C’è un meccanico morto sedici anni fa, un fascicolo che torna improvvisamente sulla scrivania della Procura e una vedova che sostiene di non essere mai stata ascoltata dagli investigatori. Ma soprattutto c’è una frase pronunciata dalla donna che, nel clima già incandescente delle nuove indagini su Garlasco, è destinata a provocare altre domande: «Secondo me ha sentito qualcosa che non doveva sentire e lo hanno fatto fuori».
L’uomo si chiamava Giovanni Ferri, aveva 88 anni, faceva il meccanico ed era vicino di casa della famiglia Sempio. Fu trovato morto nel 2010 in un pertugio a Garlasco, con una ferita alla gola e una al polso sinistro. La sua morte venne considerata un suicidio e il caso archiviato. Adesso, sedici anni dopo, qualcosa si è rimesso in movimento.
Il procuratore di Pavia Fabio Napoleone ha disposto la ricostituzione del fascicolo relativo alla morte di Ferri e la vedova Gabriella dovrebbe essere ascoltata. Secondo quanto riferito dal suo avvocato Fabrizio Gallo, sarebbe la prima volta in sedici anni che la donna avrà la possibilità di mettere formalmente a verbale ciò che sostiene di sapere sulla morte del marito. Ed è proprio quello che potrebbe raccontare a rendere questo vecchio fascicolo improvvisamente interessante.
«Mi dissero di non parlare»: il racconto della vedova del meccanico
Gabriella Ferri non crede che suo marito si sia suicidato. Lo dice apertamente e racconta anche qualcosa di più inquietante. «Secondo me ha sentito qualcosa che non doveva sentire e lo hanno fatto fuori, anche in merito all’omicidio di Chiara Poggi, ne parlava tutto il paese».
È un’ipotesi della donna, non un elemento accertato dagli investigatori. Al momento, infatti, non esiste alcuna prova che colleghi la morte di Giovanni Ferri all’omicidio di Chiara Poggi. Lo stesso avvocato della vedova lo precisa espressamente. Ma c’è un altro elemento sul quale la Procura potrebbe voler fare chiarezza: il silenzio della donna durato tutti questi anni.
Secondo l’avvocato Gallo, dopo la morte del marito qualcuno avrebbe invitato Gabriella a non parlare. «Alcune signore determinate, e noi scriveremo nero su bianco i nomi, le hanno detto dall’inizio di non parlare con nessuno, né con i giornalisti, ma soprattutto con gli inquirenti, altrimenti avrebbe fatto una brutta fine».
Un racconto pesantissimo, che dovrà naturalmente essere verificato. Secondo il legale, quell’avvertimento sarebbe arrivato circa un mese dopo la morte di Ferri, tra dicembre 2010 e gennaio 2011, e avrebbe contribuito a mantenere la vedova in silenzio per anni. «Questo l’ha portata a restare in silenzio, ancora adesso ha paura», sostiene Gallo.
«Ha paura che possa succedere qualcosa anche a lei»
La stessa Gabriella non nasconde di avere ancora paura. «A questo punto ho paura, può succedere qualcosa anche a me, anche se io non so niente, in casa non se ne è mai parlato». Una frase apparentemente contraddittoria con il sospetto espresso poco prima, ma che descrive bene la situazione: la vedova non sostiene di conoscere un segreto legato al delitto Poggi. Ritiene piuttosto che suo marito possa avere visto o sentito qualcosa e che proprio questo, nella sua convinzione, potrebbe spiegare la sua morte.
È una ricostruzione personale della donna che non ha, almeno per ora, riscontri giudiziari. Ma dopo sedici anni la Procura vuole ascoltarla. E l’avvocato che la assiste anticipa che ciò che verrà messo a verbale non riguarderà soltanto le convinzioni della vedova sulla morte del marito. «Deve raccontare particolari raccapriccianti», sostiene Gallo.
Il legale precisa che riguarderebbero «il modo in cui sono state fatte le indagini e cosa è stato fatto» e aggiunge di non poter anticipare ulteriormente il contenuto delle dichiarazioni.
Il coltello tra le mani e quella macchia di sangue sul muro
A riportare attenzione sulla morte del meccanico sono anche alcuni particolari della scena del ritrovamento che oggi vengono nuovamente messi in discussione. Uno riguarda il coltello. Secondo quanto ricostruito durante la trasmissione, l’arma sarebbe stata trovata in una posizione particolare, «in mezzo alle mani» dell’uomo. Un altro elemento riguarda invece una macchia di sangue presente sul muro.
Nella relazione del 118 quella traccia sarebbe stata spiegata con lo scivolamento di un braccio del cadavere fuori dalla barella durante le operazioni successive al ritrovamento. L’avvocato Gallo contesta però radicalmente questa ricostruzione. «Questo elemento scritto nel verbale è falso», sostiene, spiegando che esisterebbero immagini nelle quali Ferri sarebbe ancora a terra quando la barella non era ancora stata portata all’interno. Sono affermazioni del legale che dovranno essere valutate nelle sedi competenti, ma costituiscono uno degli elementi sui quali chi chiede di fare nuovamente luce sulla morte dell’anziano concentra oggi l’attenzione.
Perché il fascicolo sulla morte di Ferri è stato ricostituito
C’è poi un particolare procedurale che rende ancora più singolare la vicenda. Il fascicolo relativo alla morte di Giovanni Ferri sarebbe stato originariamente aperto per omicidio colposo, nonostante la morte fosse stata ricondotta al suicidio. Una qualificazione che oggi viene considerata anomala da chi sta riesaminando la storia.
Il fascicolo venne successivamente chiuso e archiviato. Ora il procuratore Napoleone ne ha disposto la ricostituzione. Non significa che la Procura abbia stabilito che Ferri sia stato assassinato. Significa che una vicenda considerata chiusa sedici anni fa è tornata all’attenzione degli inquirenti e che potrebbero essere svolti nuovi accertamenti. Il primo passaggio potrebbe essere proprio l’audizione della moglie Gabriella.
Il possibile legame con Garlasco resta tutto da dimostrare
È questo il punto sul quale occorre maggiore cautela. Giovanni Ferri viveva a Garlasco ed era vicino di casa della famiglia Sempio, ma non è stato dimostrato alcun collegamento tra la sua morte e l’omicidio di Chiara Poggi.
Lo dice chiaramente anche l’avvocato della vedova: «Al momento non ci sono evidenze che possono collegare l’omicidio di Ferri con quello di Chiara Poggi». Esiste però una coincidenza che inevitabilmente contribuisce ad alimentare l’interesse sul vecchio fascicolo: alcune delle persone che si occuparono della morte di Ferri avrebbero lavorato anche sul caso Poggi.
Da qui alla costruzione di un collegamento tra le due vicende, però, la distanza è enorme e al momento non esistono elementi che permettano di superarla. La stessa frase più clamorosa pronunciata dalla vedova, «secondo me ha sentito qualcosa che non doveva sentire», resta una sua convinzione. Ma adesso quella convinzione potrebbe finalmente entrare in un verbale.
Dopo sedici anni la moglie potrebbe finalmente raccontare tutto
Ed è forse questo l’aspetto più sorprendente dell’intera vicenda. Non un nuovo esame genetico, non un’impronta e nemmeno un’intercettazione. Questa volta al centro dell’ennesimo mistero che riemerge dal passato di Garlasco c’è una donna che sostiene di essere rimasta in silenzio per sedici anni e che oggi potrebbe essere chiamata a raccontare formalmente ciò che ricorda.
Perché Giovanni Ferri morì davvero? Perché un decesso considerato suicidio finì in un fascicolo aperto per omicidio colposo? Che cosa significano le anomalie indicate oggi sulla scena del ritrovamento? E soprattutto: chi avrebbe detto alla vedova di non parlare con gli inquirenti e perché? Sono domande. Per il momento soltanto domande.
Ma il fascicolo che avrebbe dovuto conservarle per sempre nel passato è stato ricostituito. E sedici anni dopo la morte del vecchio meccanico di Garlasco, sua moglie potrebbe finalmente raccontare alla Procura ciò che, secondo il suo legale, non ha mai potuto mettere nero su bianco.







