Garlasco, intervista bomba all’avvocato De Rensis: “Il ragionevole dubbio è stato usato al contrario” tra amnesie, testimoni e atti dimenticati | VIDEO

Antonio De Rensis

Antonio De Rensis torna davanti alle telecamere di Bugalalla Crime e basta ascoltare pochi minuti per capire che non siamo davanti all’ennesima chiacchierata di contorno sul delitto di Garlasco. L’avvocato di Alberto Stasi entra nel cuore dell’inchiesta, prende i faldoni più ingombranti e li rimette sul tavolo con il suo stile: ironia, sarcasmo, memoria lunga e affondi molto poco diplomatici. Il risultato è un’intervista che pesa, perché non si limita a ripetere il solito catalogo dei misteri di via Pascoli. Li collega. Li mette in fila. E soprattutto prova a ribaltare il punto centrale: nel caso Stasi, secondo la difesa, il ragionevole dubbio non avrebbe protetto dall’errore, ma sarebbe stato usato al contrario.

È questo il passaggio più forte. De Rensis non racconta un dettaglio isolato, non si aggrappa a una singola anomalia, non cerca il colpo di teatro da titolo facile. Costruisce un ragionamento più ampio: quando un elemento non tornava, invece di indebolire l’ipotesi accusatoria, finiva spesso per alimentarla. Se mancava una conferma piena, arrivava una spiegazione. Se un testimone inciampava, il problema diventava relativo. Se un atto restava sullo sfondo, pazienza. Se qualcuno non ricordava passaggi decisivi, il tempo trascorso diventava una comoda coperta sotto cui infilare tutto.

De Rensis e i “non ricordo” istituzionali

Nell’intervista a Bugalalla Crime, uno dei bersagli principali di De Rensis riguarda la memoria degli investigatori e di chi, negli anni, ha avuto un ruolo dentro uno dei casi giudiziari più discussi d’Italia. Il tema non è marginale. Perché quando persone chiamate a ricostruire passaggi importanti rispondono con una sequenza di “non ricordo”, la domanda diventa inevitabile: davvero si possono dimenticare momenti così rilevanti di un’indagine che ha attraversato processi, perizie, talk show, libri, ricostruzioni e anni di polemiche?

De Rensis concede anche la buona fede, perché il punto non è trasformare ogni vuoto di memoria in una prova di malafede. Il punto è un altro: quanto può pesare un “non ricordo” quando arriva da chi avrebbe dovuto conservare memoria precisa di atti, decisioni, verifiche e passaggi investigativi? E soprattutto: perché certe dimenticanze vengono trattate con indulgenza, mentre altre esitazioni, quando riguardano figure diverse, diventano subito sospette?

Qui l’avvocato colpisce una delle contraddizioni più delicate del caso Garlasco. La comprensione sembra muoversi a corrente alternata. Alcuni protagonisti possono dimenticare perché gli anni passano, le indagini sono tante e la memoria umana non è un archivio perfetto. Altri, invece, se ricordano male, se correggono una frase, se aggiungono un dettaglio o se appaiono incerti, finiscono immediatamente nel tritacarne del sospetto. È una disparità di trattamento che la difesa non ha mai smesso di contestare.

Testimoni e ricordi a scoppio ritardato

Altro punto pesante: le testimonianze. De Rensis insiste sulla differenza tra chi racconta spontaneamente ciò che sa e chi comincia a ricordare elementi importanti solo dopo essere stato messo davanti a riscontri esterni, tabulati telefonici compresi. Non è una distinzione da poco. In un’indagine per omicidio, l’attendibilità di un testimone non dipende solo da quello che dice, ma anche da quando lo dice, da come lo dice e da che cosa lo ha spinto a ricordarlo proprio in quel momento.

Nel caso Garlasco, secondo la lettura della difesa, alcune contraddizioni avrebbero meritato ben altro peso. Ci sarebbero state frasi dette in sede ufficiale e versioni diverse emerse in conversazioni private. Ci sarebbero stati ricordi comparsi tardi, dettagli recuperati quando il quadro investigativo aveva già preso una direzione precisa, incongruenze rimaste troppo a lungo ai margini. E ogni volta la domanda torna uguale: quelle anomalie sono state davvero verificate fino in fondo?

De Rensis sembra dire di no. O comunque sostiene che troppi passaggi siano stati trattati come disturbi laterali, fastidi procedurali, rumori di fondo. Ma in un caso come quello di Chiara Poggi, dove ogni minuto, ogni spostamento, ogni telefonata e ogni dichiarazione possono cambiare la lettura complessiva, il rumore di fondo non esiste. Esistono soltanto elementi che aiutano a capire e altri che, se ignorati, rischiano di deformare l’intera ricostruzione.

Il ragionevole dubbio usato al contrario

La frase chiave dell’intervista è questa: il ragionevole dubbio, nel caso Stasi, sarebbe stato usato al contrario. È un’accusa durissima, perché tocca il cuore del processo penale. Il dubbio ragionevole dovrebbe impedire una condanna quando il quadro probatorio non raggiunge una certezza piena. Nella ricostruzione pubblica del delitto di Garlasco, invece, molti dubbi avrebbero finito per consolidare l’immagine di colpevolezza.

Se un comportamento di Stasi appariva strano, diventava sospetto. Se mancava un movente solido, lo si cercava nel carattere, nella vita privata, nelle abitudini, nel computer, in tutto ciò che potesse costruire una figura compatibile con il colpevole già individuato. Se un elemento tecnico non combaciava perfettamente, lo si ridimensionava. Se una pista alternativa creava problemi, la si considerava debole o tardiva.

È qui che l’intervista si fa davvero politica, nel senso più alto e più scomodo del termine: politica della giustizia, della prova, della narrazione pubblica. Perché De Rensis non sta soltanto difendendo Alberto Stasi. Sta mettendo sotto accusa un meccanismo: prima si sceglie il personaggio, poi si chiede agli atti di adattarsi alla trama. E quando gli atti resistono, li si piega con il linguaggio, con la suggestione, con la forza di una storia ormai diventata senso comune.

Via Pascoli, l’impronta e i reperti dimenticati

Dentro questa cornice tornano i dettagli che continuano ad agitare il caso Garlasco: l’impronta cancellata, i capelli nel lavandino, i reperti trattati con leggerezza, gli accertamenti che oggi appaiono incompleti o comunque insufficienti rispetto al peso enorme dell’indagine. Non sono particolari da archivio polveroso. Sono i punti su cui, ancora oggi, si misura la distanza tra verità giudiziaria e percezione pubblica.

La condanna definitiva di Alberto Stasi esiste e nessuno può far finta che non esista. Ma esistono anche le domande che quella condanna non ha spento. Domande che tornano ogni volta che un nuovo verbale, una nuova consulenza, una nuova intervista o una nuova ricostruzione riportano alla luce una crepa. E più il caso viene riletto, più appare evidente che alcune certezze non hanno mai smesso di poggiare su fondamenta fragili.

De Rensis, nell’intervista, lavora proprio su questo terreno. Non promette una verità alternativa pronta da servire. Non vende una soluzione semplice. Fa una cosa più fastidiosa: obbliga a guardare dove per anni molti hanno preferito non guardare. E quando rimette insieme testimoni, atti, dimenticanze, reperti e dubbi, il quadro che ne esce non è rassicurante.

Garlasco non sopporta più scorciatoie

Il caso Garlasco non sopporta più scorciatoie. Non sopporta più il “non ricordo” usato come formula di chiusura, il testimone che diventa attendibile a intermittenza, la contraddizione liquidata come dettaglio, la prova debole trattata come conferma morale, la pista alternativa trasformata in disturbo. Dopo quasi vent’anni, ogni frase pesa ancora perché il delitto di Chiara Poggi non è mai uscito davvero dal cono d’ombra in cui è finito fin dall’inizio.

L’intervista di De Rensis a Bugalalla Crime diventa importante proprio per questo. Non perché aggiunga una rivelazione spettacolare, ma perché rimette ordine nel disordine. E in un caso in cui il disordine ha spesso fatto comodo a molti, rimettere ordine può essere più esplosivo di una notizia nuova.

Il nodo resta sempre lo stesso: se una persona viene condannata, il percorso probatorio deve reggere non solo sul piano formale, ma anche davanti alle domande che continuano a emergere dagli atti. E nel caso Stasi quelle domande non sono morte. Anzi, sembrano moltiplicarsi ogni volta che qualcuno prova a liquidarle con sufficienza.

De Rensis lo racconta con il sorriso di chi conosce bene il peso delle parole, ma il messaggio è tutt’altro che leggero. A Garlasco troppe cose non sono tornate, troppe memorie si sono spente, troppe contraddizioni sono rimaste in piedi. E quando il ragionevole dubbio viene trattato come un fastidio invece che come una garanzia, il rischio non riguarda più soltanto un imputato. Riguarda il modo in cui un Paese decide che cosa chiamare giustizia.