Un verbale del 24 settembre 2007, un riferimento a una traccia già tamponata e due analisi negative effettuate pochi giorni prima. Sono questi gli elementi al centro del nuovo scontro sul delitto di Garlasco tra Marzio Capra, genetista e consulente della famiglia Poggi, e Matteo Fabbri, ex consulente della difesa di Alberto Stasi. Capra sostiene che il collega fosse a conoscenza dei precedenti accertamenti sui pedali della bicicletta e contesta la mancata richiesta dei relativi risultati.
La polemica riguarda gli esami condotti dal Ris di Parma nel settembre 2007, poche settimane dopo l’omicidio di Chiara Poggi. Una vicenda tornata al centro dell’attenzione per il confronto sulle procedure utilizzate e sulla documentazione disponibile ai consulenti durante le indagini.
Il verbale del 24 settembre e la traccia già tamponata
L’elemento sul quale Capra concentra le proprie contestazioni è un verbale firmato da Matteo Fabbri il 24 settembre 2007. Nel documento, secondo quanto riferito dal genetista, si dà atto dell’esecuzione di un Sangur test, utilizzato per la ricerca di sangue, «in prossimità di una traccia verosimilmente ematica, tamponata in precedenza».
È proprio quest’ultima espressione ad alimentare lo scontro. Se la traccia era già stata tamponata, osserva Capra, il consulente avrebbe dovuto sapere che su quel punto del reperto erano stati eseguiti accertamenti precedenti.
«Quando è stata tamponata in precedenza? Nessuno aveva visto tracce ematiche su quei pedali. Le uniche potevano essere quelle del 20», sostiene il genetista, riferendosi agli esami effettuati quattro giorni prima. Da qui la sua conclusione: «Fabbri indirettamente confessa di aver avuto notizia» dei prelievi precedenti.
Un’affermazione che rappresenta l’interpretazione di Capra del contenuto del verbale e non una confessione resa da Fabbri. Il punto controverso riguarda infatti ciò che il consulente conosceva effettivamente e quali verifiche avrebbe dovuto richiedere.
Le due analisi negative del Ris di Parma
Capra è tornato anche sulle due corse analitiche negative eseguite nel settembre 2007 dal capitano Marino del Ris di Parma. Secondo la sua ricostruzione, si trattava di prove effettuate autonomamente dall’ufficiale il 20 settembre, come risulterebbe dagli appunti dello stesso Marino. Il genetista respinge l’idea che gli accertamenti fossero stati deliberatamente nascosti ai consulenti di parte.
«Io ho visionato questi elettroferogrammi, ho firmato un verbale nel quale attestavo questo e ne ho firmato anche uno successivo il 26. Per cui io ne avevo piena coscienza», ha dichiarato.
Capra ha inoltre ricordato che le metodiche di laboratorio disponibili nel 2007 erano differenti da quelle attuali. In particolare, ha citato l’amplificazione diretta utilizzata dal capitano Marino, descrivendola come una tecnica che avrebbe trovato un riconoscimento scientifico più ampio soltanto negli anni successivi.
La questione non riguarda quindi soltanto l’esito delle analisi, ma anche la loro interpretazione alla luce degli strumenti e delle procedure dell’epoca.
L’accusa a Fabbri: «Doveva chiedere i risultati»
Per il consulente della famiglia Poggi, il riferimento alla precedente tamponatura contenuto nel verbale avrebbe dovuto spingere Fabbri a richiedere formalmente la documentazione relativa agli accertamenti già effettuati.
«Quando un consulente sa che una traccia è stata tamponata, è onere del consulente andare a chiedere: e i risultati di questa traccia dove sono?», ha affermato Capra. È questo il cuore della contestazione: non soltanto la presunta conoscenza delle operazioni precedenti, ma la responsabilità professionale di approfondirne gli esiti.
Resta tuttavia una distinzione importante. Il riferimento a un tampone precedente non dimostra, da solo, che Fabbri conoscesse tutti i dettagli delle analisi o i relativi risultati. La ricostruzione di Capra costituisce una contestazione tecnica che richiede di essere valutata attraverso i verbali e la documentazione completa.
Il dolore della famiglia Poggi e il ruolo di Alberto Stasi
Capra ha infine ricordato il momento in cui le indagini si concentrarono su Alberto Stasi, allora fidanzato di Chiara Poggi e successivamente condannato in via definitiva per il suo omicidio.
«Per me è stata una difficoltà enorme andare a dire ai genitori che il responsabile dell’assassinio era colui al quale avevano aperto la porta di casa», ha raccontato il genetista, descrivendo il peso umano di quella fase investigativa.
Per i familiari di Chiara, ha spiegato, sarebbe stato emotivamente meno doloroso immaginare un aggressore sconosciuto piuttosto che una persona appartenente alla cerchia degli affetti più stretti.
Il confronto sui pedali della bicicletta riporta così l’attenzione su uno degli aspetti tecnici più discussi del caso Garlasco. A quasi vent’anni dall’omicidio, il nodo non è soltanto cosa abbiano rilevato le analisi, ma chi conoscesse quei risultati, quando ne fosse venuto a conoscenza e quali accertamenti fossero stati richiesti.







