La domenica di don Vincent comincia sulla strada. Una messa a Mercatale di Vernio, un’altra nella chiesa dei Santi Ippolito e Cassiano, poi di nuovo in automobile verso Cantagallo o Luicciana. Quattro parrocchie disseminate nella Val di Bisenzio, quattro campanili da tenere accesi in una parte della Toscana dove i paesi si svuotano e i sacerdoti italiani diventano sempre più pochi.
Tra una funzione e l’altra ci sono le visite agli anziani, gli incontri con le famiglie, una cena condivisa e qualcuno che lo aspetta soltanto per parlare. Don Vincent Souly ormai conosce quelle strade e quelle persone. Ma quando arrivò, molti non sapevano neppure come chiamarlo.
Per alcuni era semplicemente «il prete di colore». Non don Vincent, non il nuovo parroco. Il colore della sua pelle veniva prima del suo nome, della tonaca e della storia che aveva attraversato per arrivare fin lì. La comunità lo studiava con la prudenza riservata agli stranieri. Anche lui osservava quella valle lontanissima dall’Africa nella quale era nato.
Oggi, anni dopo, quelle stesse persone lo invitano a tavola, gli affidano le proprie paure e lo cercano quando hanno bisogno di una parola. Don Vincent non è più il sacerdote venuto da lontano. È diventato il parroco che corre da una chiesa all’altra perché, senza di lui, alcuni altari rischierebbero di restare vuoti.
Dal Burkina Faso alle montagne della Toscana
Vincent Souly è nato in Burkina Faso ed è cresciuto nella parte occidentale della Costa d’Avorio. Era il terzo dei sei figli di un cuoco e di una casalinga. A 18 anni entrò in seminario e nel 2004, quando ne aveva 32, venne ordinato sacerdote.
Tre anni dopo una borsa di studio vaticana lo portò a Roma per frequentare un master in diritto canonico. Il contributo copriva le tasse universitarie, ma non bastava per pagare il vitto e l’alloggio. Don Vincent dovette quindi studiare e lavorare contemporaneamente, accettando un incarico come viceparroco nel Nord Italia.
Fu così che conobbe un Paese nel quale la Chiesa aveva ancora migliaia di campanili, ma sempre meno uomini disponibili a occuparsene. Dalle città si spostò progressivamente verso realtà più piccole, fino a incontrare la Toscana e la Val di Bisenzio.
Nel 2014, concluso il dottorato, avrebbe potuto tornare in Costa d’Avorio. Scelse invece di restare in Italia. Nel 2021 venne nominato parroco a Vernio. Lo scorso anno sono arrivate anche due comunità del vicino comune di Cantagallo.
Adesso si occupa di Sant’Antonio da Padova a Mercatale, dei Santi Ippolito e Cassiano a Vernio, di San Biagio a Cantagallo e di San Michele Arcangelo a Luicciana. Quattro parrocchie per un solo sacerdote, distribuite tra paesi e frazioni della montagna pratese.
La diffidenza dei primi giorni
L’inizio non fu semplice. Don Vincent avvertiva gli sguardi, le distanze e quella definizione — «prete di colore» — che lo trasformava in un’eccezione prima ancora che in una persona. Non si trattava necessariamente di un’ostilità dichiarata. Era piuttosto una barriera fatta di abitudini, curiosità e pregiudizi mai messi alla prova.
Il sacerdote non tentò di abbatterla con grandi discorsi. Cominciò a fare il parroco. Celebrò funerali e matrimoni, entrò nelle case, ascoltò i problemi, partecipò alle cene e imparò a riconoscere i volti. La confidenza arrivò lentamente, una visita dopo l’altra.
Con il tempo, la comunità smise di domandarsi da dove venisse e cominciò a preoccuparsi di dove fosse diretto: quale chiesa dovesse raggiungere, quale famiglia stesse andando a incontrare, chi avesse bisogno di lui.
La sua storia, raccontata anche dal New York Times, è diventata il ritratto di un’Italia periferica nella quale l’immigrazione non riempie soltanto le fabbriche, gli ospedali o le campagne. Riempie anche le canoniche lasciate vuote.
I sacerdoti africani che tengono aperte le chiese italiane
Don Vincent è uno dei circa 1.130 sacerdoti africani presenti nelle parrocchie italiane, quasi il 4 per cento del totale. Arrivano mentre diminuiscono le vocazioni e diventa sempre più difficile garantire una presenza stabile nelle zone rurali e montane.
Il paradosso è evidente: l’Africa, descritta spesso soltanto come una terra da aiutare o dalla quale partono i migranti, manda sacerdoti per sostenere le comunità di uno dei Paesi simbolo del cattolicesimo.
Nella Val di Bisenzio questa trasformazione ha il volto di un uomo che ogni fine settimana attraversa le montagne per celebrare quattro messe in quattro chiese diverse. Era arrivato come uno straniero. È rimasto perché quei paesi avevano bisogno di lui.
E forse il cambiamento si può misurare proprio nel modo in cui oggi viene chiamato. Non più «il prete di colore». Semplicemente don Vincent.







