Garlasco, il mistero della tazzina: perché Andrea Sempio sentì il bisogno di dire «quella non l’ho toccata»?

Nel caso Garlasco ormai nulla è davvero insignificante. Dopo le impronte, il DNA, le telefonate e gli alibi, adesso al centro dell’attenzione finisce una tazzina. Non una qualsiasi, ma quella utilizzata da Chiara Poggi durante la colazione della mattina del 13 agosto 2007, poche ore prima di essere uccisa nella villetta di via Pascoli.

A riportarla improvvisamente sotto i riflettori è un’intercettazione del 21 marzo 2025 nella quale Andrea Sempio parla degli oggetti utilizzati da Chiara quella mattina. Durante la conversazione l’indagato fa riferimento alla tazzina e pronuncia una frase che oggi viene riletta con particolare attenzione: «Quelli sicuro non li ho toccati, quindi sono tranquillo».

Parole che, prese da sole, potrebbero apparire irrilevanti. Il problema è il contesto in cui vengono pronunciate e soprattutto il fatto che il ragionamento di Sempio si concentri immediatamente proprio sul contatto fisico con quell’oggetto.

La tazzina che riapre nuove domande

La domanda che oggi si pongono molti osservatori del caso è semplice: perché Andrea Sempio sente il bisogno di precisare spontaneamente di non avere toccato la tazzina?

Nessuno sostiene che quella frase rappresenti una prova. Tuttavia gli investigatori hanno imparato da tempo che nel delitto di Garlasco spesso sono proprio i dettagli apparentemente marginali a generare nuovi filoni di approfondimento.

La tazzina, infatti, non è un oggetto qualsiasi. È uno degli elementi direttamente collegati agli ultimi momenti di vita di Chiara Poggi. Un oggetto personale, utilizzato poche ore prima del delitto e potenzialmente in grado di conservare tracce biologiche o elementi utili alla ricostruzione dei fatti.

Per questo motivo la frase pronunciata da Sempio continua a suscitare interrogativi. Non tanto per ciò che afferma, quanto per il fatto stesso che individui proprio quell’oggetto come qualcosa da cui prendere immediatamente le distanze.

Come faceva a conoscere quel dettaglio?

C’è poi un secondo aspetto che alimenta il dibattito.

Secondo diversi osservatori, all’epoca dell’intercettazione il ruolo della tazzina non era ancora diventato un elemento particolarmente noto all’opinione pubblica. Da qui nasce una domanda che negli ultimi giorni è stata ripetuta più volte: come mai Sempio si concentra proprio su quell’oggetto?

È un interrogativo che si inserisce in una vicenda dove da mesi gli investigatori stanno cercando di capire non soltanto cosa sia accaduto nella casa di Chiara Poggi, ma anche come alcune informazioni siano circolate nel corso degli anni.

Al momento non esistono risposte definitive. Esiste però una frase che continua ad attirare attenzione e che viene riletta alla luce degli sviluppi investigativi successivi.

Il verbo “toccare” e il nodo del DNA

La tazzina non rappresenta un episodio isolato. Nelle intercettazioni emerse negli ultimi mesi Andrea Sempio torna più volte sul tema del contatto fisico e del DNA.

In una conversazione del novembre 2025 discute con il padre Giuseppe Sempio della presenza delle tracce genetiche all’interno della casa di Chiara Poggi e del confronto con Alberto Stasi.

Giuseppe Sempio sostiene: «Lo stanno dicendo tutti, che Stasi sia rimasto in casa fino a sera, a mangiare la pizza, giorni prima a frequentare comunque lei, non c’è il DNA di Stasi. Cioè questo qua ha fatto cinque o sei giorni con lei, in casa o no, per fare o disfare quello che vuoi, non c’è il DNA. Non ha una logica, ma il punto è, il fatto che non ci sia il DNA di Stasi…».

Andrea risponde: «Quindi? Che cosa ne consegue il fatto che si sia trovato il DNA di Stasi?».

Il padre insiste: «Ne consegue che secondo me hanno fatto di tutto per poter restare. Secondo me quello che ha fatto quelle indagini lì lo sapevano già che questo si piglia poco. E allora cosa è successo? Che qualcuno ha fatto una magagna in più, una bella magagna». Una teoria che il figlio respinge immediatamente: «Siamo nei complotti, sì siamo nelle robe».

La strana conversazione

La conversazione prosegue fino ad arrivare a uno dei punti più discussi dell’inchiesta. Andrea osserva: «Io sto dicendo, il fatto che non ci sia che cosa significa? Perché la loro risposta è: “È perché l’ultima persona con cui si è toccata è Sempio, quindi le è rimasto il DNA di Sempio”. Perché c’è il DNA di Sempio e non quello di Stasi?». Giuseppe replica: «Perché vogliono che ci sia». Andrea conclude: «Perché l’ultima volta ha toccato Sempio e non Stasi, questa è la loro tesi».

È proprio questo continuo riferimento al contatto fisico che oggi rende interessante la frase sulla tazzina. Il verbo “toccare” compare più volte nei ragionamenti dell’indagato e torna improvvisamente anche quando il discorso si sposta sugli oggetti della colazione di Chiara Poggi.

Da sola una tazzina non può risolvere il mistero di Garlasco. Ma in un’inchiesta che da quasi vent’anni vive di dettagli, tracce e particolari apparentemente secondari, anche un oggetto dimenticato sul tavolo della colazione può trasformarsi in una nuova domanda ancora senza risposta.