Garlasco, il giudice del primo grado Stefano Vitelli: “Su Stasi resta il ragionevole dubbio”

l delitto di Garlasco è uno dei percorsi giudiziari più complessi d’Italia: cinque gradi di giudizio, ribaltamenti, perizie contraddittorie e un movente mai chiarito. La condanna definitiva di Alberto Stasi non ha chiuso la discussione. A ripercorrere quella vicenda è il libro Il ragionevole dubbio di Garlasco di Stefano Vitelli, il magistrato di Viareggio che nel 2009 assolse Stasi in primo grado.

Un caso che genera domande e contraddizioni

La presentazione del libro si è tenuta in Versilia agli “Incontri nel Salotto d’Europa”, il format ideato dall’avvocato Alfredo Bassioni, davanti a una platea affollata. Vitelli attraversa le pieghe di un caso che continua a generare domande e contraddizioni, intrecciando il piano giudiziario con quello umano. Racconta la telefonata al 118 del 13 agosto 2007, le analisi informatiche, le macchie di sangue e le perizie che hanno rimesso in discussione elementi ritenuti acquisiti.

Giudicare quando la verità sembra sfuggire

Ma il cuore del libro è il dubbio. Vitelli non cerca una nuova verità sul delitto, quanto di interrogarsi su cosa significhi giudicare quando la verità sembra sfuggire. La domanda è se Alberto Stasi è colpevole oltre ogni ragionevole dubbio. Per Vitelli, la risposta è no. Da qui nasce una riflessione più ampia sulla fragilità delle prove e sulla responsabilità di chi è chiamato a decidere. Il magistrato non nasconde le esitazioni, le notti insonni e il peso di quella scelta, ricordando anche le conversazioni con la madre che gli rammentavano come, prima di essere giudice, fosse un essere umano.

Meglio un colpevole libero che un innocente in carcere

Il principio che attraversa il libro è quello secondo cui è meglio un colpevole libero che un innocente in carcere: il ragionevole dubbio non è un ostacolo alla giustizia, ma la sua garanzia più alta. In un tempo in cui il processo mediatico spesso precede quello nelle aule, “Il ragionevole dubbio di Garlasco” invita a distinguere la convinzione dalla prova. Non offre certezze, ma domande, riportando al centro il limite umano del giudicare.