Garlasco, il mistero di Ivan nei verbali di Freddi: chi è il ragazzo evocato dai carabinieri e perché il suo nome spunta solo ora

Garlasco – Ipa

Nel caso Garlasco ormai non spunta più soltanto un dettaglio. Spunta un nome. E quando in un verbale compare un nome secco, buttato lì dagli investigatori con l’aria di chi sa già perché lo sta chiedendo, il dettaglio smette subito di essere un dettaglio. Nella seconda audizione di Roberto Freddi, sentito dai carabinieri di Milano il 27 marzo 2025 nell’ambito della nuova indagine sul delitto di Chiara Poggi, a un certo punto arriva la domanda: «All’epoca dei fatti conoscevate un ragazzo di nome Ivan?».

Non un amico qualsiasi. Non “qualcuno”. Non “un altro ragazzo del gruppo”. Ivan. Solo il nome, senza cognome, senza contorno, senza spiegazione. E Roberto Freddi, amico di Andrea Sempio, risponde così: «Onestamente non mi viene in mente nessuno con quel nome».

Fine? Magari. Nel romanzo giudiziario infinito di via Pascoli, però, le domande contano spesso più delle risposte. Perché se i carabinieri arrivano alla seconda SIT e chiedono a Freddi proprio di Ivan, vuol dire che quel nome da qualche parte è uscito. Da un atto, da una testimonianza, da un tabulato, da una confidenza, da un riferimento rimasto finora sullo sfondo. Non lo sappiamo. Ma la domanda esiste. Ed è precisa.

Garlasco e la domanda su Ivan nella SIT di Freddi

Il punto centrale sta nella tempistica. Roberto Freddi non viene ascoltato una sola volta. Dopo una prima audizione, torna davanti agli investigatori il 27 marzo 2025. E proprio in quella seconda SIT, dentro un quadro già più lavorato, compare la domanda su Ivan. Questo rende il passaggio più interessante, perché non sembra una curiosità buttata lì per riempire il verbale. Sembra una verifica.

Gli inquirenti chiedono se “all’epoca dei fatti” il gruppo conoscesse un ragazzo con quel nome. La formula ha un peso. Non chiedono se Freddi conosca oggi un Ivan. Non chiedono se abbia mai sentito quel nome nella vita. Lo legano al tempo del delitto, all’estate del 2007, al giro di conoscenze che ruotava intorno ai protagonisti indiretti della nuova inchiesta.

Freddi risponde di non ricordare nessuno. Risposta netta, ma anche prudente: «Onestamente non mi viene in mente nessuno con quel nome». Non dice “no, mai esistito”. Dice che non gli viene in mente. E nei verbali, soprattutto in un caso come Garlasco, anche le sfumature pesano.

Chi è Ivan e perché interessa agli investigatori?

La verità è che, allo stato degli elementi disponibili, non sappiamo chi sia Ivan. Non c’è un cognome. Non c’è un’identificazione. Non c’è un ruolo dichiarato. Non sappiamo se fosse un conoscente del gruppo, un contatto marginale, una persona citata da altri, un nome emerso da vecchi atti o un elemento collegato a qualche pista laterale.

Proprio questa assenza rende la domanda più rumorosa. Perché gli investigatori non lavorano a caso. Se in una SIT chiedono conto di un nome preciso, significa che quel nome ha un’origine. Magari debole, magari da verificare, magari destinata a sgonfiarsi. Ma un’origine deve esserci.

Il mistero, quindi, non è soltanto Ivan. Il mistero è il percorso che porta Ivan dentro quel verbale. Chi lo ha nominato? In quale contesto? Perché i carabinieri ritengono utile chiedere a Freddi se il gruppo lo conoscesse? E soprattutto: Ivan ha un legame con Andrea Sempio, con l’ambiente degli amici, con le frequentazioni di quegli anni o con uno dei tanti fili rimasti appesi nell’indagine?

Il “non mi viene in mente” di Freddi

La risposta di Freddi apre un altro piccolo fronte. Perché nel caso Garlasco la memoria è diventata una specie di campo minato. C’è chi non ricorda, chi ricorda tardi, chi corregge, chi precisa, chi aggiunge, chi nega, chi scopre dettagli dopo anni. E ogni volta la domanda torna la stessa: quanto vale un ricordo a distanza di quasi vent’anni?

Freddi dice che quel nome non gli suggerisce nulla. Può essere vero. Può darsi che Ivan non appartenesse davvero al gruppo. Può darsi che fosse una conoscenza lontana, un nome di passaggio, una figura talmente marginale da non lasciare traccia nella memoria. Ma può anche darsi che gli investigatori stessero provando a misurare una reazione, a verificare una connessione, a vedere se quel nome accendesse qualcosa.

Non è una prova. Non è una svolta. Non è la scena madre. Ma è una domanda investigativa, e le domande investigative non nascono nel vuoto.

Il nuovo enigma nei verbali di Garlasco

Il caso Garlasco continua a vivere anche di questi frammenti. Un’impronta, un capello, uno scontrino, un tabulato, una frase detta al telefono, una memoria che cambia, un nome che appare all’improvviso. Ivan entra in questa categoria: un nome senza volto, senza cognome e senza storia pubblica, ma abbastanza interessante da finire in una domanda dei carabinieri.

E allora il punto non è costruire castelli. Il punto è tenere il dato fermo: nella seconda SIT di Roberto Freddi, gli investigatori chiedono se all’epoca dei fatti il gruppo conoscesse un ragazzo di nome Ivan. Freddi risponde che non gli viene in mente nessuno. Tutto il resto, per ora, resta nel territorio delle ipotesi.

Ma in un’indagine dove per anni tanti elementi sono stati considerati marginali prima di tornare centrali, anche un nome apparentemente sospeso merita attenzione. Perché Ivan può non essere nessuno. Oppure può essere l’ennesimo filo che qualcuno, oggi, sta provando a tirare fuori dal groviglio di via Pascoli.