nelle diverse ricostruzioni si spinge fino alle 10.30.

Quella bicicletta è diventata uno dei simboli del caso. Potrebbe essere appartenuta all’assassino, a un visitatore o a una persona del tutto estranea al delitto. Non è mai stata identificata con certezza.

Il particolare più trascurato è però ciò che la donna non raccontò. Pur trovandosi accanto alla casa e pur avendo rivolto più volte l’attenzione verso via Pascoli, Bermani non riferì di aver udito urla provenire dalla villetta.

Anche le altre persone che passarono nella strada notarono particolari visivi – la bicicletta, la porta apparentemente chiusa, l’assenza di movimenti – ma non segnalarono rumori riconducibili a un’aggressione.

Il silenzio non permette di stabilire l’ora del delitto. Una persona può transitare pochi minuti prima o subito dopo una colluttazione. Le finestre possono essere chiuse, le pareti possono attutire le voci e una vittima colpita rapidamente al volto può non riuscire a gridare. Ma la dinamica formulata oggi dall’accusa rende questo vuoto difficile da ignorare.

Quanto può durare un’aggressione in più fasi?

La sentenza definitiva contro Alberto Stasi collocò il delitto tra le 9.12 e le 9.35, una finestra di ventitré minuti. La nuova ricostruzione contro Andrea Sempio conserva una sequenza complessa: un ingresso senza effrazione, un possibile confronto con Chiara, la colluttazione, i primi colpi, il trascinamento, la reazione della ragazza e la fase finale sulle scale.

Non sappiamo quanto possa essere durata. Dodici colpi possono essere inferti in pochi secondi, ma il trascinamento e il tentativo di rialzarsi introducono pause, spostamenti e nuovi contatti fisici. Un corpo che cade sul pavimento, una persona che resiste e un oggetto contundente utilizzato ripetutamente possono produrre suoni diversi dalle grida: urti, passi, mobili toccati, porte aperte, oggetti spostati.

La stessa origine dell’aggressione resta controversa. Secondo una consulenza dei familiari di Chiara, tutto potrebbe essere cominciato in cucina, dopo che la vittima aveva fatto entrare una persona conosciuta. La Procura colloca poi lo sviluppo principale dell’azione verso la cantina.

Più il percorso all’interno della casa si allunga, più diventa importante stabilire quali rumori avrebbe potuto generare e quali ostacoli ne avrebbero impedito la propagazione all’esterno.

Non risulta che sia mai stata condotta una vera prova acustica nella villetta: una simulazione eseguita con porte e finestre nelle condizioni di quella mattina, misurando ciò che sarebbe stato udibile dalla proprietà confinante e dalla strada.

Chiara riuscì a gridare?

La domanda più difficile non è se i vicini fossero distratti. È se Chiara abbia avuto il tempo e la possibilità di chiedere aiuto.

I primi colpi, secondo la Procura, raggiunsero la regione frontale e lo zigomo. Potrebbero averla stordita immediatamente o compromesso la sua capacità di parlare. La reazione successiva, quando avrebbe provato a mettersi carponi, dimostra però che non perse subito ogni capacità di movimento.

Difendersi non significa necessariamente gridare. Davanti a un’aggressione improvvisa, una vittima può rimanere paralizzata, concentrare tutte le forze nel tentativo di proteggersi o non comprendere inizialmente che la propria vita è in pericolo. Chiara potrebbe essere stata minacciata, soffocata oppure colpita prima di riuscire a emettere un suono.

Sono possibilità. Non risposte.

Il silenzio di via Pascoli non scagiona Stasi e non accusa Sempio. Non indica neppure con certezza che la ricostruzione della Procura sia impossibile. Mostra però quanto resti ancora da spiegare nella nuova dinamica.

Se Chiara lottò tanto a lungo da cadere, rialzarsi e costringere il killer a colpirla in almeno tre punti diversi della casa, come riuscì l’assassino a impedire che una sola richiesta di aiuto superasse quelle pareti?

Diciannove anni dopo conosciamo il numero dei colpi, le regioni del cranio raggiunte e il percorso ipotizzato del corpo. Non sappiamo ancora se, negli ultimi minuti della sua vita, Chiara abbia gridato. Via Pascoli non ha conservato la sua voce. Ha conservato soltanto quel silenzio.