«Chi ha usato la ricina era in casa». È la frase che può cambiare completamente il giallo di Pietracatella e restringere finalmente il campo di un’indagine che da nove mesi cerca di rispondere alla domanda più importante: come ha fatto un veleno potentissimo, praticamente impossibile da individuare senza analisi estremamente sofisticate, ad arrivare fino ad Antonella Di Ielsi e alla figlia quindicenne Sara Di Vita?
La risposta potrebbe essere nascosta tra i 131 reperti sequestrati nell’abitazione della famiglia e inviati agli specialisti tedeschi. Alimenti, stoviglie, indumenti e altri oggetti sui quali gli esperti hanno cercato le tracce infinitesimali della tossina che ha ucciso madre e figlia.
E qualcosa sarebbe stato trovato.
Secondo le informazioni emerse nelle ultime ore, infatti, su alcuni dei reperti analizzati sarebbero state individuate tracce di ricina. Un risultato che potrebbe consentire agli investigatori non soltanto di capire attraverso quale alimento o bevanda sia stato assunto il veleno, ma anche di ricostruire dove e da chi possa essere stato maneggiato.
La Procura di Larino continua a indagare per duplice omicidio premeditato contro ignoti. Non ci sono, al momento, persone formalmente indicate come responsabili delle due morti e proprio per questo ogni elemento proveniente dai laboratori tedeschi deve essere valutato con estrema cautela.
Ma una cosa sembra emergere con sempre maggiore chiarezza: la soluzione del mistero potrebbe trovarsi proprio dentro quella casa.
Ricina trovata sui reperti: la svolta arriva dalla Germania
Per mesi gli investigatori hanno cercato qualcosa che sembrava quasi impossibile da trovare: il percorso compiuto dalla ricina.
Si sapeva che Antonella e Sara erano entrate in contatto con la sostanza. Gli esami effettuati dal Centro Antiveleni Maugeri di Pavia avevano individuato la tossina nei loro campioni biologici dopo avere vagliato circa 1.500 sostanze differenti. Successivamente gli accertamenti avevano indirizzato gli investigatori verso l’ipotesi dell’ingestione.
Ma mancava un tassello fondamentale: dov’era il veleno?
È per rispondere a questa domanda che nella casa di Pietracatella sono stati sequestrati 131 reperti, successivamente sottoposti ad analisi specialistiche anche al Robert Koch Institute di Berlino.
Adesso sarebbero arrivate le prime risposte.
Tracce di ricina sarebbero state individuate su alcuni materiali raccolti nell’abitazione. Gli esiti definitivi degli accertamenti tedeschi sono ancora attesi, ma le informazioni emerse vengono considerate di grande interesse investigativo.
La ragione è evidente: individuare la tossina su un alimento, una stoviglia, un utensile o un indumento potrebbe consentire di ricostruire non soltanto che cosa abbiano ingerito le due vittime, ma anche chi possa essere entrato in contatto con il veleno.
Ed è qui che l’indagine potrebbe cambiare passo.
«Chi ha usato la ricina era in casa»: il cerchio potrebbe restringersi
L’ipotesi sulla quale si concentra l’attenzione è che la ricina sia stata introdotta in qualcosa destinato a essere ingerito.
Un piatto. Una bevanda. Un alimento.
Il tossicologo Carlo Locatelli, direttore del Centro Antiveleni Maugeri di Pavia, ha indicato nell’ingestione la modalità compatibile con quanto emerso dagli accertamenti, escludendo invece l’iniezione e l’inalazione.
Se le tracce individuate sui reperti consentissero di identificare il «vettore» della sostanza, gli investigatori potrebbero finalmente ricostruire il momento della contaminazione.
E soprattutto capire chi abbia avuto la possibilità materiale di maneggiare quel particolare oggetto o alimento.
È questo il significato della frase che nelle ultime ore sta facendo più rumore: «Chi ha usato la ricina era in casa».
Non significa necessariamente che la persona responsabile facesse parte della famiglia né consente, allo stato attuale, di attribuire responsabilità a qualcuno. Significa che gli elementi raccolti sembrerebbero spostare il luogo nel quale cercare la risposta proprio all’interno dell’abitazione di Pietracatella.
La cena del 23 dicembre diventa ancora più importante
Al centro dell’inchiesta continua a esserci la sera del 23 dicembre 2025.
Nella casa di Pietracatella cenarono Antonella Di Ielsi, la figlia Sara e Gianni Di Vita, marito della donna e padre della ragazza. La figlia maggiore Alice quella sera era invece fuori con alcune amiche.
Nei giorni immediatamente successivi comparvero i primi disturbi gastrointestinali. Gianni Di Vita accusò a sua volta sintomi, mentre le condizioni di Antonella e Sara peggiorarono drammaticamente. Sara morì il 27 dicembre, la madre il giorno seguente.
Per settimane si pensò a un’intossicazione alimentare. Solo successivamente le analisi tossicologiche portarono alla scoperta della ricina.
Nel sangue di Gianni Di Vita la sostanza non venne individuata. Successivi accertamenti effettuati in Germania non rilevarono neppure gli anticorpi che avrebbero potuto testimoniare un precedente contatto con la tossina.
La cena del 23 dicembre rimane dunque uno dei momenti sui quali gli investigatori stanno cercando di ricostruire ogni particolare.
Che cosa venne mangiato? Chi aveva avuto accesso agli alimenti? Quali stoviglie furono utilizzate? Qualcosa era stato preparato precedentemente? E soprattutto, se la ricina è stata effettivamente aggiunta a un alimento o a una bevanda, perché soltanto Antonella e Sara l’hanno ingerita?
Sono interrogativi che i risultati dei laboratori tedeschi potrebbero contribuire a sciogliere.
Il mistero dei 131 reperti: adesso può esserci la risposta
È proprio il numero dei materiali sequestrati a dare la misura della complessità dell’indagine: 131 reperti.
Gli specialisti hanno esaminato alimenti, stoviglie, indumenti e oggetti presenti nell’abitazione nel tentativo di trovare residui di una sostanza che ha caratteristiche particolarmente insidiose: la ricina è inodore, insapore e incolore.
La possibilità che la tossina sia stata individuata su alcuni di quei reperti rappresenta quindi un passaggio potenzialmente decisivo.
Se fosse trovata, per esempio, su un oggetto utilizzato esclusivamente da una determinata persona, oppure su un utensile compatibile con la preparazione del cibo contaminato, l’informazione potrebbe assumere un peso investigativo completamente diverso.
Ma serviranno i risultati definitivi.
Gli investigatori attendono infatti che il lavoro degli specialisti tedeschi consenta di mettere in relazione le tracce della tossina con gli altri elementi raccolti durante mesi di indagine.
Oltre 200 testimonianze e una rete di rapporti passata al setaccio
Nel frattempo la Squadra mobile di Campobasso ha continuato a lavorare sulle persone che ruotavano intorno alla famiglia.
Le testimonianze raccolte sarebbero ormai oltre duecento. Gli investigatori hanno ricostruito relazioni personali, messaggi, telefonate, frequentazioni e versioni fornite nel corso dei diversi interrogatori.
Nelle ultime settimane alcune persone sono state ascoltate più volte.
Tra queste figura un’insegnante di matematica, amica da anni di Gianni Di Vita, convocata nuovamente come persona informata sui fatti e ascoltata per quasi quattro ore. In precedenza la donna era già stata sentita e aveva partecipato anche a un confronto con Di Vita. È stato ascoltato inoltre suo marito, tecnico di laboratorio presso l’Istituto Agrario di Riccia. Nessuno di questi elementi, da solo, attribuisce responsabilità alle persone sentite.
Gli investigatori stanno però cercando di ricostruire anche eventuali relazioni nascoste e possibili contraddizioni emerse nelle testimonianze.
Perché se qualcuno ha deliberatamente utilizzato la ricina, resta ancora da comprendere il movente.
Il veleno potrebbe essere stato messo in un piatto o in una bevanda
È probabilmente questo il passaggio destinato a concentrare maggiormente l’attenzione nei prossimi giorni.
Se verrà confermato che la ricina è stata ingerita e che le tracce trovate sui reperti provengono proprio dal materiale utilizzato per contaminarne un alimento, sarà possibile tentare di ricostruire il gesto materialmente compiuto.
Qualcuno potrebbe avere sciolto la sostanza in una bevanda oppure averla aggiunta a un piatto.
Resta tuttavia aperta anche un’altra possibilità. Carlo Locatelli ha precisato che le certezze scientifiche riguardano la presenza della ricina e la modalità di assunzione, mentre sulla base dei soli dati tossicologici non è possibile stabilire se l’esposizione sia stata volontaria o accidentale.
È un punto importante perché impedisce, almeno per ora, di trasformare gli indizi scientifici in una ricostruzione definitiva.
La Procura, però, procede per l’ipotesi di duplice omicidio premeditato.
Adesso la domanda cambia: chi poteva maneggiare quel veleno?
Per nove mesi il grande interrogativo del giallo di Pietracatella è stato capire come Antonella e Sara fossero entrate in contatto con la ricina.
Adesso quella domanda potrebbe essere sul punto di cambiare.
Se gli esami tedeschi consentiranno davvero di individuare il vettore attraverso il quale la sostanza è stata ingerita, gli investigatori potranno concentrarsi su un interrogativo molto più preciso: chi poteva avere accesso a quel cibo, a quella bevanda o a quell’oggetto?
La risposta potrebbe trovarsi nei 131 reperti prelevati dalla casa, nelle oltre duecento testimonianze raccolte e nella ricostruzione minuziosa di ciò che accadde nei giorni precedenti alla morte di madre e figlia.
Per ora non c’è un colpevole e l’inchiesta per duplice omicidio premeditato resta contro ignoti.
Ma dopo nove mesi di interrogatori, analisi e piste apparentemente senza uscita, la frase che emerge dagli ultimi accertamenti restringe improvvisamente lo scenario: «Chi ha usato la ricina era in casa».
E se gli esami di Berlino riusciranno a stabilire esattamente dove si trovava il veleno, il mistero di Pietracatella potrebbe essere molto più vicino alla soluzione.







