Garlasco, il mistero del lavandino senza sangue: Vitelli rivela il dettaglio che mise in crisi l’accusa contro Alberto Stasi

impronte sangue Chiara Poggi

Nel delitto di Garlasco c’è un particolare apparentemente semplice che continua a produrre domande a diciannove anni dall’omicidio di Chiara Poggi: chi entrò nel bagno della villetta dopo l’aggressione non si lavò le mani nel lavandino. A riportare quel dettaglio al centro dell’attenzione è Stefano Vitelli, il giudice che nel 2009 assolse Alberto Stasi in primo grado e che oggi torna a spiegare uno dei passaggi che alimentarono allora il suo ragionevole dubbio.

Il dato parte dalla scena del crimine. Sul tappetino del bagno gli investigatori individuarono impronte insanguinate, elemento che secondo Vitelli dimostra il passaggio dell’assassino nella stanza. Sul dispenser del sapone compariva invece un’impronta riconducibile a Stasi. L’accostamento poteva apparire pesante: killer nel bagno, impronta del fidanzato sul sapone. Ma mancava il collegamento decisivo. «Nel lavandino non c’era sangue, non ce n’era neppure nello scarico», aveva già spiegato Vitelli ricostruendo il ragionamento che lo portò all’assoluzione.

Garlasco, Vitelli: «L’assassino entrò certamente nel bagno»

Durante un incontro alla Versiliana dedicato al libro Il ragionevole dubbio di Garlasco, scritto con il giornalista Giuseppe Legato, Vitelli è tornato sul punto. Secondo il magistrato, l’assassino entrò certamente nel bagno perché le tracce insanguinate presenti sul tappetino documentavano il passaggio di una persona sporca del sangue di Chiara.

Proprio per questo l’impronta di Alberto Stasi sul dispenser del sapone aveva assunto inizialmente un significato suggestivo. Se il killer era entrato nella stanza e Stasi aveva toccato il contenitore del sapone, l’ipotesi di un lavaggio dopo l’omicidio poteva apparire immediata.

Le analisi, però, non restituirono quello scenario. Vitelli ricorda che il lavabo risultava normalmente sporco e conteneva materiale biologico riferibile agli abitanti della casa, ma gli accertamenti non individuarono sangue. Neppure nello scarico. Il giudice escluse così che qualcuno avesse utilizzato quel lavandino per ripulirsi dopo l’aggressione.

È un particolare importante anche per comprendere il valore attribuito allora all’impronta sul dispenser. Stasi aveva trascorso la sera precedente con Chiara, aveva mangiato una pizza nella villetta e aveva avuto quindi occasioni perfettamente compatibili con un contatto precedente con il sapone. Vitelli arrivò a considerare plausibile che quell’impronta appartenesse alla normale frequentazione della casa e non alla mattina dell’omicidio.

Se il killer era sporco di sangue, perché non si lavò?

La domanda riemerge oggi con maggiore forza perché la nuova indagine prova a ricostruire una dinamica molto articolata dell’aggressione. Gli accertamenti medico-legali coordinati dalla professoressa Cristina Cattaneo hanno riesaminato ferite e distribuzione delle tracce per comprendere i movimenti di Chiara e del suo assassino all’interno della villetta.

Una colluttazione, diversi momenti dell’aggressione e il contatto ravvicinato con la vittima rendono inevitabile interrogarsi anche sulle condizioni dell’autore del delitto. Non significa che il killer dovesse necessariamente avere sangue sulle mani o sugli abiti in quantità tali da obbligarlo a lavarsi, né che l’assenza di sangue nel lavabo identifichi automaticamente una diversa dinamica. Ma la scena pone una questione precisa: se l’assassino passò nel bagno con calzature sporche di sangue, cosa fece realmente in quella stanza?

È proprio qui che il vecchio ragionamento di Vitelli torna attuale. Le impronte sul tappetino documentano un passaggio, ma non dimostrano un lavaggio. E se il killer non utilizzò il lavabo, l’impronta di Stasi sul dispenser perde il collegamento automatico con l’omicidio che l’accusa aveva inizialmente cercato di attribuirle.

Resta inoltre il secondo lavandino, quello della cucina. Anche lì, secondo la ricostruzione rilanciata in queste ore, gli accertamenti non avrebbero documentato un lavaggio di sangue riconducibile all’autore del delitto. Il quadro suggerisce quindi che l’assassino possa aver lasciato la villetta senza ripulirsi nei due punti più immediatamente disponibili, oppure che non avesse la necessità di farlo.

Il vecchio dubbio di Vitelli incontra la nuova indagine su Sempio

Il peso di queste considerazioni deve però restare dentro i confini giudiziari corretti. Alberto Stasi venne assolto da Vitelli nel 2009, ottenne una seconda assoluzione in appello, ma dopo l’annullamento della Cassazione arrivò una nuova sentenza che lo condannò definitivamente a 16 anni per l’omicidio di Chiara Poggi. Quella condanna resta valida.

La nuova indagine della Procura di Pavia riguarda invece Andrea Sempio e obbliga gli investigatori a riesaminare molti elementi della scena del crimine con una domanda diversa: le tracce raccolte nel 2007 sono compatibili con la presenza e con i movimenti di una persona diversa da Stasi?

È in questa prospettiva che il lavandino torna interessante. Non costituisce una prova contro Sempio e non dimostra l’innocenza di Stasi. Rappresenta però uno dei numerosi elementi della villetta che devono trovare posto in una ricostruzione coerente del delitto.

Vitelli continua a sostenere che i dubbi che lo portarono all’assoluzione non siano mai scomparsi. In un’intervista concessa nei mesi scorsi aveva indicato proprio il dispenser del sapone come uno dei punti più forti: l’assassino entrò nel bagno, ma nessuno trovò sangue nel lavabo o nello scarico.

La scena del crimine torna decisiva a diciannove anni dall’omicidio

La nuova inchiesta sta riportando l’attenzione esattamente dove tutto cominciò: dentro casa Poggi. Impronta 33, Dna sotto le unghie di Chiara, distribuzione delle macchie di sangue, movimenti dell’assassino e vecchi reperti costituiscono oggi pezzi di un mosaico che i magistrati devono nuovamente mettere insieme.

Il mistero del lavandino di Garlasco si inserisce in questa revisione. Il suo significato non sta nell’offrire una soluzione immediata, ma nel mostrare quanto ogni ricostruzione debba spiegare anche i dettagli apparentemente secondari.

Il killer attraversò il bagno lasciando tracce di sangue sul tappetino. Eppure non lasciò sangue nel lavabo. L’impronta di Stasi rimase sul dispenser, ma senza elementi che consentissero di stabilire quando l’avesse impressa. È proprio questa distanza tra ciò che la scena documenta e ciò che si può soltanto ipotizzare ad aver alimentato il dubbio di Vitelli nel 2009.

Diciannove anni dopo, mentre la Procura di Pavia continua a lavorare sull’indagine che coinvolge Andrea Sempio, quel lavandino torna a porre la stessa domanda: che cosa accadde davvero nel bagno di casa Poggi dopo l’aggressione a Chiara?