Garlasco, Chiara lottò contro il suo assassino: il mistero dei graffi visti sul braccio di Stasi ma invisibili nelle fotografie

Chiara Poggi non rimase immobile davanti al suo assassino. Cercò di difendersi, cadde, tentò di rialzarsi e continuò a reagire anche mentre veniva trascinata verso le scale della cantina. È questa la nuova e terribile ricostruzione della Procura di Pavia.

L’aggressione si sarebbe consumata in più fasi. Prima una colluttazione, poi i colpi al volto e alla testa. Chiara sarebbe caduta sul pavimento, ma avrebbe trovato ancora la forza per mettersi carponi. A quel punto il killer l’avrebbe colpita altre tre o quattro volte, facendole perdere i sensi, e infine spinta lungo le scale e raggiunta con altri colpi alla nuca.

Almeno dodici lesioni. Una lotta prolungata. Una ragazza che prova fino all’ultimo a sopravvivere.

Se Chiara riuscì ad afferrare o graffiare il suo aggressore, il corpo del killer avrebbe potuto conservare la prova più immediata del delitto. Proprio per questo torna oggi uno dei particolari più controversi dell’intero caso: i segni freschi che due carabinieri dissero di avere visto sull’avambraccio sinistro di Alberto Stasi.

Quei graffi, però, non vennero verbalizzati. Le fotografie scattate al giovane non li mostrano chiaramente. E quando se ne parlò davanti ai giudici erano già trascorsi sette anni.

I graffi notati dai carabinieri su Alberto Stasi

La mattina del 13 agosto 2007 Stasi arrivò nella stazione dei carabinieri di Garlasco dopo avere scoperto il corpo della fidanzata. Due brigadieri lo accompagnarono nuovamente nella villetta di via Pascoli e, secondo quanto avrebbero raccontato nel 2014 durante il processo d’appello bis, notarono alcuni segni all’interno del suo avambraccio sinistro.

Li descrissero come graffi «veri», «freschi» e ancora privi di crosta. Stasi avrebbe spiegato che era stato il suo cane.

In quelle prime ore, tuttavia, il dettaglio non venne inserito in alcun verbale. Non furono misurate la lunghezza, la profondità o la direzione dei segni. Non venne disposta una visita medico-legale specifica e non furono effettuati prelievi sulle lesioni.

Esistono alcune fotografie di Stasi scattate quel giorno, ma l’area interna del braccio indicata dai militari non risulta visibile in modo utilizzabile. Le immagini diffuse successivamente mostrano al massimo segni lievi e poco definiti, insufficienti per stabilirne l’origine.

La difesa contestò duramente il racconto dei carabinieri. Un soccorritore che aveva osservato Stasi non ricordava ferite riconducibili a una colluttazione. La circostanza, inoltre, emergeva pubblicamente soltanto nel 2014, quando i ricordi potevano ormai essere condizionati dal tempo e dalla conoscenza degli sviluppi del processo.

Una prova perduta il giorno del delitto

Un graffio da difesa non è soltanto una linea rossa sulla pelle. Forma, profondità e posizione possono raccontare come sia avvenuto il contatto. Sulla lesione possono inoltre rimanere cellule della vittima, mentre sotto le sue unghie può depositarsi il materiale biologico dell’aggressore.

Il 13 agosto 2007 sarebbe stato quindi necessario fotografare i segni da più angolazioni, affiancare un riferimento metrico, sottoporre Stasi a una visita accurata e repertare ogni eventuale residuo. Soltanto così sarebbe stato possibile distinguere un graffio provocato da un animale, da un urto accidentale o dalle unghie di una persona che cerca di difendersi.

Nulla di tutto questo venne fatto.

Il particolare finì così in una terra di nessuno. Troppo suggestivo per essere dimenticato, troppo poco documentato per diventare una prova scientifica. La sentenza definitiva non si fonda esclusivamente su quei segni, inseriti tra le risultanze accessorie di un quadro indiziario molto più ampio. Eppure la loro mancata documentazione pesa ancora oggi.

Non si può sostenere che quei graffi siano stati lasciati da Chiara. Non si può neppure dimostrare che non lo siano stati. La possibilità di scoprirlo è andata perduta poche ore dopo l’omicidio.

La nuova dinamica rende quei segni ancora più importanti

Nel processo che ha portato alla condanna di Stasi, la dinamica dell’aggressione non era stata ricostruita con la stessa successione oggi indicata dai magistrati pavesi. La nuova accusa contro Andrea Sempio descrive invece una Chiara capace di reagire in almeno due momenti diversi.

La Procura sostiene che, dopo una prima colluttazione, la giovane venne colpita e trascinata verso la cantina. Chiara avrebbe poi tentato di rialzarsi mettendosi carponi, costringendo l’aggressore a colpirla nuovamente.

Una reazione simile rende plausibile un contatto diretto e violento tra vittima e assassino. Il killer potrebbe aver riportato graffi, escoriazioni o contusioni sulle mani, sulle braccia e sul volto. Ma il 13 agosto 2007 l’attenzione si concentrò quasi immediatamente su Stasi senza che il suo corpo venisse trasformato in una fonte di prova irripetibile.

Diciannove anni dopo sarebbe impossibile verificare se Andrea Sempio presentasse lesioni nelle ore successive al delitto. Lui respinge ogni accusa e resta innocente fino a un’eventuale condanna definitiva. Nessun esame effettuato oggi potrebbe ricostruire i segni presenti sulla sua pelle nell’agosto 2007.

È questo il vero significato dei graffi scomparsi. Non sono una nuova prova contro Stasi e non possono essere utilizzati per accusare Sempio. Sono la fotografia mancante di un’indagine che non comprese in tempo quanto potesse essere importante documentare il corpo delle persone entrate nel caso.

Chiara potrebbe avere lasciato sull’assassino la firma della propria resistenza. Se accadde, quella firma rimase leggibile soltanto per poche ore. Nessuno pensò di conservarla.